Petruzzelli: Adriana Lecouvreur prima e ultima

di Fernando Greco

(foto di Clarissa Lapolla)

Mentre la paura del coronavirus annichilisce ogni attività sociale, è doveroso ricordare la prima di “Adriana Lecouvreur” rappresentata al Petruzzelli di Bari il 4 marzo e rimasta senza repliche a causa della sospensione dell’attività del teatro. Fortunati coloro che, nonostante gli infausti presagi che incombevano durante tutta la serata, hanno applaudito la bella messa in scena di quest’opera, che si spera possa essere ripresa al più presto per la gioia di organizzatori e spettatori. A tal proposito, un barlume di speranza è giunto dal sovrintendente della Fondazione Petruzzelli Massimo Biscardi, che ha già previsto un piano di recupero delle repliche della “Lecouvreur” in aprile, sempre che al teatro sarà concesso di riaprire i battenti. Riapertura del botteghino prevista per il 15 marzo.

Profumo di Art Nouveau

L’ “Adriana Lecouvreur” di Francesco Cilea (1866 – 1950) è opera che riassume in maniera esemplare le molteplici e spesso contrastanti suggestioni del primo Novecento, musicalmente in equilibrio tra un lirismo di derivazione pucciniana, lo stile di conversazione di matrice francese e gli sfoghi veristi della Giovane Scuola. Mentre l’immortale Tosca pucciniana nacque dall’estro creativo di Sardou, Adrienne Lecouvreur fu una tragédienne realmente esistita, diva della Comédie Francaise negli anni dell’Illuminismo, la cui romanzata biografia, compreso il mistero di una morte improvvisa, ben si adattava alla decadente passionalità fin-de-siècle. Il dramma in prosa “Adrienne Lecouvreur” di Scribe e Legouvé (1849), cavallo di battaglia di Sarah Bernhardt, divenne perciò argomento non solo della partitura di Cilea (1902), ma anche di una storica pellicola interpretata da Yvonne Printemps nel 1938. La temperie culturale di quegli anni a cavallo tra due secoli caratterizza l’allestimento barese a cura di Giovanni Agostinucci: c’è profumo di art-nouveau nei costumi dai ricchi panneggi, nei cappellini, nella vestaglia indossata dalla protagonista, così come nella scalinata del secondo atto e nel fondale del “Giudizio di Paride” sospeso tra Alma-Tadema e Mucha. Ottima la resa drammaturgica, simpatica ed efficace la trovata dei quattro manichini con cui, nel primo atto, interagiscono i quattro membri della Comédie. Il coup de théatre ideato per il finale dell’opera è un vero colpo al cuore: il libretto prevede che, alla morte di Adriana, Maurizio si abbandoni sul corpo di lei, invece a Bari Michonnet scaccia violentemente Maurizio per poi accasciarsi disperato sulla donna, lui che forse è l’unico che l’abbia amata per davvero. L’Orchestra del Petruzzelli, diretta per l’occasione da Jordi Bernàcer (già assistente di Lorin Maazel e resident conductor all’Opera di San Francisco), si è distinta per una magistrale esecuzione, evidenziando il contrasto tra il turgore dei momenti dal piglio decisamente sinfonico e l’estasi quasi cameristica dei momenti più raccolti, dando sempre il giusto risalto alle voci. Inappuntabile il Coro istruito da Fabrizio Cassi. Giustamente neoclassiche le coreografie di Giorgio Mancini danzate dalla compagnia Daniele Cipriani.

Un’autentica fuoriclasse

Nel ruolo della protagonista il soprano uruguaiano Maria José Siri, dopo i cimenti pucciniani al Teatro alla Scala (Madama Butterfly e Manon Lescaut), si è confermata un’autentica fuoriclasse, rivelando autorevole presenza scenica e un timbro squisitamente lirico, ora dilatato in aeree evanescenze, come nell’ Umile ancella dell’inizio, ora capace di accenti stentorei, come nel caso del duetto con la Principessa o del monologo di Fedra, ora raccolto in un sincero dolore, come nell’aria “Poveri fiori”. Impagabile il baritono Pietro Spagnoli nei panni di un Michonnet intenso e accorato, vocalmente perfetto in un ruolo lontano dal repertorio belcantistico con cui il celebre cantante è solito deliziare il suo pubblico, nondimeno interpretato con singolare incisività e credibilità. Tramite un popolare video streaming i melomani hanno già apprezzato due anni fa il giovane tenore Migran Agadzhanyan nel ruolo di Maurizio di Sassonia al Festival di Verbier sotto la direzione di Valery Gergiev: a Bari Agadzhanyan si è nuovamente distinto per un perfetto aplomb e per una vocalità calda e generosa. Formidabile grinta e timbro vellutato sono state le qualità sfoderate dal mezzosoprano Alessandra Volpe alle prese con la Principessa di Bouillon, personaggio di cui l’interprete ha fatto emergere tutta la fascinosa sensualità e la prepotente gelosia. Il basso In-Sung Sim e il tenore Valentino Buzza hanno ben sottolineato l’esilarante indolenza dell’accoppiata Principe di Bouillon e Abate di Chazeuil nei loro botta-e-risposta dal taglio macchiettistico. Il brillante quartetto dei soci della Comédie ha confermato l’irresistibile perizia scenica e il bel timbro vocale del tenore Nico Franchini nei panni di Poisson e del mezzosoprano Antonella Colaianni in quelli di Mademoiselle Dangeville, nomi già noti al pubblico pugliese, nonché del baritono Roberto Maietta e del soprano Silvia Lee nei rispettivi ruoli di Quinault e di Mademoiselle Jouvenot. Il maggiordomo era interpretato con puntualità dal tenore Vincenzo Mandarino.

Adriana e Maurizio nel quarto atto
I quattro soci della Comédie Francaise
Adriana e Michonnet nel primo atto
Adriana e Maurizio nel secondo atto
Il primo atto
La Jouvenot e la Dangeville
L’Abate e la Principessa all’inizio del terzo atto
Il terzo atto
Il giudizio di Paride
Il monologo di Fedra

 

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