La mosca dei boss

di Thomas Pistoia

– Ci siamo tutti? Unu, doi, tre… Chi manca?
– M’ssur.
– Arustà?
– Al cesso.
– Va beh, cominciamo senza di lui, tanto mo’ arriva.
Pippi si siede. Lui è il boss di Lecce. E’ rinchiuso in questo carcere barese già da diversi anni. Oggi è mercoledì e di mercoledì c’è la riunione di tutti i capi condannati al “quarantunobissi”, come lo chiama lui. Gli altri mafiosi lasciano che sia lui a presiedere l’incontro, un po’ per delicatezza nei confronti del collega oriundo, un po’ perché Pippi è l’unico che sa scrivere i pizzini un po’ decentemente. Per questo tiene sempre davanti a sé alcuni fogli. Gli piace, anche se fa un po’ amministratore di condominio. Sottolinea il suo ruolo facendo scattare la penna continuamente – ticlick ticlick – pigiandola sul tavolo.
La riunione settimanale è una cosa seria, è il momento in cui i boss parlano d’affari, si spartiscono il territorio, risolvono gli screzi, decidono chi ammazzare.
Si sono tutti seduti, tranne M’ssur, il capo di Bari vecchia, che proprio ora sta tirando lo sciacquone. Esce e lascia la porta aperta. Il fetore che proviene dal bagno si sparge per tutta la stanza.
– Minchia – dice Mimino, boss di Bitettobitontobitritto, rivolgendosi al nuovo arrivato – ora capisco perché dicono tutti che la mafia è una montagna di merda…
Risate.
– Vaffanculo – replica M’ssur.
Sono fatti così, sono dei giocherelloni. Se non fossero tutti all’ergastolo potrebbero sembrare una compagnia di vecchi amici al bar. Scherzano, si sfottono, ma, in realtà, non sono amici per un cazzo. E’ un periodo che sono tutti dentro, quindi possono parlarsi direttamente. Magari si insultano a vicenda, ma non fanno guerre vere. Qualche volta ci scappa un accoltellamento tra affiliati, però sono casi limite. Inoltre, negli ultimi tempi, le riunioni hanno dato buoni frutti. La spartizione del territorio non lascia scontento nessuno, ognuno ha la sua enorme fonte di reddito in base alla propria specializzazione. Certo, tutti trafficano droga, ma ognuno ha una sua branca secondaria di attività criminale specifica: c’è chi si occupa di rifiuti tossici, chi di gioco d’azzardo, chi di prostituzione… La riunione del mercoledì serve a fare anche un po’ il punto della settimana.
– Allora – dice Pippi – ordine del giorno: Salvatore ha parlato con Gigi, quello della ‘ndrina di Vibo Valentia. Ci fa sapere, tramite Leonardo Pizzo, che il giudice che ha fatto tutto quel casino da loro, prima o poi verrà a fare lo stesso casino pure da noi. Quindi, dice, fategli un’ammazzatina, così la smette de rumpire li cuiuni.
– Certo, ce lo fanno ammazzare così poi gli sbirri se la prendono con noi! Che se l’ammazzassero da soli! – dice Mimino.
– Sono d’accordo, questo sta dicendo minchiate. Poi, che bisogno c’è di ammazzarlo? Abbiamo tanti amici degli amici  tra politici e giornalisti. Ci pensano loro. Lo delegittimano, attribuendo a lui qualsiasi problema, pure la diarrea dei cani. Lo facciamo deferire al Consiglio Superiore… Questi della ‘ndrina non capiscono una minchia, pensano ancora che per risolvere i problemi servano le bombe!
– Va bene, passiamo alla questione del Kalashnikov. Il piano di far portare un pezzettino di arma alla volta, a ciascuno dei nostri familiari, durante le visite, sta funzionando. Certo, a loro fa un po’ male portare pezzi di metallo nel didietro e a noi fa un po’ schifo il momento della consegna, ma non si può fare la frittata senza rompere le uova.
– C’è comunque un problema – dice M’ssur.
– Quale?
– La canna. E’ un pezzo unico. E’ lunga. Hai presente la canna di un Kalashnikov, no? Come fa uno a mettersela su per il
Non riesce a finire la frase, gli altri si mettono a sghignazzare.
Ma lui non stava scherzando.
– Guardate che dico sul serio!
Ma più ripete che non scherza, più loro ridono. E ridono tanto che alla fine lo contagiano. Ed eccoli tutti, con le lacrime agli occhi, che sghignazzano e battono i pugni sul tavolo. Non riuscirebbero a fermarsi, se non fosse per l’improvviso bip-bip che, nonostante il baccano che fanno, riescono a udire.
– E’ Lucia! E’ Lucia!
Si alzano all’unisono e corrono alla finestra. Lucia è la moglie di Nicola. Lui tiene la zona delle Murge. E’ suo quel marchingegno che, sorretto dalla rotazione di quattro piccole eliche, sta levitando vicino le sbarre. Per trasposizione, dato che è pilotato da Lucia, posizionata all’ultimo piano di un palazzo poco distante, il drone viene considerato di genere femminile e gli è stato assegnato il nome della sua pilota.
Lucia (il drone) porta appeso alle sue estremità un pacchetto contenente:

– notizie e pizzini vari
– bustine di coca e altre droghe
– qualche volta trasporta piccoli telefoni cellulari

Insomma, il necessario per lavorare, ma anche quello che occorre per i momenti di relax.
Che bella la tecnologia! Un tempo tutta questa roba i parenti la portavano… Sì, anche questa, nei deretani. Non c’è che dire, i mafiosi sono tutti dei rottinc…
Va beh, alcune signore più stitiche prediligevano nascondere le cose nei pannolini sporchi dei bimbi piccoli… Insomma, merda. Sempre. Ovunque. Mafia.
Ma com’è diventata brava la Lucia a guidare la Lucia! La prima volta che lo fece volare, il drone finì scafazzato sul muro di cinta. Col tempo e con la pratica, però, è diventata meghiè ubbaronerossu.
Così in carcere, alla fine, è tutto uguale. C’è una cupola di boss, come fuori. Anzi, no. La cupola è sempre la stessa e comanda anche quando sta dentro. Comanda dentro per quelli di fuori. Non cambia mai niente. Questi, ovunque vadano, trovano sempre il modo di averla vinta, di averla meglio e di decidere per gli altri. Non sono mica diversi da quelli di Cosa Nostra degli anni ’80. Durante un processo, Masino Buscetta ebbe a dire che lui, quand’era detenuto all’Ucciardone, faceva quello che voleva. Qui, nel 2020, succede la stessa cosa. Il vecchio palazzo del carcere è sprovvisto di telecamere. E’ sovraffollato. Ospita detenuti per il doppio della sua capienza, ma non riceve contributi statali in proporzione. E il mangiare fa schifo.
Nella sezione in cui stanno i boss, no. Tutto va a meraviglia. Tutto continua a essere mafia.
Così come nei tribunali la giustizia non è uguale per tutti, qui non lo è la pena.
Ma la speranza è uno spirito testardo, beffardo. Quando sembra sconfitta, è in quel momento che comincia a reagire.
Ci sono altri detenuti, laggiù, nell’altra sezione, quella in cui si sconta il carcere vero. Hanno commesso errori altrettanto gravi, forse imperdonabili, ma non sono mafiosi. Stanno salendo sul palco.
C’è chi, dopo essere stato cattivo, prova a interpretare un eroe. C’è chi esorcizza se stesso, interpretando un malvagio. E’ qui, nel modo in cui fanno teatro, che lo spettacolo della loro vita riprende, è qui che continua.
Altri detenuti, mentre i boss se la spassano, entrano in un’aula e ascoltano le parole di un insegnante. Tra qualche anno prenderanno una laurea che non potranno mai usare, eppure studiano lo stesso.
La speranza, a volte così piccola, riesce a infilarsi tra gli ingranaggi della malvagità e a rallentarli. Sa che forse non li bloccherà mai, ma ci crede sempre.
Intanto, Lucia, il drone, torna indietro. Attraversa il cielo a strisce rosse del tramonto e ondeggia tra i palazzi come un enorme insetto.
Una mosca.
In viaggio come una pendolare, ogni giorno.
Da una merda all’altra.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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