La vita ai tempi del Covid-19

Corona Virus, voci dalla trincea. Diario di bordo di chi è in prima linea, per fornire i servizi essenziali. Iniziamo con Daniela Spera, farmacista in un Centro commerciale a Taranto. Invitiamo tutti a volerci inviare le proprie testimonianze dalla “trincea”: poche righe, un video, un audio vocale. Tutti i contributi contribuiranno a restituire il mosaico dell’umanità degli italiani e delle italiane.

Di Daniela Spera

Da qualche giorno la vita di tutti noi è drasticamente cambiata. Ansia, paura, diffidenza hanno ormai preso il sopravvento. Colpa di un virus, il covid-19, meglio noto come coronavirus. Oggi non si sorride più se si vedono in giro persone indossare mascherine. Anzi, qualcuno arriva a rimproverarti, se non ce l’hai, convinto che le mascherine possano salvare il mondo. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha da ieri dichiarato ufficialmente pandemia. Ma lo era in realtà da settimane. Intanto, il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte ha disposto la chiusura della maggior parte delle attività commerciali garantendo quelle che forniscono beni di prima necessità: alimenti e farmaci. Anche nei centri commerciali, dove svolgo la professione di farmacista.

Qui, da qualche giorno, mi sento come un soldato. In trincea. Perché la gente non ha capito che questo virus si sconfigge standosene tra le quattro mura della propria casa. ‘E’ arrivata l’amuchina? Sono arrivate le mascherine? E la glicerina? E l’alcool?’ ma la risposta è sempre la stessa: no, tutto esaurito.

Ma questo non basta. Si fermano davanti a te con sguardo perso nel vuoto. Gli occhi sembrano dirti ‘dai, non è possibile, non può essere e ora come faccio?’. Panico. Quindi ripartono: ‘sapete quando arriveranno?’. Ma la risposta è sempre la stessa: no. Tutto questo mentre invito la gente a mantenersi a distanza di sicurezza, a non accalcarsi, ad attendere il proprio turno, assicurando che farò presto… ma non basta. Le domande partono da lontano mentre davanti a te stai cercando di dare consigli per l’assunzione di un farmaco. Naturalmente a distanza di sicurezza, certo. Una distanza che è impossibile da rispettare quando, per forza di cose, devi raccogliere le banconote o il bancomat per procedere al pagamento. Ieri un addetto ha solo appoggiato alcune mascherine sul bancone davanti a due clienti. Erano per noi dipendenti ma, subito dopo, è partita la guerra. Sono volate offese. Ho dovuto venderle.

Non è facile fare il farmacista già in condizioni normali. Ma ai tempi del coronavirus, questo mestiere, è diventato un vero e proprio servizio civile. Ho paura e non per il coronavirus ma per la rabbia che ogni giorno monta nella gente. Una rabbia alimentata da terrore.

C’è anche chi si offende perché hai osato invitarlo a tenersi a distanza di sicurezza ‘ma sono a più di un metro da lei, che dice, dottoressa!?’ ed io ‘ma non lo è dalla persona che è vicino a lei’ qualcuno reagisce con un ‘ha ragione, non ci ho fatto caso’ qualcun altro ti manda a quel paese e va via. Bambini, coppie, ragazzi: li vedi bardati con mascherine improvvisate. Qualcuno si fa scudo anche con la sciarpa. Al mattino, tanti anziani fuori aspettano l’apertura. Molti vengono con l’autobus e quindi hanno fretta per due motivi: fare velocemente la spesa e prendere la prima corsa di rientro disponibile. Ma tu, nel tuo turno di lavoro, sei sola e ti chiedi se riuscirai a resistere così per oltre sei ore.

Il telefono squilla e la richiesta è sempre la stessa: gel disinfettante e mascherine. Chiamano anche case di cura e carcere. Dopo ogni cliente passi il gel sulle mani, l’alcool etilico sul bancone, ti tieni a distanza. Le persone ti chiedono cosa fare. Rispondo di tenersi a distanza di almeno un metro tra loro, di pulirsi spesso le mani, uscendo meno possibile nei luoghi di grande affluenza. Ma non basta hanno bisogno di rassicurazioni. Vogliono sentirsi dire che andrà tutto bene.

Alla fine del tuo turno te ne torni a casa. Capita che sul viso qualche lacrima scenda mossa da stanchezza e senso di impotenza. E poi ti chiedi se, per te, è andato tutto bene, perché quell’asma allergica che comincia a far capolino, come sempre in questa stagione, un giorno potrebbe tradirti, in emergenza coronavirus, anche se sei farmacista.

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