Omicidio di Halloween, fine pena mai

BRINDISI. Omicidio dopo la festa di Halloween: ergastolo definitivo per i brindisini Romano, Coffa e Polito. La Cassazione respinge i ricorsi dei difensori: “Cosimo Tedesco ucciso per futili motivi dopo una lite al party dei bambini”

di Stefania De Cristofaro

BRINDISI – Ergastolo da scontare perché diventato definitivo per tre brindisini, dopo la pronuncia della Cassazione sull’omicidio di Cosimo Tedesco. Gli Ermellini hanno respinto i ricorsi dei difensori degli imputati Andrea Romano, Alessandro Polito e Francesco Coffa: al di là di ogni ragionevole dubbio, sono stati riconosciuti colpevoli di aver ucciso Tedesco, 52 anni, e di aver ferito il figlio Luca, la mattina del primo novembre 2014, a colpi di Beretta calibro 9, dopo un litigio per futili motivi, avvenuto la sera precedente nel corso della festa di Halloween, organizzata per il compleanno di una nipotina di Tedesco che compiva tre anni.

La Cassazione

La Suprema Corte si è espressa sui ricorsi dei penalisti lo scorso 4 marzo. “Durante la festicciola, la bambina di Andrea Romano”, presente con la mamma, “si avvicina più volte al passeggino in cui dorme il figlio neonato di Luca Tedesco”. A questo punto iniziano i “rimproveri di Luca Tedesco alla donna e da qui parte una discussione”. Questa discussione, nella ricostruzione che ormai è diventata verità processuale non più impugnabile, porta all’omicidio che, secondo i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Lecce, è “un’azione omicida maldestra” per affermare “l’onore offeso in quel contesto socio-culturale”.

Gli imputati

Coffa, 39 anni, viene fermato il 7 novembre 2014. E’ il primo a essere arrestato dai carabinieri per l’omicidio. I suoi difensori, gli avvocati Agnese Guido e Massimo Murra avevano chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste o per non averlo commesso. Andrea Romano, 34 anni, viene arrestato il 25 febbraio dell’anno successivo: i penalisti Cinzia Cavallo e Ladislao Massari avevano chiesto la riqualificazione giuridica del fatto da omicidio volontario in omicidio preterintenzionale, con conseguente rideterminazione della pena. Romano ha sempre ammesso la propria responsabilità, precisando di non voler uccidere e ha scagionato gli altri due. Alessandro Polito, 39 anni, finisce in carcere per questa vicenda, il 3 aprile 2015: i difensori Cinzia Cavallo e Giuseppe Corleto avevano chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto.

Romano e Coffa sono considerati i volti emergenti della Sacra Corona Unita, stando all’inchiesta dei pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, chiamata Synedrium.

Non vicini al sodalizio, ma “promotori, dirigenti e organizzatori” di una frangia che ha preso persino il loro nome, così come è stato contestato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale salentino nell’ordinanza di custodia cautelare notificata in cella il 13 febbraio 2020.

I nomi di Romano e Coffa sono stati resi da diversi ex uomini della Scu, dai fratelli Sandro e Antonio Campana (fratelli di Francesco, rimasto invece fedele a quel vincolo in posizione di vertice), sino agli ultimi collaboratori di giustizia, Roberto Leuci e Vito Braccio, le cui dichiarazioni risalgono a meno di un anno fa.

Le parti civili

Nel processo sull’omicidio di Cosimo Tedesco e sul ferimento del figlio, la moglie e la madre di Cosimo Tedesco e lo stesso Luca Tedesco sono stati riconosciuti parti civili e sono rappresentati dall’avvocato Paoloantonio D’Amico di Brindisi. Definitive, quindi, anche le statuizioni della Corte d’Assise d’Appello: al figlio, la provvisionale di 50mila euro, alle due donne 30mila euro a testa.

D’Amico aveva chiesto ai giudici togati e popolari della Corte salentino la “conferma del carcere a vita per Romano”, per Polito, aveva precisato il ruolo nei termini di un “concorso morale”, mentre aveva chiesto la “con conferma dell’ergastolo per Coffa” non essendo emerso “alcun profilo di responsabilità nei suoi confronti” tenuto conto delle “conclusioni alle quali è giunto il perito balistico”.

La Beretta, il proiettile e l’imboscata

Stando agli atti del processo, “il proiettile estratto dalla schiena di Luca Tedesco è stato sparato dalla stessa pistola con cui venne ucciso il padre Cosimo Tedesco”. Una sola pistola, una Beretta calibro 9 x17, si legge nella relazione dell’ingegnere Riccardo Ramirez, depositata nel corso del processo di secondo grado.

Le motivazioni della Corte salentino risalgono al 18 marzo dello scorso anno. Il collegio era presieduto da Vincenzo Scardia, a latere Carlo Errico, con sei giudici popolari.

Questa è la ricostruzione scritta nelle motivazioni dei giudici e diventata definitiva, a meno che i difensori non raccolgano elementi nuovi, tali da chiedere la revisione del processo: “Gli imputati attirano Cosimo Tedesco a casa di Romano per un chiarimento dopo il banale litigio avvenuto la sera prima tra alcuni componenti delle rispettive famiglie, ma in realtà allo scopo di vendicare uno sgarro, organizzando una sorta di imboscata a casa propria, dove ad attendersi c’è un gruppo composto da Romano e dai cognati Coffa e Polito”.

In quell’abitazione “Tedesco viene ucciso con tre colpi di pistola, una Beretta calibro 9 corto. Poi la fuga, durante la quale c’è il ferimento di Luca Tedesco, raggiunto da un proiettile lungo le scale del palazzo”. In questa fase, sono tre i colpi sparati, non prima di aver minacciato un altro figlio di Cosimo Tedesco. Nella storia ci sono “due gruppi: da una parte Cosimo Tedesco e i suoi familiari, dall’altra Andrea Romano con i suoi parenti”.

La festa di Halloween, il litigio e l’aggravante dei futili motivi

“Non sono sorte contestazioni sull’antefatto”, è scritto nella sentenza. E’ il 31 ottobre 2014, festa di compleanno di una nipotina di Cosimo Tedesco che compie tre anni. Partecipa tutta la famiglia della mamma e ci sono anche alcuni parenti di Andrea Romano che “sono in buoni rapporti” con la donna. Sono assenti “Andrea Romano che è ai domiciliari e Francesco Coffa che è altrove”. “Nel corso della festa, la figlia di Andrea Romano”, presente assieme alla mamma, “si avvicina più volte al passeggino in cui dorme il figlio neonato di Luca Tedesco”. Iniziano i “rimproveri di Luca Tedesco alla donna e da qui parte una discussione”.

Le telefonate e i due gruppi

“In perfetta coerenza con il particolare contesto socio-culturale emerso dagli atti, è lecito ritenere che da entrambe le parti volano parole grosse”. Parole che, seguendo questa ricostruzione, danno il via “a una escalation di tensione fatta di reciproche telefonare notturne tra i vari soggetti a cui segue, la mattina dopo un incontro tra due coppie per prendere un caffè e chiarirsi”. Da un lato la figlia di Cosimo Tedesco con il marito e dall’altro Alessandro Polito e la moglie, sostiene la Corte. In “tale occasione Polito ribadisce la necessità che Cosimo Tedesco si rechi a casa di Romano e Tedesco – prosegue la Corte – quella stessa mattina si reca a casa di Romano”. Prima però raggiunge “casa di Polito, senza trovarlo” e poi va da “Romano, pregando con voce agitata i figli di raggiungerlo lì”. Tutto questo emerge “dalle testimonianze e dall’analisi del traffico telefonico”. Cosimo Tedesco sale da solo a casa di Andrea Romano.

La premeditazione contestata dal pm esclusa dalla Corte

Il litigio in occasione della festa, quindi, è “il futile motivo”, contestato come aggravante all’accusa di omicidio volontario. A giudizio della Corte, non “vale a escludere la sussistenza dell’aggravante dei futili motivi, la particolare concezione dell’onore familiare, risultando di solare evidenza l’abissale sproporzione esistente tra il sacrificio di una vita umana e il motivo alla base di tale condotta”.

Anzi, l’aver agito per questo motivo, “per un proposito di vendetta e di affermazione del proprio onore, è indice univoco di un istinto criminale più spiccato e di una maggiore pericolosità degli imputati”.

Rispetto però all’accusa iniziale, la Corte ha escluso la premeditazione come ulteriore aggravante, rimando alla tesi sostenuta dal gup di fronte al quale si è svolto il processo con rito abbreviato. “Non può ragionevolmente ritenersi che Romano già quando telefonata alla figlia di Cosimo Tedesco la sera del 31 ottobre e Polito, successivamente, avesse già maturato la volontà di uccidere”, si legge nelle motivazioni. “Una simile intenzione, inoltre, va esclusa dal luogo e dal giorno in cui l’incontro avviene”, e cioé l’appartamento di Andrea Romano, alle 12 in una giornata di festa. Una condizione “illogica” tanto per il gup quanto per la Corte. A maggior ragione tenuto conto del fatto che Romano era in regime di arresti domiciliari.

I giudici della Corte d’Assise d’Appello hanno fatto due ulteriori considerazioni rispetto all’esclusione della premeditazione: hanno definito “incompatibile il modo stesso, alquanto maldestro, con cui si è svolta l’azione omicida, con il tentativo di ripulire malamente la scena del crimine”. “Ciò rende ancora più illogico progettare l’omicidio nell’appartamento alla presenza della moglie e dei figli, con il rischio che potessero essere attinti da qualche colpo”.

Non solo. La Corte ha ritenuto “incompatibile con la premeditazione”, il fatto che “gli assassini lasciano per terra Cosimo Tedesco, gravemente ferito ma non agonizzante, senza dargli il colpo di grazia, ma permettendogli di essere soccorso”. Tedesco muore in ospedale.

In una ricostruzione così puntellata dal collegio giudicante, non c’è stato spazio per sostenere e, quindi, riconoscere l’“attenuante della provocazione”, sempre stando a quanto si legge nelle motivazioni. “A tutto voler concedere, la valutazione dei fattori determinatici dell’azione e il peso della loro effettiva incidenza causale, riposano sulle convinzioni dell’imputato e del suo gruppo di appartenenza, oltre che della sua sensibilità personale”. In quest’ottica, non hanno rivestito un carattere di ingiustizia collettiva, “intesa come effettiva contrarietà a regole giuridiche, morali e sociali, reputate tali nell’ambito di una determinata collettività in un dato momento storico”.

Ergastolo da scontare. Fine pena mai per Romano, Coffa e Polito.

La vittima era disarmata

Cosimo Tedesco muore in ospedale a seguito delle gravissime ferite riportate. Dai tabulati telefonici risulta che pochi minuti dopo le 12 Tedesco telefona al figlio Luca chiedendogli di raggiungerlo in piazza Raffaello. E telefona anche all’altro figlio, Luciano, dandogli appuntamento sotto casa della nonna.
I fatti hanno dimostrato che Cosimo Tedesco non ha aspettato l’arrivo né dell’uno, né dell’altro. “Sale a casa di Romano”, si legge nelle motivazioni della Corte d’Assise d’Appello. “Sale, da solo e disarmato”. Venticinque minuti dopo, Cosimo Tedesco arriva in ospedale, accompagnato dall’altro figlio, Luciano. E’ Luciano Tedesco a contattare il 113. La telefonata al numero di pronto intervento è registrata alle 12.19.37.
Sono le intercettazioni telefoniche autorizzate all’indomani dell’omicidio a indirizzare i carabinieri sui fratelli Alessandro e Francesco Coffa e sui mariti delle loro sorelle, Angela e Annarita, Andrea Romano e Alessandro Polito. L’indagine Synedrium che, per la prima volta, ha portato a sostenere l’esistenza del clan Romano-Coffa come clan mafioso parte proprio da queste intercettazioni perché “consentono di acquisire rilevantissimi elementi di reità a carico di numerosi soggetti appartenenti o gravitanti attorno al nucleo familiare in questione, in relazione ad attività illecite poste in essere per favorire e finanziare la latitanza di Andrea Romano e Alessandro Polito e per gestire il traffico di sostanze stupefacenti e anche per “consolidare sul territorio il clan mafioso agli stessi facenti capo”. Lo ha scritto il gip contestando l’associazione mafiosa anche alle donne.

 

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