Il virus della paura

di Thomas Pistoia

L’ultima volta era andata davvero male.
Erano riusciti a organizzarsi col professor Protopapa, l’unico abbastanza anziano da accettare il rischio. Col favore del buio, avevano scassinato porte e cancelli, raggiungendo quel luogo di cui avevano dimenticato l’odore, i rumori, le voci. Alcuni di loro quel luogo non lo avevano neanche mai visto, perché erano nati dopo Il Grande Disastro.
– Ah, dunque è fatta così? E’ fatta così una scuola?

Il professor Protopapa si era commosso fino alle lacrime. Quel giorno avrebbe insegnato di nuovo, forse per l’ultima volta. Gli alunni si erano seduti nei banchi con lo stessa devozione di chi si inginocchia in chiesa e avevano ascoltato in silenzio il vecchio insegnante di storia. Un tempo, per sfuggire all’interrogazione, erano soliti cercare di porre una domanda tanto complessa, da far sì che l’insegnante per rispondere fosse costretto a utilizzare l’intera ora di lezione. Quella volta non era stato necessario, la domanda era una e una sola: come-è-potuto-accadere-tutto-questo?
Il professore aveva cominciato a spiegare, a raccontare di come i media e la politica avessero costruito, anni prima, il virus letale. Un’influenza nuova che non doveva uccidere i corpi, quantomeno non doveva ucciderne molti di più rispetto a quanto fatto da altre influenze; doveva invece annientare la serenità. La paura è una forma di intelligenza, ma se mal gestita diventa, lei sì, la peggiore malattia.

Il virus era fatto di notizie allarmanti, di statistiche presentate come catastrofiche, di interviste continue a personaggi pubblici che ne esaltavano la pericolosità. Un bombardamento a tappeto di tiggì, talk-show, titoli di giornale, provvedimenti urgenti contro il contagio, creazioni di zone rosse fino al coprifuoco. La paura aveva allontanato le persone. Tutti si erano chiusi in casa, in attesa di un vaccino che nessuno avrebbe mai scoperto. Quelli che si erano ostinati a uscire erano stati additati come untori sovversivi e fu chiesta per loro una punizione esemplare. Il popolo, in nome della sicurezza, aveva invocato l’isolamento totale e l’ascesa di una dittatura. La dittatura era nata, mentre baci, abbracci, strette di mano venivano messi al bando. Qualsiasi attività ludica o lavorativa era stata soppressa.

Una nazione, un continente, poi un intero pianeta si erano fermati per sempre, impoveriti e tenuti al guinzaglio da sistemi di potere che li controllavano senza uccidere nessuno. Bastava la paura.
La gente aveva potuto continuare a comunicare solo attraverso il web, finché non si era sviluppata, dopo anni, la lotta clandestina dei giovani. Il darkweb, il lato oscuro della rete, aveva offerto loro asilo e clandestinità. “Preferiamo ammalarci che vivere così. Questa non è vita” era divenuto il loro motto. L’ultima parte della frase era stata trasformata in un hashtag: #questanonèvita. E da questa parola d’ordine, ripetuta nei post e nelle chat, era cominciata la lotta.

Ma il professore, quella volta, non aveva potuto proseguire la sua lezione. I poliziotti avevano fatto irruzione nella scuola e avevano arrestato lui e gli studenti. I ragazzi avevano urlato lo slogan “questa non è vita, vogliamo andare a scuola”, finchè i manganelli non avevano tolto loro il fiato.
Già, l’ultima volta era andata proprio male. Ma quella e altre azioni soffocate nel sangue, erano state soltanto delle prove generali. La vera rivoluzione cominciava adesso.
Il passaparola nel darkweb era divenuto virale. L’appuntamento decisivo era fissato per il 21 marzo alle ore 11 del mattino.

E accadde quello che nessuno avrebbe mai osato immaginare: un enorme, infinito, planetario flash mob.
In tutti i posti del mondo, il 21 marzo alle 11 del mattino, i giovani si riversarono per le strade, con i cellulari in play sulla stessa canzone, “Let it go” del film Frozen, e cominciarono a cantare e a danzare.
Le città si riempirono di musica e colori, di gioia, al punto che tutti, anche gli adulti e gli anziani, ovunque, uscirono dalle loro case come trasportati dalla corrente di un fiume. E cominciarono a stringersi le mani, a baciarsi e ad abbracciarsi.
Quando arrivò la polizia, non si trovò di fronte gruppi di ribelli. Stavolta nelle piazze c’erano interi popoli. Gli agenti sollevarono i manganelli e le folle, in un attimo, li travolsero.
Restarono così, col braccio sollevato in un colpo non sferrato, mentre gruppi di ragazzi li attorniavano e li invitavano a ballare, cantando

Well, now they know
Let it go, let it go
Can’t hold it back anymore
Let it go, let it go
Turn away and slam the door

La gente abbracciò i poliziotti e anche loro capirono. Gettarono via i manganelli e si unirono alla festa.
I palazzi del potere, le redazioni dei giornali, gli studi televisivi si svuotarono. Quelli che li occupavano si diedero alla fuga. Ora erano loro ad avere paura; della gioia, della musica, della libertà.
Dell’amore.

Poi un tizio starnutì.

Sì, in una città qualsiasi del mondo, durante quella festosa rivoluzione, nel bel mezzo del flash mob, qualcuno starnutì,

Tutti si fermarono, la musica cessò, nella piazza scese il silenzio.
Ma solo per qualche secondo.
Poi scoppiò un’enorme risata collettiva. Qualcuno fece di nuovo play.
E la musica ricominciò.

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