Presidio di solidarietà per Maria Grazia Mazzola a Bari

Maria Grazia Mazzola giornalista RAI

L’inviata speciale del Tg1 fu aggredita e minacciata di morte da Monica Laera, mafiosa del clan Mercante-Caldarola, articolazione dello storico clan Strisciuglio. Domani l’udienza preliminare per il rinvio a giudizio

di Marilù Mastrogiovanni

Domani a Bari, presso il Tribunale penale, ore 9 ci celebrerà l’udienza preliminare per il rinvio a giudizio di Monica Laera, che il 9 febbraio 2008 in via Petrelli, quartiere Libertà, aggredì con un pugno e minacciò di morte l’inviata speciale del Tg1 Maria Grazia Mazzola.

CHI E’ MONICA LAERA

Monica Laera è una boss del clan Caldarola-Mercante, articolazione dello storico clan Strisciuglio. Condannata in via definitiva per associazione mafiosa e soggetto socialmente pericoloso secondo i giudici della Cassazione, è moglie del boss barese Lorenzo Caldarola, madre di Ivan, imputato per violenza sessuale verso una bambina di 12, in carcere per estorsione e detenzione di armi.

Lorenzo Caldarola, ristretto in carcere, è condannato in via definitiva per mafia (416 bis).

Francesco, uno dei figli di Laera e Caldarola, in carcere, è condannato in via definitiva per omicidio, ed è sposato con la figlia di Giuseppe Mercante, boss dell’omonimo clan, arrestato per mafia due mesi dopo l’aggressione di Mazzola.

La moglie di Giuseppe Mercante è quella Angela Ladisa che insieme a Monica Laera era presente sul luogo dell’aggressione in via Petrelli. Ladisa, nello stesso procedimento, è accusata di aver aggredito verbalmente, offendendone l’onore e il prestigio, i poliziotti intervenuti sul luogo dell’aggressione e chiamati dalla giornalista.

I FATTI

Maria Grazia Mazzola il 9 febbraio era in via Petrelli perché stava realizzando “Ragazzi dentro”, un’inchiesta di 50 minuti andata in onda su Rai1 sulla crescente militarizzazione del quartiere Libertà da parte dei clan che affiliano i ragazzini e sul tentativo di strapparli ai loro tentacoli da parte di don Francesco Prete. Con il cameramen, e attrezzata di telecamere nascoste, si è recata in via Petrelli, strada dove risiede la famiglia Caldarola, per raccogliere notizie sul rinvio a giudizio del figlio di Laera, Ivan, per violenza sessuale su una bambina.
Laera, uscita per strada dove si trovava Mazzola con il cameraman, ha inveito contro la giornalista, aggredendola con un pugno, minacciandola di morte con la frase: “Ehi non venire più qua che ti uccido”.

Mazzola ha riportato danni permanenti e certificati all’orecchio sinistro.

LE ACCUSE

La pm Lidia Giorgio della Direzione distrettuale antimafia di Bari ha contestato a Monica Laera vari reati: minacce, lesioni aggravate, associazione mafiosa.

La DDA di Bari contesta l’articolo del codice penale 416 bis, perché la minaccia di morte e l’aggressione fisica avevano l’obiettivo di controllare il territorio, cioè il quartiere Libertà, facendo pesare il suo status di mafiosa e di moglie di mafioso.

L’aggressione dunque, secondo la Procura, non è stata la conseguenza di uno “sfogo” seguito ad un alterco tra due persone, ma una modalità mafiosa messa in atto, in maniera plateale, per esercitare il controllo del territorio punendo la giornalista che aveva osato fare domande.

Laera, dopo l’accaduto, ha chiesto e ottenuto il diritto di replica e rettifica, ottenendo di essere intervistata dal servizio pubblico. Una pratica che offende il bene comune dell’informazione: siamo di fronte al servizio pubblico usato come megafono della mafia.

LE ARCHIVIAZIONI DELLE QUERELE

Monica Laera, dopo l’aggressione a Mazzola, ha querelato tre volte la giornalista per alcune interviste rilasciate a quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della sera.
Due delle querele sono state archiviate.
In una delle ordinanze di archiviazione il gip precisa che la condotta di Mazzola è stata rispettosa del cosiddetto “decalogo del buon giornalista”, che le domande non furono insistenti e anzi, “appena accennate”, e che vi fosse un oggettivo interesse pubblico sia sulle vicende giudiziarie del figlio di Laera, su cui vertevano le domande, sia sull’aggressione che ne è seguita.
Inoltre, scrive il gip, i rilievi della Mazzola sul conto della Laera erano pertinenti e veri in relazione sia all’aggressione sia al curriculum criminale della donna. Il giudice ha infine sancito e ribadito la correttezza dell’esercizio del diritto di cronaca esercitato da Mazzola, sottolineando che “è di agevole comprensione l’interesse pubblico alla conoscenza della notizia, atteso che le domande poste dalla giornalista (in realta’ appena accennate, attesa la reazione della Laera) vertevano su di un episodio di cronaca giudiziaria (che vedeva coinvolto il figlio della Laera) e dovevano innestarsi nell’ambito di un programma televisivo sulla devianza minorile”.

LA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE E LA SOLIDARIETA’

Maria Grazia mazzola è difesa dall’avvocata di fiducia Caterina Malavenda, per l’Ufficio legale Rai.
Davanti al Tribunale si terrà ia sostegno della giornalista un sit-in della società civile con Libera in testa, guidata dalla Vice-Presidente Nazionale avvocata Enza Rando, Ordine Nazionale Giornalisti, l’Unione Donne in Italia, i Centri antiviolenza Renata Fonte e Giraffa, i Salesiani di Bari, le associazioni antimafia, le parrocchie, la CGIL nazionale e Cgil Puglia, il CNCA nazionale, di cui fanno parte 250 associazioni, l’Antiracket Imprese nazionale, le Sardine Puglia, le Chiese Evangeliche, ASR, Marilu’ Mastrogiovanni direttora del Tacco d’Italia.
E’ previsto un lungo elenco di Costituzioni di parte Civile: LIBERA, Rai, Ordine Nazionale dei Giornalisti, la città di Bari col sindaco Antonio De Caro, l’Unione Donne in Italia, i Centri antiviolenza Giraffa e Renata Fonte, Associazione Stampa Romana, Fnsi, e altri.

Il presidio sarà seguito da Radio Radicale.

L’APPELLO DI MARIA GRAZIA MAZZOLA

Dopo l‘aggressione Mazzola ha scritto un lunga e commovente lettera ai cittadini di Bari, ricordando la sua esperienza trentennale al servizio di quelli che definisce i suoi editori, i cittadini.
L’appello è stato letto in un incontro pubblico presso la parrocchia del Redentore, dove don Francesco Preite è impegnato da anni a strappare i più giovani dalla stretta dei clan.
Scrive Maria Grazia: “Carissimi amici di bari, del quartiere Libertà,carissimo don Francesco Preite, cari ragazzi che vivete con difficoltà la realtà, io sono con voi, con tutti quelli che ogni giorno scelgono la legalità e si oppongono al sonno della cultura mafiosa.
Non vi uniformate all’accettazione della violenza, dell’arroganza e della prevaricazione. Denunciate. Costruiamo luoghi di aggregazione giovanile sani, antimafia e antiviolenza di ogni tipo. Luoghi di creatività, capannelli di giustizia.
Ragazzi, separatevi dai malavitosi. Il denaro facile porta al carcere o alla morte”.
A Maria Grazia tutta la solidarietà della redazione del Tacco d’Italia.

PER SAPERNE DI PIU’

Siamo tutte Maria Grazia
Le immagini dell’aggressione a Maria Grazia Mazzola
L’appello di Maria Grazia Mazzola alla città di Bari: “Ribellatevi al sonno della cultura mafiosa!”
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Le scuse a Maria Grazia Mazzola
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Info sull'autore

Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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