Porticciolo di Brindisi, resta Bocca di Puglia: Tar annulla revoca concessione

La sezione di Lecce ha accolto il ricorso della spa contro il decreto dell’Authority dopo l’interdittiva antimafia per Igeco, socio di maggioranza: “Deficit motivazionale, nessun collegamento tra le due società”

di Stefania De Cristofaro

BRINDISI – La società Bocca di Puglia spa resta nella titolarità della concessione demaniale del porticciolo turistico Marina di Brindisi, per effetto della pronuncia del Tar. I giudici della sezione di Lecce hanno annullato il decreto con il quale esattamente un anno fa, il presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale, Ugo Patroni Griffi, aveva revocato la concessione, in seguito all’interdittiva antimafia per Igeco, socia di maggioranza di Bocca di Puglia essendo titolare del 55,27 per cento del pacchetto azionario.

La sentenza del Tar e il caso Igeco

Secondo i giudici non sussiste proprietà transitiva per la quale il pericolo di infiltrazione mafiosa rivelato per Igeco si possa ripercuotere nella struttura societaria della Bocca di Puglia.

I documenti processuali, quelli che sono stati esaminati dai giudici amministrativi, hanno evidenziato una sterilizzazione di qualsiasi rischio di condizionamento o infiltrazione di stampo mafioso perché Bocca di Puglia ha sostituito i componenti del consiglio di amministrazione che, in precedenza, erano riferibili a Igeco, essendo stati diretta espressione della stessa in qualità di socio di maggioranza. Il collegio del Tar parla a questo proposito di misure di self cleaning, cioè di “auto pulizia”. Igeco, inoltre, ha avviato la vendita di tutte le partecipazioni detenute in altre società (lo si apprende dalla stessa sentenza del Tar).

La sentenza con cui i giudici amministrativi hanno accolto il ricorso degli avvocati di Bocca di Puglia è dello scorso 12 febbraio, mentre le motivazioni sono state pubblicate ieri, 24 marzo. La sentenza offre, di conseguenza, un chiarimento sulla vicenda che negli ultimi 12 mesi ha visto opposti Bocca di Puglia e Authority. La società privata e l’Ente portuale, di fatto, sono stati divisi dalle vicende che hanno interessato la Igeco dopo che dalla prefettura di Roma, città in cui ha sede legale la società, è arrivata l’interdittiva antimafia. Igeco, già in precedenza, era finita al centro delle cronache del Salento, essendo titolare di appalti per la gestione del servizio di raccolta dei rifiuti in diversi Comuni e per la costruzione e gestione di porticcioli. Igeco, infatti, risulta proprietaria, perché socia insieme ai Comuni di riferimento, del porto turistico di Leuca e Melendugno ed è anche affidataria dei lavori per la realizzazione della Darsena di San Cataldo. La società, inoltre, risulta anche socia della Sgm, la società di trasporti pubblici del Comune di Lecce. Gestiva il servizio rifiuti al Comune di Parabita e Cellino San Marco, sciolti per mafia proprio a seguito delle infiltrazioni mafiose riscontrate in Igeco e all’interno delle amministrazioni comunali. In Sardegna ha vinto l’appalto per la manutenzione delle strade Anas e altri appalti ha vinto in Veneto.

L’Autorità portuale

La decisione del presidente dell’Authority di revocare la concessione per il porticciolo, risale al 25 marzo 2019. Il decreto era relativo sia all’area demaniale marittima dell’approdo turistico di 121.342 metri quadrati, che alla licenza per il cavidotto interrato di 187 metri quadrati. Quest’ultimo funzionale all’alimentazione dell’impianto di videosorveglianza dell’approdo. Griffi nello stesso provvedimento notificato a Bocca di Puglia, il giorno dopo, intimava di liberare (sgomberare) l’area demaniale e gli specchi acquei oggetto delle concessioni entro 120 giorni. Da qui l’inizio del contenzioso amministrativo che non può dirsi concluso, poiché l’Autorità portuale può impugnare la sentenza del Tar dinanzi al Consiglio di Stato.

La sentenza, pronunciata dal presidente Antonio Pasca (Ettore Manca consigliere e Francesca Ferrazzoli, referendario, estensore) era stata anticipata nell’ordinanza con la quale il collegio, il 4 luglio 2019, accolse l’istanza cautelare presentata da Bocca di Puglia in attesa appunto della pronuncia di merito. Furono, infatti, sospesi gli effetti del decreto di Griffi.

Nella sentenza, i giudici hanno ribadito che il decreto dell’Ente portuale è viziato da un deficit motivazionale, in relazione alla permanenza di un significativo collegamento tra la proprietà di Igeco, destinataria dell’interdittiva antimafia, e la Bocca di Puglia, dopo le misure di self cleaning societarie finalizzate alla sterilizzazione di situazioni riferibili a possibili tentativi di infiltrazione mafiosa. Tesi sostenuta sin dalle prime battute dagli avvocati Fabio Patarnello, Francesca Sbrana, Fabio Baglivo, Antonio Catricalà.

Bocca di Puglia, società a capitale misto pubblico/privato, venne costituita il 28 dicembre 1999, su iniziativa del Comune di Brindisi, con Giovanni Antonino sindaco, per la realizzazione e la gestione di un porto turistico che ad oggi conta 638 posti barca, dai sei ai 35 metri. Superata la fase di emergenza conseguenza del Covid 19, sarà sede del Salone nautico, dopo la parentesi barese.

Igeco, il concordato preventivo e l’interdittiva

Titolare delle quote di maggioranza di Bocca di Puglia è Igeco che il primo ottobre 2018, ha presentato presso il Tribunale di Lecce, domanda di concordato preventivo (liquidatorio) chiedendo di alienare tutte le quote di partecipazione nelle varie strutture portuali. In attesa della nomina da parte del Tribunale, la Prefettura di Roma, ha adottato a carico di Igeco “un’informativa antimafia interdittiva ex articolo 84, D.Lgs. n. 159/2011”. Il presupposto, come si legge nel provvedimento, era il seguente: “Allo stato sussiste la presenza di situazioni relative a tentativi di infiltrazione mafiosa previste dal d.lgs. 6 settembre 2011, numero 159 e successive modifiche ed integrazioni”.

Essendo venuta a conoscenza dell’interdittiva, l’Autorità di Sistema Portuale ha comunicato l’avvio del procedimento di revoca della concessione demaniale. Igeco, a sua volta, ha presentato ricorso contro l’interdittiva dinanzi al Tar del Lazio, mentre Bocca di Puglia ha adito il Tar di Lecce dopo aver adottato alcune misure per “dissociarsi dalla precedente gestione e definire una nuova governance aziendale che non sia espressione del socio Igeco e la conseguente nomina di un consiglio di amministrazione completamente terzo ed estraneo ai già esistenti rapporti societari e dotato del massimo dei requisiti generali di moralità richiesti dalla contrattualistica pubblica”.

Per completezza dei fatti, va detto che il 3 febbraio scorso il Tar Lazio ha respinto il ricorso avverso l’interdittiva antimafia. Nove giorni dopo, il caso “Marina di Brindisi” è stato affrontato nel merito dai giudici della sezione di Lecce, dopo aver ascoltato le parti.

Bocca di Puglia

Bocca di Puglia ha ribadito che l’Amministrazione ha “travisato l’art. 94 del D.Lgs. 159/2011, che diversamente a quanto accaduto nel caso in esame, dovrebbe essere applicato esclusivamente al soggetto direttamente attinto dall’interdittiva antimafia e che non si presterebbe ad una interpretazione estensiva che trasferisca meccanicamente gli effetti della stessa interdittiva anche a soggetti con i quali l’impresa interdetta abbia intrattenuto ordinari rapporti giuridico commerciali”.

Gli avvocati della spa, inoltre, hanno eccepito “il deficit motivazionale del decreto del presidente dell’Autorità portuale” perché non c’è stata alcuna indicazione delle “ragioni per le quali le misure di self-cleaning adottate da Bocca di Puglia nei confronti del socio Igeco non sono state ritenute sufficienti a garantire l’allontanamento della società concessionaria dal pericolo di condizionamento e/o infiltrazione mafiosa”. I legali, infine, hanno rappresentato che “la revoca di una concessione così rilevante sotto il profilo degli interessi pubblici coinvolti non avrebbe potuto considerarsi un atto vincolato neppure qualora il titolare del contratto pubblico in corso di svolgimento coincidesse direttamente con il soggetto colpito da interdittiva”.

L’avvocatura dello Stato

Quanto, invece, all’Authority, l’avvocatura dello Stato, ha ribadito che il provvedimento impugnato è stato effettivamente emesso all’esito di un procedimento che ha trovato la propria genesi dell’interdittiva antimafia, ma la cui conclusione non sarebbe stata del tutto scontata. E che le dimissioni irrevocabili dei consiglieri riconducibili a Igeco sono intervenute tardivamente, in tempi tali da non rendere possibile la verifica su quali poteri erano stati conferiti all’amministratore delegato. Dimissioni irrevocabili sono stati consegnate da Ilaria Ricchiuto, Ada Quartulli e Simona Cafiero.

Il Tar di Lecce

Nella sentenza, i giudici hanno sottolineato in primis che “la norma limita espressamente il proprio ambito di applicazione soggettivo alle sole società o imprese interessate” dal provvedimento prefettizio. Hanno poi ricordato che la giurisprudenza, chiamata a pronunciarsi più volte sul punto, ha tratto un giudizio di illegittimità di qualsiasi automatica considerazione della sussistenza di rischi di infiltrazione mafiosa in capo ad una impresa per il solo fatto che si fosse associata ad altra impresa ritenuta controindicata.

I giudici scrivono: “Pertanto, la vicinanza tra una impresa controindicata e una impresa oggetto di valutazione nel procedimento volto alla definizione di un provvedimento interdittivo va apprezzata caso per caso, in relazione alle concrete vicende collaborative tra le due imprese, che vanno adeguatamente approfondite allo scopo di accertare la sussistenza di fattori oggettivi di condizionamento, non della impresa controindicata rispetto a quella in valutazione, ma solo da parte delle medesime organizzazioni criminali che hanno compromesso la posizione della prima”. Ancora: “La possibilità che un soggetto destinatario di una misura interdittiva possa compromettere l’integrità anche di altro soggetto con il quale intrattiene rapporti giuridico economici deve dunque essere accertato in concreto, caso per caso”.

“In particolare, secondo giurisprudenza consolidata, quando una misura interdittiva antimafia colpisce un’impresa mandante o mandataria di un rti (raggruppamento temporaneo d’impresa, ndr) è consentito all’Amministrazione di proseguire il rapporto di appalto con l’impresa superstite, in tal modo contemperandosi il prosieguo dell’iniziativa economica delle imprese in forma associata con le esigenze afferenti alla sicurezza e all’ordine pubblico connesse alla repressione dei fenomeni di stampo mafioso, ogni volta che, a mezzo di pronte misure espulsive, si determini volontariamente l’allontanamento e la sterilizzazione delle imprese in pericolo di condizionamento mafioso”.

La documentazione processuale

Nel caso della Bocca di Puglia, secondo il Tar, “dalla documentazione versata in atti è incontrovertibilmente provato che la stessa società ha proceduto ad adottare misure volte a sterilizzare la partecipazione di Igeco all’interno di Bocca di Puglia spa e in particolare ha sostituito l’amministratore delegato e ha rimosso i tre componenti del consiglio di amministrazione in qualche modo riconducibili a Igeco accettando le loro dimissioni irrevocabili”.

Dalle evidenze processuali, sempre secondo il Tar, “si evince altresì che la ricorrente (Bocca di Puglia, ndr) ha proceduto anche a informare costantemente l’Autorità delle iniziative intraprese e che tutto ciò è avvenuto precedentemente all’adozione del provvedimento impugnato”.

La conclusione

In questo contesto, la conclusione: “Non è stata evidenziata la sussistenza di alcun indice diretto in relazione alla permanenza di un condizionamento diretto o di un significativo collegamento tra la proprietà Bocca di Puglia e la società Igeco, né è stato esplicitato il percorso motivazionale che ha portato a ritenere presente il pericolo di infiltrazione mafiosa”.

“Neppure è stato contestato che la nuova governance aziendale non costituisca in alcun modo espressione, in nessuna delle sue componenti, del socio destinatario dell’interdittiva”, si legge nelle motivazioni della sentenza. “Peraltro, l’idoneità delle iniziative di self cleaning assunte dall’odierna ricorrente a carico della Igeco è stata indirettamente confermata dal decreto del Tribunale di Lecce del 24 settembre 2019 con il quale è stata formalmente aperta la procedura di concordato preventivo richiesta dalla stessa Igeco”.

Il concordato preventivo

Questo provvedimento rileva in particolare che attualmente Igeco non ha più il controllo delle proprie principali attività, poiché i rami relativi agli appalti pubblici (rifiuti e lavori) sono gestiti da un “amministratore straordinario” di nomina prefettizia; la previsione della vendita delle partecipazioni azionarie detenute dalla stessa Igeco costituisce ampia garanzia idonea ad evitare qualsiasi possibile contaminazione rispetto alla problematica dell’interdittiva; infine “una volta ammessa la procedura di concordato, vi è il controllo giudiziario, tramite i già nominati commissari giudiziari, sulle relative attività di gestione, con espressa previsione normativa di sottoporre a preventiva autorizzazione del giudice delegato tutti gli atti di straordinaria amministrazione”.

L’autorizzazione del giudice delegato di per sé “già rappresenta uno strumento che consente un adeguato controllo della società ammessa alla procedura di concordato, limitando i rischi paventati dall’interdittiva”.

Per questi motivi, i giudici del Tar di Lecce sono arrivati alla conclusione “che il provvedimento impugnato sia viziato per difetto di istruttoria e deficit motivazionale, atteso che non risultano adeguatamente esplicitate le ragioni per le quali l’Autorità ha ritenuto permanere un significativo collegamento tra la proprietà di Bocca di Puglia e la società Igeco dopo le disposte misure di self cleaning societario”.

Bocca di Puglia, di conseguenza, resta nella titolarità della concessione demaniale e potrà continuare a gestire il porticciolo Marina di Brindisi.

 

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