Sacra corona unita, suicida il pentito Sandro Campana: era libero, disposta autopsia

Il mesagnese, 45 anni da compiere ad agosto, trovato senza vita nella località protetta assegnata dallo Stato: aveva scontato anche l’ultima condanna per associazione mafiosa. Nel 2015 accusò il fratello Francesco di omicidio. Anche l’altro fratello, Antonio, è diventato collaboratore

 

Di Stefania De Cristofaro

 

MESAGNE – Lo hanno trovato senza vita nel tardo pomeriggio di ieri, 30 marzo 2020: il collaboratore di giustizia Sandro Campana, nativo di Mesagne, 45 anni da compiere il 5 agosto prossimo, si è suicidato nel paese che da qualche tempo lo ospitava in regime di protezione, stando al programma dello Stato al quale era stato ammesso, una volta diventato uomo libero. Non era più ai domiciliari. Da ex uomo della Scu aveva accusato anche il fratello maggiore, Francesco, dell’omicidio di Antonio, detto Toni, D’Amico, fratello di Massimo,  vecchio “Uomo tigre” del sodalizio mafioso

 

Il mistero del suicidio: l’autopsia

Ha scelto la morte Campana per chissà quale motivo. Il suicidio è avvolto dal mistero. Non si conoscono le ragioni che lo hanno spinto a mettere fine alla sua esistenza ora che aveva anche scontato la condanna definitiva alla pena di due anni di reclusione, con l’accusa di aver fatto parte della Sacra Corona Unita, l’associazione di stampo mafiosa nella quale entrò che non aveva ancora raggiunto la maggiore età. Non aveva condanne per fatto di sangue, né altre. Nessuna inchiesta pendente.

Non è, al momento, possibile sapere se il mesagnese abbia o meno lasciato un bigliettino d’addio, rivolto alle persone che, nonostante tutto, riteneva gli fossero rimaste vicine. E’ un mistero. Un mistero sul quale dovrà essere fatta luce ed è per questo che la magistratura ha già iniziato a lavorare.

Antonio Campana

Stando a quanto si apprende da fonti investigative, sarà disposta l’autopsia sul cadavere di Sandro Campana. La famiglia (quel che ne resta) è stata avvisata nella tarda serata di ieri. A Mesagne vive la madre. Sandro Campana era divorziato da tempo e aveva due figli. Il fratello Francesco Campana, dopo essere stato accusato, lo aveva disconosciuto. L’altro fratello, Antonio, è diventato a sua volta collaboratore di giustizia ed è stato trasferito in una località segreta. 

Le dichiarazioni rese nel periodo dei 180 giorni previsti dalla legge, sono state ritenute attendibili essendo state riscontrate e hanno provocato turbolenze all’interno del sodalizio. L’inchiesta sul suicidio dovrà chiarire se questo gesto è da ricondurre alle dichiarazioni che Campana ha reso dopo aver preso le distanze dall’associazione di stampo mafioso o se sia da collegare al periodo di solitudine nel quale era finito, anche in coincidenza delle restrizioni imposte per fronteggiare il Covid-19. Qualcosa o qualcuno lo ha spinto a togliersi la vita?

Nulla si sa della vita che Sandro Campana ha condotto una volta tornato a essere uomo libero: aveva terminato anche la detenzione domiciliare, sempre in una località protetta, nota unicamente al Servizio di protezione centrale.

 

La collaborazione con lo Stato dopo aver militato nella Scu da minorenne

Campana inizia a collaborare con la giustizia il 28 luglio 2015. Il 16 dicembre 2014 gli viene notificata in carcere l’ordinanza di custodia cautelare nell’inchiesta chiamata Pax della Direzione distrettuale antimafia di Lecce. Agli atti processuali resta un memoriale di oltre 200 pagine scritte in stampatello, molte delle quali sono ancora oggi coperte da omissis. Delle sue prime, pesanti, accuse al fratello, si apprende solo il 24 novembre 2015, quando per la prima volta viene interrogato in qualità di testimone: appare nell’aula Metrangolo del Tribunale di Brindisi, in videoconferenza da una località protetta. Ad assisterlo, l’avvocato Valeria  Mazzei, cassazionista del foro di Roma. Risponde alle domande del pm della Dda, Alberto Santacatterina, e della Corte d’Assise.

 “Voglio rispondere a tutte le domande, signor presidente della Corte”, si legge nella trascrizione nel verbale di quella udienza. “Io sono uno dei capi della Sacra Corona assieme a mio fratello Francesco, con Ronzino De Nitto che è il nostro braccio destro, ma dopo vent’anni basta con questa maledetta Scu”.

Sandro Campana

Voleva cambiare vita, dopo essere stato affiliato con un grado fra i più alti di quelli previsti all’interno del sodalizio: “Diritto al medaglione con catena”, si legge. “I nostri appoggi sono Salvatore Buccarella di Tuturano e Giuseppe Gagliardi con tutta la sua famiglia. Io, Francesco, Buccarella e Gagliardi rivestiamo il ruolo di vertice e tutti facciamo riferimento a Pino Rogoli”.

L’ingresso nell’associazione, quando era minorenne: “Avevo 17 anni, stavo con Eugenio Carbone, amico storico, poi Bellocco mi riconobbe il grado di fedelissimo ed erede di Rogoli e mi diede il grado superiore di capo società. Ora gli eredi di Rogoli siamo io e mio fratello”.

 

La decisione di cambiare vita: la sfoglia del fratello Francesco

 “La mia decisione molto sofferta di collaborare con la giustizia nasce dal fatto che prima di uscire dal carcere di Teramo nel settembre 2014 mio fratello Francesco mi aveva mandato una sfoglia tramite altre persone dove mi ricordava che, essendo anch’io come lui persona ai vertici della storica Scu e in più entrambi eredi indiscussi del nostro vecchio fondatore e nostro storico padrino Giuseppe Rogoli, toccava a me portare avanti caricandomi tutte le responsabilità di tutti i nostri affiliati e di tutte le attività illecite da noi svolte”.

La motivazione confessata da Sandro Campana e messa a verbale, era questa: “Perché lui avendo un processo molto delicato non voleva precipitare la sua posizione rischiando il 41 bis”. C’era il concreto rischio che fosse confinato al carcere duro.  “In tale contesto mi chiedeva che era anche arrivato il momento che io stesso rompessi subito la pax mafiosa fatta da me stesso con il mio fraterno amico Pasimeni Massimo nel febbraio-marzo 2008, nel carcere di Lecce, dove ci eravamo rivisti dopo tanti anni“.

“In quell’occasione  – si legge nel verbale io e Pasimeni ci eravamo giurati e promessi a vicenda che mai più tra mesagnesi sarebbero nate guerre di mafia al fine di evitare anche omicidi per qualsiasi cosa. Se avessi detto di sì a mio fratello, ero consapevole del fatto che sarebbe scoppiata una guerra”. E guerra Sandro Campana non ne voleva. Da qui la rottura con l’associazione e prima ancora con il fratello, sino ad arrivare all’accusa di omicidio che è costata la condanna all’ergastolo per Francesco Campana.

 

L’omicidio di Antonio D’Amico, l’accusa al fratello Francesco e la condanna all’ergastolo

“Mio fratello Francesco e Carlo Gagliardi sono gli autori dell’omicidio del fratello di Massimo D’Amico, Tonino D’Amico, detto l’uomo tigre, il quale, per quanto è a mia conoscenza, continuava ad avere contatti con Massimo anche dopo l’inizio della sua collaborazione”, è scritto nel verbale dell’udienza del processo in Corte d’Assise, a Brindisi, scaturito dall’inchiesta “Zero” della Dda salentina. “Mandante dell’omicidio è Giuseppe Gagliardi che lo ordinò a suo fratello e a mio fratello Francesco, nel corso di colloqui con Damiano Gagliardi e Giovanni Gagliardi”.

Quanto al movente: “Giuseppe Gagliardi aveva motivi di rancore nei confronti di Massimo D’Amico che sin dal 1998 lo umiliava in carcere a Brindisi. L’omicidio del fratello fu il modo per punire Massimo di questo e della sua collaborazione”. Collaborazione che nell’ambiente era nota e quindi non poteva essere tollerata.

Francesco Campana e Carlo Gagliardi raggiunsero Tonino D’Amico sulla diga di Punta Riso, a Brindisi, il 9 settembre del 2001, dove stava pescando. Gagliardi guidava, Francesco Campana sparò, stando alla ricostruzione di Sandro Campana. Pallettoni calibro 12 raggiunsero D’Amico al torace e alla testa.

 

Il ferimento di Vincenzo Greco.

Altra accusa al fratello, per il ferimento di Vincenzo Greco: “I mandanti sono mio fratello Francesco e Ronzino De Nitto, gli autori materiali sono tali Floriano e Benito di Sandonaci, il primo dei quali sarei in grado di riconoscere perché l’ho incontrato in carcere nell’estate del 2012”, è scritto nel verbale nella parte relativa al ferimento del mesagnese avvenuto il primo luglio 2010. “I due hanno utilizzato una Kawasaki 900 nera e a sparare materialmente è stato Benito, mentre Floriano era alla guida della moticicletta, della quale è particolarmente bravo. In quel periodo Leonardo Greco e Vincenzo Greco, affiliato a Vicientino dal 2000, erano particolarmente attivi nel traffico di stupefacenti in Sandonaci ed erano entrati in contrasto con Floriano e Benito, con i quali venivano alle mani e di conseguenza anche con Pietro Soleto. Poiché l’azione doveva svolgersi a Mesagne fu chiesta l’autorizzazione a mio fratello e a Ronzino De Nitto”.

 

L’omicidio Toni Cammello.

“Sono a conoscenza diretta, perché me ne ha spesso parlato Amedeo Esperti nel corso della nostra comune detenzione a Taranto dal 2003 al 2005, dove occupavamo la stessa cella, delle circostanze dell’omicidio di Toni Cammello”. Anche queste dichiarazioni risultano agli atti del processo.

“Amedeo Esperti detto ‘Ciotolina’, mi confidava spesso in quel periodo di temere una eventuale collaborazione di Francesco Argentieri, detto Francescone, o Giovanni Colucci di Ostuni, detto ‘il professore’, affiliati a Massimo Delle Grottaglie. Gli autori materiali dell’omicidio di Toni Cammello furono Argentieri, Colucci ed Esperti, al quale lo stesso Cammello era affiliato. Il motivo dell’omicidio era il sospetto che la vittima fosse un confidente delle forze di polizia e nella circostanza che fosse tossicodipendente era inaffidabile”.

 

La presa di posizione di Francesco Campana

Francesco Campana, di recente trasferito dal carcere di Voghera a quello di Opera, ha sempre respinto le accuse mosse dal fratello. Da ultimo il 6 aprile 2016, in videoconferenza, in collegamento con la Corte d’Assise, poco prima di essere condannato al fine pena:

“Io non ho mai ucciso nessuno e non ho rapporti con il mio consanguineo da 12 anni ormai”.

Mai pronunciata, in quella occasione, la parola fratello come si vede nella trascrizione di quella udienza. In cella Francesco Campana ha proseguito gli studi, ha deciso di iscriversi alla facoltà di Filosofia dell’università di Pavia e si è anche sposato con rito civile.

Sulla collaborazione del fratello, la sua non meraviglia, messa per iscritto in una lettera inviata alla redazione de La Gazzetta del Mezzogiorno il 2 settembre 2015: “Iacta alea est. Nonostante il sottoscritto preferirebbe volentieri il silenzio, sento l’esigenza morale di dissociarmi dalla recente decisione di Sandro Campana di collaborare con gli inquirenti. Preciso che prendo le distanze dall’inaccettabile presa di posizione del suddetto neo collaboratore di giustizia.

Francesco Campana

Sulla base del contesto esistenziale dei miei ventitré anni di detenzione e delle accuse mossemi da ben diciassette collaboratori di giustizia (Semeraro Alceste, Di Coste Francesco, Bellanova Giuseppe, D’Amico Massimo, Belfiore Emanuele, Greco Antonio, Leo Giuseppe, Leo Cosimo, Panico Fabio, Greco Leonardo, Passaseo Giuseppe, Caforio Simone, Perez Alessandro, Guarini Cosimo Giovanni, Gonoli Achille, Penna Ercole, Gravina Francesco alias Gabibbo) discordanti e contraddittori fra loro, che non hanno condotto gli inquirenti ad individuare un autentico principio di verità, non mi meraviglio più di tanto, a questo punto, se si è aggiunto un ennesimo collaboratore di giustizia.

 Tuttavia, sul piano morale mi affligge che un consanguineo, che ha vissuto in prima persona l’ingiustizia dei vari processi a mio carico (molti dei quali conclusisi – dopo due lustri – con sentenza assolutoria solo da parte della Suprema corte di cassazione), basati solo ed esclusivamente sulla dubbia (falsa?) scorta dei vari collaboratori di giustizia, abbia deciso di abbracciare tutt’altra posizione.

Poiché la collaborazione di un cittadino privato della libertà personale è probabilmente basata sulla logica del «do ut des», mi piacerebbe sapere quale grado di convenienza gli sia stato accordato e/o promesso”.

Cosa abbia fatto Sandro Campana in quelli che sono stati gli ultimi giorni della sua vita, sarà la magistratura a stabilirlo. Ma l’inchiesta resta secretata, trattandosi di un collaboratore di giustizia.

 

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