Mafia, come riconoscerla? Lo spiega la Cassazione

Mafia

DOSSIER. La pronuncia sul clan Fasciani di Ostia, destinata a fare giurisprudenza in tema di associazioni per delinquere: “Il metodo determina la mafiosità”. Esaminato il caso delle cosiddette mafie non tradizionali e senza nomi. Il parere di Antonio De Donno, procuratore capo di Brindisi e dei penalisti Massari e Talò

Di Stefania De Cristofaro

Ci sono mafie che non hanno un nome e neppure una storia alle spalle. Sfuggono alle denominazioni “note” e tradizionali di cosa nostra’, ‘camorra’, ‘ndrangheta’ e ‘sacra corona unita’, ma sono di fatto associazioni per delinquere di stampo mafioso. Lo sono quando è mafioso il metodo, stando alla sentenza della Corte di Cassazione sul cosiddetto clan Fasciani di Ostia. E’ mafia, quella. Mafia “nuova” hanno sostenuto gli Ermellini, spiegando quando un’associazione è mafiosa. Quali sono gli elementi che la caratterizzano in concreto, fermo restando la bussola costituita dal Codice penale con l’articolo 416 bis.

La sentenza destinata a fare giurisprudenza

La pronuncia dei giudici di legittimità (Seconda sezione, presidente Diotellavi e relatore Ariolli) è destinata a fare giurisprudenza in materia di configurabilità o meno del reato associativo nei confronti delle cosiddette mafie non tradizionali. Cosa è mafia, quando c’è la mafia, cosa fa la mafia, gli Ermellini lo hanno scritto in maniera chiara nelle motivazioni depositate il 16 marzo 2020, dopo l’udienza del 29 novembre 2019, consegnando ai collegi giudicanti (Tribunali e Corti d’Appello) e ai singoli giudici (Gup) una sorta di vademecum da seguire per valutare in concreto se l’organizzazione criminale sia mafiosa o no. Dalla sentenza pronunciata, infatti, è possibile ricavare uno screening di mafiosità che, nel caso della famiglia di Ostia, ha portato la Cassazione al riconoscimento della mafiosità, in linea con quanto affermato dalla Corte d’Appello.

Il caso di Ostia

Nelle motivazioni sul gruppo Fasciani, c’è stata una ricognizione di tutti gli elementi fattuali, la cui combinazione logico-giuridica ha dato conto della sussistenza dei caratteri tipici dell’associazione mafiosa, fattispecie introdotta nel sistema dei reati associativi dalla Legge Rognoni-La Torre del 1982.

Definitive, quindi, sono diventate le condanne del capofamiglia Carmine Fasciani (27 anni e 10 mesi, la pena più alta), della moglie Silvia Franca Bartoli (12 anni e 5 mesi), delle figlie Sabrina e Azzurra Fasciani (rispettivamente 11 anni e 4 mesi e 7 anni e 2 mesi) e del fratello del boss Terenzio Fasciani (8 anni e 6 mesi). Il blitz risale al mese di luglio 2013, scaturì dall’inchiesta “Alba Nuova” troncone di quella conosciuta come “Mafia capitale”.

Si può affermare che anche la città di Roma ha conosciuto l’esistenza di una presenza mafiosa, sebbene in modo diverso da altre città del Sud, ma non per questo meno pericolosa o inquinante il tessuto economico-sociale di riferimento”, hanno concluso i giudici della Cassazione. “La vicenda descritta dai giudici di merito – si legge – rappresenta un emblematico esempio di cosiddetta mafia locale, vale a dire di raggruppamento che persegue gli obiettivi delineati dall’articolo 416 bis, comma 3 del Codice penale, attraverso la metodologia ivi menzionata, essendo indubbio che l’ultimo comma della richiamata disposizione incriminatrice fa riferimento alle ipotesi prive di una qualsiasi connotazione di nomenclatura tradizionale che vedano la propria vita e operatività circoscritta entro ambiti territoriali, seppure limitati”.

L’omertà

Scrive la Cassazione: “L’intensità del vincolo di assoggettamento omertoso ha natura e forme di manifestazione degli strumenti intimidatori, gli specifici settori di intervento e la vastità dell’area attinta dalle egemonia del sodalizio, le molteplicità dei settori illeciti di interesse, la caratura criminale dei soggetti coinvolti, la manifestazione esterna del potere decisionale, la sudditanza degli interlocutori istituzionali e professionali, sono tutti elementi che vengono a comporre il mosaico delle condizioni di applicazione della fattispecie, a determinare il relativo coefficiente di offensività e gravità, evidentemente significativa anche agli effetti del soddisfacimento del principio di proporzionalità nella determinazione del trattamento sanzionatorio”.
I giudici hanno sottolineato che con l’introduzione dell’associazione mafiosa, il legislatore non si è limitato a registrare realtà talvolta secolari, già presenti, come la
vamorra o la Scu, da “tempo dotate di un nomen” con insediamenti, articolazioni periferiche, prestigio e fama criminale da spendere come arma di pressione nei confronti dei consociati”. Il legislatore ha anche “aperto un indefinito ambito operativo, per così dire parallelo, destinato a perseguire tutte le altre aggregazioni (anche straniere) che malgrado prive di nome e di una storia criminale, utilizzano metodi e perseguano scopi corrispondenti alle associazioni di tipo mafioso già note”.

La finalità mafiosa

Con riferimento alle finalità, gli elementi “tipizzanti le varie compagini criminali sono fra loro eterogenee, in quando gli scopi delle associazioni di stampo mafioso possono essere i più vari”. Spaziano “dalla tradizionale realizzazione di un programma criminale, tipica di tutte le associazioni per delinquere – allo svolgimento di attività in sé lecite, come l’acquisizione in modo diretto o indiretto, della gestione o comunque del controllo di attività economiche, di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici; alla realizzazione di profitti o vantaggi ingiusti; all’impedimento o all’ostacolo del libero esercizio del diritto di voto o per procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”.

Un mosaico, quindi, tanto ampio che “mal si concilia con l’individuazione di un elemento specializzante che possa definire il concetto di tipo mafioso”. La Cassazione ha precisato che “deve ritenersi, invece, che il nucleo della fattispecie incriminatrice si collochi nel terzo comma del 416 bis del Codice penale, laddove il legislatore definisce assieme, metodo e finalità dell’associazione mafiosa”. In sostanza – è scritto nelle motivazioni – “quelle finalità si qualificano solo se c’è uno specifico metodo che le alimenta, delineando in tal modo un reato associativo non soltanto strutturalmente peculiare ma, soprattutto a gamma applicativa assai estesa, perché destinata a reprimere qualsiasi manifestazione associativa che presenti quelle caratteristiche di metodo e fini”.

L’analisi nel concreto

Per questo motivo, le “associazioni che non hanno una connotazione criminale qualificata sotto il profilo storico, dovranno essere analizzate nel loro concreto atteggiarsi, in quanto per esse non basta la parola”. Non è sufficiente cioè il nome di mafia, camorra, ‘ndrangheta o Scu. Occorre un’opera di ricostruzione delle attività criminali. Bisogna “porre particolare attenzione alla peculiarità di ciascuna specifica realtà delinquenziale, in quanto la norma mette in luce un problema di assimilazione normativa alle mafie storiche che rende necessaria un’attività interpretativa particolarmente attenta a porre in risalto simmetrie tra realtà fattuali, sociali e umane diverse tra loro”.

Il metodo mafioso

La Cassazione sostiene che il “fulcro del processo di identificazione non potrà, dunque, fare riferimento che sul paradigma del metodo: è di tipo mafioso – puntualizza infatti l’articolo 416 bis – l’associazione i cui partecipanti si avvalgono della forza d’intimidazione del vincolo associativo e dell’assoggettamento e di omertà che ne deriva”. Il metodo mafioso, così come descritto nel Codice penale, colloca la fattispecie “all’interno di una classe di reati associativi che parte della dottrina definisce a struttura mista, in contrapposizione a quelli puri, il cui modello sarebbe rappresentato dalla generica associazione per delinquere di cui al 416 bis”.

La differenza consiste in quell’elemento aggiuntivo rappresentato dal metodo, ma “con effetti strutturali di significativa evidenza”. La “circostanza che l’associazione mafiosa è composta da soggetti che “si avvalgono della forza d’intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, parrebbe denotare – come l’uso dell’indicativo presente evoca – che la fattispecie incriminatrice richieda per la sua integrazione un dato di effettività”. Cosa significa? Vuol dire che “quel sodalizio si sia manifestato in forme tali da aver offerto la dimostrazione di possedere in concreto quella forza di intimidazione e di essersene poi avvalso”.

Il metodo mafioso, in questa prospettiva, assume “connotazioni di pregnanza oggettiva, tali da qualificare non soltanto il modo di essere dell’associazione, ma anche il suo modo di esprimersi in un determinato contesto storico e ambientale”. Più esattamente, secondo la Cassazione, “forza di intimidazione, vincolo di assoggettamento e omertà rappresentano, dunque, secondo questa impostazione, strumento ed effetto tipizzanti in quanto concretamente utilizzati attraverso un metodo che, per essere tale, richiede una perdurante efficacia, anche per così dire di esibizione, pur se priva di connotati eclatanti”.

E’ proprio il metodo di cui l’associazione – per tipizzarsi – deve avvalersi a convincere del fatto che l’intimidazione e l’assoggettamento omertoso che ne devono derivare rappresentano in sé un fatto che può prescindere dalla realizzazione degli ulteriori danni scaturenti dalla eventuale realizzazione di specifici reati fine”.

Pericolo per l’ordine pubblico e limitazione dei diritti di libertà

Che l’associazione mafiosa costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, economico, sociale e quant’altro, è un fatto. Per la Cassazione “il metodo per integrare la fattispecie, quando attiene a una struttura autonoma e originale, caratterizzata dal proposito di utilizzare la stessa metodica delinquenziale delle mafie storiche, debba andare al di là di una mera dichiarazione di intenti, altrimenti si rischia di far sconfinare il tipo normativo in connotazioni meramente soggettivistiche, sulla falsa riga di modelli di tipo d’autore, ormai preclusi al sistema”.

Non solo. “Il sodalizio mafioso “ineluttabilmente incrocia e compromette i diritti di libertà di un numero indeterminato di soggetti, dando a ragione a quanti considerano, ormai, strutturalmente angusta la qualificazione del reato come delitto semplicemente contro l’ordine pubblico, arricchendosi il bene giuridico tutelato di altri interessi meritevoli di tutela, quali l’ordine pubblico economico e l’esercizio di diritti e libertà costituzionalmente garantiti”

Le associazioni senza nome e la mafiosità

Secondo quanto hanno sostenuto gli Ermellini, “l’associazione mafiosa è strutturalmente aperta” nel senso che “chiunque dia vita o partecipi a un sodalizio che persegua quei fini con quel metodo, è chiamato a rispondere del reato a prescindere dal nomen, dal territorio e dagli eventuali delitti specifici riferibili a quel sodalizio”.

Non è la mafiosità del singolo o dei singoli a qualificare in sé l’associazione, ma è il modo di essere e di fare che individua il tratto che rende quell’associazione speciale rispetto alla comune associazione per delinquere e che rappresenta il coefficiente di disvalore aggiunto che giustifica – anche sul piano costituzionale -l’assai più grave trattamento sanzionatorio”.

Sul versante della prova della mafiosità, la stessa Cassazione in diverse occasioni ha avuto modo di affermare che i “risultati di indagini storico-sociologiche ai fini della valutazione in sede giudiziaria dei fatti di criminalità di stampo mafioso, il giudice deve tenere conto con prudente apprezzamento e rigida osservanza del dovere di motivazione anche dei predetti dati come utili strumenti di interpretazione dei risultati probatori, dopo aver vagliato caso per caso, l’effettiva idoneità a essere assunti e attendibili massime di esperienza”. Senza che ciò -si legge nella sentenza – “lo esima dal dovere di ricerca delle prove indispensabili per l’accertamento della fattispecie concreta oggetto del giudizio”. In altre parole, “l’esistenza di un metodo che produce determinati effetti costituisce ordinario oggetto di prova, non diversamente dall’esistenza del sodalizio e delle finalità che attraverso quel metodo lo stesso persegue”.

Le conclusioni della Cassazione

In conclusione, “se per raggiungere gli obiettivi decritti dall’articolo 416 bis del Codice penale, un’associazione priva di storia determina in un certo alveo sociale e ambientale, un clima diffuso di intimidazione che genera uno stato di assoggettamento (con relativa limitazione della sfera di autodeterminazione) e di omertà (qualcosa di cui non si deve parlare), non viene affatto in discorso un’applicazione analogica, ma una normale applicazione del fatto tipizzato”.

In questo quadro di riferimento, la “limitatezza dell’ambito territoriale non rappresenta affatto un elemento distonico, rispetto alla configurazione delle fattispecie associativa mafiosa”, hanno sottolineato i giudici della Cassazione. E guardando al clan Fasciani di Ostia, hanno scritto che si tratta di “un municipio ove risiedono circa 20000 abitanti e dunque pari per densità a un comune di medio-grandi dimensioni. Anche “porzioni circoscritte di territorio possono ben rappresentare il terreno di coltura nel quale i gruppi criminali tradizionali possono trasformarsi in altrettante sodalità che rispondono al tipo mafioso”. Quel che fa la differenza e l’ha fatto per il gruppo Fasciani, è l’evoluzione che contraddistingue la vita di un sodalizio. Del resto è successo che associazioni criminali comuni si siano riconvertire in formazioni di tipo terroristico-eversivo. Lo dicono sentenze passate in giudicato, quindi diventate verità (processuali).

Il parere di Antonio De Donno, capo della Procura di Brindisi

Antonio De Donno
Antonio De Donno, procuratore della Repubblica di Brindisi

La vicenda introduce alla complessa questione della mafie locali, che si differenziano da quelle tradizionali in quanto operanti in territori diversi da quelli in cui sono insediate queste ultime, vale a dire Sicilia, Calabria, Campania e Puglia”, sottolinea il procuratore capo di Brindisi, Antonio De Donno, sollecitato dal Tacco d’Italia.

La questione si era già posta a proposito del Clan Spada, allorché la Corte di Cassazione aveva spianato il percorso ritenendo possibile che organizzazioni criminali organizzate operanti in territori da quelli sopra menzionati e non legate alla mafie tradizionali potessero rivestire a loro volta caratteristiche di mafiosità, nel sussistere degli elementi strutturali previsti dal comma terzo dell’articolo 416 bis del Codice penale”, prosegue.

Requisito deve essere, infatti, anche in tal caso, secondo il ragionamento della Suprema Corte, l’utilizzazione da parte della consorteria criminale del metodo mafioso, connaturato alla forza di intimidazione conseguente al vincolo associativo ed alla condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva, secondo un preciso schema che vede il metodo intimidatorio quale elemento indefettibile della condotta, la condizione di assoggettamento ed omertà quali eventi del reato”.

Nel momento in cui le dinamiche di un’associazione per delinquere semplice si evolvono sino ad integrare detti elementi, viene segnato il passaggio al più grave reato di partecipazione ad associazione mafiosa”, precisa De Donno. “Particolarmente significativi appaiono alcuni passaggi della sentenza in cui si evidenzia, a riprova del livello di intimidazione diffusa realizzato dal sodalizio, l’assenza di denunzie dei cittadini riguardo ai reati fine commessi dai suoi appartenenti, nonché l’esistenza di una zona grigia composta da professionisti di vario genere che si rapportava sintomaticamente in termini di reverenziale “rispetto” verso i capi della cosca”, spiega il procuratore capo.

Il panorama criminale italiano, dunque, si va ricomponendo in un complesso puzzle che vede coesistere in alcune aree del territorio mafie tradizionali e mafie locali, con queste ultime che assumono la medesime caratteristiche delle prime, sebbene siano del tutto sganciate dai territori di loro tradizionale radicamento”, dice De Donno. Le evoluzioni future non devono essere sottovalutate secondo il capo dell’ufficio del pubblico ministero a Brindisi. “Si tratta di un coacervo di dinamiche criminali suscettibile di ulteriore evoluzione e che lascia presagire il potenziale pericolo di coesistenza in un prossimo futuro, persino sui medesimi territori o zone contigue, di mafie di entrambi i tipi, che potrebbero interagire, ma anche entrare in conflitto tra loro. Una situazione da seguire attentamente in modo tale da adottare i necessari, adeguati e tempestivi, strumenti di contrasto”.

Il parere degli avvocati penalisti: “Non basta la parola mafia”

Con la sentenza della Cassazione si pone fine ad un complesso iter procedimentale seguito dalla nota vicenda di Mafia Capitale: il traguardo interpretativo raggiunto dai giudici di legittimità è nel senso del riconoscimento della sussistenza della fattispecie di associazione mafiosa, nonostante l’ambientazione non tradizionale”, sostiene l’avvocato penalista Ladislao Massari, del foro di Brindisi.

 

L’avvocato penalista Ladislao Massari, del foro di Brindisi

L’aspetto forse più interessante e che si stacca dalla vicenda concreta – pur sofferta e dalle alterne sorti nei giudizi di cognizione (già la Corte di Cassazione aveva una prima volta annullato la sentenza del giudice di appello con rinvio per nuovo esame) – è nella attenzione al caso concreto, al di là dei profili di mera definizione e classificazione più propri di contesti sociologici: la mafia è nel metodo mafioso”, prosegue il penalista.

Il metodo mafioso non è l’espressione di una “mera dichiarazione di intenti”, atteso che si sconfinerebbe altrimenti in “connotazioni meramente soggettivistiche” rimandando a logiche per “tipo d’autore” che non possono certo trovare spazio per un interprete che si muova nel rispetto del perimetro costituzionale del diritto penale contemporaneo”.

I giudici di legittimità, con rigore scientifico e perizia dialettica, individuano i criteri definitori del metodo mafioso in una prospettiva oggettivistica e materiale: solo il ricorso alla valutazione della prova del caso concreto consentirà di cogliere o meno l’esistenza dell’omertà, dell’assoggettamento, della pervasività ambientale dell’associazione mafiosa”, sottolinea l’avvocato Massari.

La sentenza “Fasciani” s’inscrive nel solco di tutta quella giurisprudenza che ha tentato nel corso di lunghi anni, con oscillazioni significative, di codificare i confini della punibilità della norma incriminatrice di cui all’articolo 416 bis del Codice Penale”, dice l’avvocato penalista Giuseppe Talò, del foro di Lecce.

L’avvocato penalista Giuseppe Talò del foro di Lecce

“Tuttavia, questo pronunciamento, come gli altri che l’hanno preceduto, lungi dal risolvere in modo appagante il contrasto giurisprudenziale, denuncia una volta di più la fallacia di risolvere sul piano ermeneutico una fattispecie incriminatrice che, per struttura, appare insuscettibile di interpretazione tecnico giuridica in senso stretto e, invece, prona a qualsivoglia lettura a seconda dell’opzione di politica criminale sottesa”.

Talò a questo punto compie un passo indietro, nel tempo, ritenuto necessario: “La sua significativa genesi affonda infatti le radici in piena guerra civile e risponde a esigenze, affidate al codice sabaudo, di tipo militare, cioè consentire l’arresto dei contadini meridionali presunti complici dei “briganti””, spiega. “Poi è stato un susseguirsi di fattispecie tutte aventi come motivo e giustificazione l’emergenza, fiancheggiando, ora più nascostamente ora più scopertamente, iniziative di ispirazione ed impronta militare e poliziesca”.

Arrivando al presente e guardando al futuro, qual è la traccia che lascia questa pronuncia della Cassazione? “Ci troviamo al cospetto di un reato che non dovrebbe trovare collocazione in un ordinamento giudiziario evoluto e pertanto pur nel notevole sforzo della Suprema Corte di tratteggiarne i confini, soprattutto sotto il profilo del “metodo mafioso”, con ragionamento e strumenti tipicamente processualpenalistici, sarà destinato a ripetute riletture e ripensamenti che perpetueranno un senso di sostanziale ingiustizia”.

I nuovi clan nel tacco d’Italia

Nel Tacco d’Italia è sicuramente in atto una evoluzione e la conferma arriva dalle recenti inchieste condotte dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia tra Brindisi e Lecce: l’indagine Synedrium ha portato a contestare l’esistenza di un nuovo clan di stampo mafioso con a capo Andrea Romano e Alessandro Coffa, emergente nella città di Brindisi dal 2014. Una famiglia, come i Fasciani, con ruoli affidati anche alle donne che sono diventate reggenti del gruppo in qualità di facenti funzioni degli uomini, nel periodo in cui i mariti erano in carcere.

Se da un lato, per arrivare all’affermazione della mafiosità, nell’ordinanza di custodia cautelare sono stati riportati stralci dei verbali resi da collaboratori di giustizia, dall’altro ci sono stati riscontri attraverso pedinamenti e intercettazioni (ambientali e telefoniche) che hanno portato alla conclusione dell’esistenza di un gruppo mafioso. Un gruppo nuovo.

Gruppi nuovi anche quelli identificati dalle operazioni Diarchia e Tornado, della Procura di Lecce: nel basso Salento, con epicentro Casarano e Scorrano-Maglie, pregiudicati vicini a clan storici della SCU avevano dato vita a sodalizi nuovi che si muovevano seguendo la strategia ora del terrore ora del consenso sociale.

 

Quali sono gli insegnamenti della Cassazione per i fenomeni associativi locali e salentini, in modo particolare?Certamente non basta la parola mafia, come non basterebbero le parola sacra corona unita”, dice Ladislao Massari. “Il reato associativo mafioso in terra salentina, nella sua storia giudiziaria indiscutibile perché oramai radicata e scolpita nelle parole delle sentenze irrevocabili, non vive di forza d’inerzia nel dinamico accertamento della prova della sua esistenza”. Gli aspetti che devono essere necessariamente colti sono due: “L’intensità del vincolo e la consistenza del metodo mafioso”, spiega il penalista.

Per far parte, o per continuare a far parte dell’associazione mafiosa occorre la prova dell’esistenza di un metodo mafioso, che prescinde anche dalla realizzazione e consumazione di singole condotte delittuose, di reati scopo”, dice Massari. “Il metodo mafioso non si coglie dalla “mafiosità” del singolo o dei singoli, ma è nel “modo di essere e di fare”: poiché si afferma chiaramente come “non sarà l’atteggiamento del singolo a contare in sé e per sé, ma è la risposta “collettiva” a dimostrare che l’associazione ha raggiunto una capacità di intimidazione “condizionante” una generalità di soggetti, e che della stessa si avvale per il perseguimento degli obiettivi normativamente scolpiti dallo stesso art. 416-bis codice penale”.

Il penalista a questo punto, invita a una riflessione: “Rigore e precisione allora nella ricerca degli elementi costitutivi della fattispecie delittuosa mafiosa, senza cadere in facili considerazioni sociologiche, ma con il faro conduttore della determinatezza, della offensività e della proporzionalità”, dice. E aggiunge: “Perché se è indubbio che la fattispecie prevista dall’art. 416 bis del Codice penale abbia una innegabile “elasticità” definitoria, è altresì certo che l’interprete non possa dimenticare i continui moniti che il giudice delle leggi e la Corte Edu in più occasioni hanno rivolto allorquando si è ceduto troppo alla tentazione di trasformare il processo penale in strumento di difesa sociale”. Sono e devono restare cose diverse.

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