Pronto soccorso

di Barbara Toma

ore 9.10
Pronto Soccorso Ospedale Vito Fazzi, Lecce

Aspetto educatamente in fila per l’accettazione, su una gamba sola, sono qui per un infortunio al ginocchio.
Ci sono due sportelli, ma solo uno è attivo. C’è uno strano movimento di addetti ai lavori oltre quel vetro. Improvvisamente l’uomo allo sportello si alza e sparisce nel nulla. Dopo un po’ arriva una sua collega e si siede dietro all’altro sportello, quello a sinistra. Tutta la fila si sposta sinistra.
Ma dopo una sola accettazione succede di nuovo: la donna dietro lo sportello si alza per sparire anche lei dietro le quinte di quello che sembra essere un posto estremamente misterioso e pieno di movimento.
Torna il collega di prima e si siede allo sportello di destra. tutta la fila si sposta a destra.

All’inizio continuavamo tutti ad aspettare che tornasse quello che era uscito, anche perché la sua collega sembrava molto indaffarata a fare altro e ci ignorava completamente. Poi qualcuno ha chiesto delucidazioni e la fila si è spostata la prima volta. Quando è sparita anche la seconda addetta è iniziato il gioco degli spostamenti.

Durante i 30 minuti in cui ho atteso il mio turno la cosa è continuata così, con i colleghi che si alternavano e la fila che si spostava da destra a sinistra e viceversa.
Il motivo resta un mistero.
Essendo quello un pronto soccorso, per rispetto, non ho nemmeno osato parlare, non vorrei mai dare fastidio a chi lavora dove, sicuramente, ci sono persone in condizioni molto più gravi delle mie. Avranno sicuramente i loro buoni motivi per comportarsi in quel modo.

Finalmente tocca a me. L’addetto prende i miei dati, compila una scheda e mi consegna un numerino.
Ringrazio e faccio l’errore di chiedere del ghiaccio per il ginocchio.
Il tipo sparisce di nuovo nel nulla (tutta la fila si sposta di nuovo e qualcuno mi guarda malissimo).
Dopo averlo aspettato un po’ mi arrendo e, stanca di stare su una gamba sola con le borse in mano, decido di dirigermi verso la sala d’attesa e, finalmente, sedermi.
In mano ho il n.96, perfetto, sullo schermo c’è il n.93!
Ma allora perché siamo almeno una ventina qui ad attendere?

Mi metto comoda, con la gamba stesa, mando qualche messaggio e poi inizio a guardarmi intorno.
La sala d’attesa altro non è che un container adibito a sala e aggiunto all’edificio dell’ospedale. Ci piove dentro. Le pareti sono ricoperte con pannelli di plastica verde chiaro e tutte macchiate all’altezza delle teste delle sedute. Le sedie sono arancioni e disposte in file una dietro l’altra, io sono in seconda fila, davanti a me poche persone, alle mie spalle una sala piena.

La maggior parte ha gli occhi puntati sul telefonino, una donna legge un libro, altri hanno lo sguardo perso nel vuoto, probabilmente sono entrati in una specie di trance per sopportare il dolore/fastidio o l’attesa.
Sono l’unica non accompagnata.
Che bella l’Italia! Qui è pieno di figlie, figli , mariti e nipoti che accompagnano lo sfortunato di turno.
Anch’io avrei potuto essere in compagnia, ma ho preferito evitare.

Decido di mettere da parte telefonino e libro e guardarmi intorno.

Alle 10.20 mi cercano : ’la donna con infortunio al ginocchio dov’è?’
E’ lui, l’uomo dell’accettazione. Ha in mano qualcosa, mi si avvicina e dice: ‘Scusa, non abbiamo più ghiaccio sintetico. Ti ho preso del ghiaccio in mensa…’
E mi porge un guanto di plastica blu con dentro dei cubetti di ghiaccio, chiuso come un palloncino e avvolto nella carta.
Penso a quanto sia assurdo che un ospedale non abbia del ghiaccio sintetico e a quanto sia stato gentile quell’uomo a darsi da fare per me.

ore 11.25
in un’ora e mezzo siamo passati dal n. 93 al n.94
Intanto ho fatto amicizia con la signora Anna: un faccione tondo con la pelle liscia e due grandi occhi neri, come i suoi cortissimi capelli sbarazzini. Ha la faccia buona. Aspetta educatamente e silenziosamente.
Noto che ha difficoltà a sedersi e uno strano gonfiore sotto al maglione, al lato della pancia.
Racconta di avere un ernia dolorante che è fuoriuscita. E’ anche affetta da una malattia rara ma non vuole tediarmi con tutte le sue problematiche, il suo problema principale oggi è l’ernia, solo che non può essere operata perché ha uno Stoma (una sacca esterna per le feci). E’ in lista d’attesa per essere operata e rimuovere lo stoma, e dovevano operarla ad Agosto ma… ancora nulla.
E’ qui dalle 06 di stamattina, è già stata visitata, aspetta solo i risultati delle analisi. Ne avrà per altre 2/3 ore.
Da agosto ad oggi è stata qui già 5 volte, le hanno fatto altrettante colonscopie e innumerevoli altri esami invasivi, che dovrà ripetere se non verrà operata presto.

Stare seduta dopo un po’ diventa troppo doloroso per lei e avrebbe bisogno di stendersi, ma non si lamenta.
Ha il volto dolce e gli occhi sorridenti. Infonde calma.
Nonostante l’odissea che vive da mesi, forse anni. Nonostante la sofferenza fisica e questo suo continuo stato di allerta in attesa della sua operazione.

Nel frattempo la sala continua a riempirsi e cambia il numero sullo schermo: 95.
Io sono la prossima (chissà quando però).

C’è un anziano minuto, con il volto scavato, le mani segnate dalla fatica e la coppola in testa, che parla da solo. Quello che sembra essere suo figlio ha un telefonino che ogni tanto squilla e ci distoglie tutti dai nostri pensieri con le note di un famoso pezzo dei Pink Floyd. Ogni tanto il silenzio in sala viene interrotto dall’impazienza di qualcuno stanco di attendere.
Altrimenti la colonna sonora di questa storia è una sola, scandisce il ritmo della nostra attesa il lamento di un’anziana signora in barella, anche lei ferma in corridoio da ore, che ogni 3 o 4 minuti lancia un urlo stridulo e fortissimo (continuo a chiedermi quale sia la sua storia. Soffre tanto e resta lì in attesa perché non c’è modo di aiutarla? Non posso crederci. Forse i medici hanno già appurato che in realtà non ha nulla di grave? Forse sono di altra natura i problemi che la inducono ad urlare così?)
Non potendo chiacchierare anche con lei mi limito a rispettare il suo dolore, qualsiasi forma abbia, e, a differenza della maggior parte dei presenti, mi piace pensare che , nonostante le apparenze, i medici stiano facendo tutto il possibile per aiutarla. Sappiamo bene in che condizioni sono costretti a lavorare e quanto soffrano della carenza di personale…

La vita mi ha insegnato che a volte chi urla di più non è per forza la persona più sofferente.

La signora Anna, per esempio, sembra stare quasi bene nonostante ciò che mi racconta.
E la sua storia su come ha dovuto lottare per ottenere una pensione di invalidità conferma la teoria.
‘se non ti lamenti e hai una faccia curata e serena non ti credono. Come se dovessero giudicare la tua invalidità dall’aspetto e non dalla cartella clinica!’

In generale qui sembrano tutti essere d’accordo sul fatto che più sei gentile ed educato più aspetti.
E, ancora una volta, mi sento quasi in difetto nel mio essere paziente ed rispettosa nelle attese.
n. 96
Tocca a me!
Ma il mio incedere zoppicando è lento e, non vedendomi arrivare subito, il dottore passa avanti.
Ci ritroviamo insieme davanti alla porta io e il vecchietto con la coppola, il n.97.
Non ho potuto far altro che farlo passare avanti.
Questo mi ha permesso di scoprire l’esistenza di una signora bellissima, molto anziana, che dice di fare volontariato qui da ben 32 anni e che si prodiga ad aiutare la gente come può. Ma lei meriterebbe un articolo tutto suo…

Alla fine, dopo altre 5 ore di attese alternate a visite alle 14.45 sono stata dimessa.
Buone notizie: solo 10 giorni di riposo e poi posso tornare in sala!

 

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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