Zona rossa

di Barbara Toma

A tutti gli amici che dichiarano di essere a favore della normalizzazione e della liberalizzazione della prostituzione chiedo:
“Voi che parlate di “libera scelta della donna”, quante volte siete andati a ‘puttane’?! Quante ne avete conosciute di persona? Con quanti abituali clienti di prostitute vi siete consultati?”

Crescendo in Olanda ho convissuto con la presenza di zone rosse in tutte le città in cui ho abitato.

I Paesi Bassi tollerano prostituzione e droghe leggere, perché la loro economia non potrebbe farne a meno.
Ora, ammetto di aver visto ragazzi distrutti dalla dipendenza da cannabis, isolati dal mondo e chiusi in casa, perennemente sotto effetto ( alcuni tipi di cannabis sono chimici ed estremamente forti). Per cui non dirò mai che non è nocivo fumarla, ma ritengo siano molto nocivi anche sigarette e alcol. Sono sempre stata a favore della legalizzazione delle droghe, perché la considero l’unica reale arma per combattere la mafia che gestisce questo business miliardario. E perché mi spaventa l’idea che un ragazzino incuriosito dalla cannabis possa entrare in contatto con gente senza scrupolo capace di vendergli qualsiasi altro tipo di droga.
Ora, capisco che, seguendo la stessa logica, si arrivi a pensare che legalizzare la prostituzione possa essere una soluzione.

Ma una donna, cazzo, è un’essere umano, non un oggetto!

Per cui non posso accettare che questa teoria venga usata anche per la prostituzione. Per il semplice fatto che ritengo che il sesso a pagamento sia sempre e comunque uno stupro.
Anche quando la donna stessa dichiara il contrario.
Vendere il proprio corpo non è mai una libera scelta.

Una donna deve essere libera di scegliere come e con chi fare sesso, con uno solo, con tantissimi, fatti suoi. Una donna che ama molto il sesso e la trasgressione potrebbe liberamente scegliere di lavorare nell’industria pornografica. Perché no.
Ma, mettere il proprio corpo a disposizione di chiunque voglia soddisfare il proprio egoismo sessuale in cambio di soldi, altro non è che farsi stuprare a pagamento.

Parliamoci chiaro: legalizzare la prostituzione porterebbe soldi allo stato e le donne, invece di prostituirsi in strada, lo farebbero in un bordello. Più caldo, certo, forse anche un po’ più sicuro, sicuramente meno fastidioso, perché non visibile.

In realtà, se non sei cresciuto in Olanda e hai superato l’età dell’ adolescenza, il primo impatto con le vetrine di Amsterdam è di una tristezza indescrivibile. Fa un certo effetto vedere persone, in carne ed ossa, esposte come merce in dietro al vetro. Ve lo assicuro.

Per me, invece, era normale passeggiare per le vetrine che espongono donne in carne ed ossa.
Io non ho avuto un’adolescenza facile. E, col senno di poi, devo dire che la mia ‘comitiva’ di amici a 14/15 anni era formata da ragazzi che, in un modo o nell’altro, avevano in tutti in comune una terribile storia famigliare.
Io però ero fortunata: ero diversa, perché, nonostante i problemi, godevo di una forte base di amore e sostegno in famiglia, e crescevo circondata da tanta cultura.

L’amore, l’arte e la cultura sono elementi indispensabili alla sopravvivenza umana.

Quando avevo 14 anni Sandy era la mia migliore amica. Se penso a quante volte sono stata a casa sua, ai tempi, mi vengono i brividi. Viveva in un palazzo di case popolari. Il suo problema erano suo padre e suo fratello: entrambi abusavano di lei.
A 17 anni, dopo il suicidio di mia madre, lasciai la città per inseguire il mio sogno e diventare danzatrice. Non l’ ho mai più rivista.

Fino a un sabato sera di 10 anni dopo. Vivevo ad Amsterdam e, per pagarmi gli studi in accademia, pur essendo una non fumatrice, lavoravo al Greenhouse, uno dei coffeeshop più famosi della città, che si trova proprio in mezzo alla zona rossa.

Quella sera facevo da cicerone a mia cugina, venuta a trovarmi dall’Italia. Camminavamo nella stradina più stretta e più famosa della zona rossa. Costellata di vetrine su ambo i lati e, talmente stretta, da non poterci camminare, se non in fila indiana. E fù proprio lì che la vidi, era proprio lei: Sandy. Ed era raggiante e bellissima.
Dimentica di dove mi trovavo, e del fatto che lei fosse praticamente nuda, le saltai al collo per salutarla.
E fù così che mi ritrovai, a sorseggiare una tazza di tè, seduta sul lettino di una prostituta.

Quelle stanze sono larghe esattamente quanto le vetrine, ricordo che mia cugina rimase tutto il tempo in piedi, cercando di nascondersi in un angolo accanto alla porta. Invece io, seduta sul letto, in bella vista in vetrina, chiacchieravo con Sandy e chiedevo l’impossibile. Come funziona qui? Cose c’è nell’armadio? Che prezzi avete?

Rispose a tutte le domande, ci mostrò ‘gli attrezzi da lavoro’ e ci fece anche una classifica dei clienti in base alla nazionalità. Gli italiani, belli e puliti, meritavano un bel terzo posto a suo parere, peccato solo che fossero sempre molto insistenti nel chiedere uno sconto…tant’è che in italiano Sandy sapeva dire solo ‘E daiiii!’.

Le pareti della stanzetta erano di cartongesso. Si sentiva benissimo tutto ciò che accadeva nelle stanze confinanti. Le chiesi se non fosse pericoloso. Mi rispose che c’erano dei controlli e che, certo, ogni tanto ne moriva una, ma…faceva parte del mestiere!

Raccontava del suo lavoro come qualcosa di estremamente facile e vantaggioso, cercava di convincermi che fosse conveniente, diceva che la maggior parte delle volte i clienti erano così ubriachi o stonati da riuscire a prendergli in giro e farsi pagare senza far nulla. Raccontava di aver messo da parte molti soldi e progettava di arrivare a smettere per gestire delle ragazze in proprio.
Tutto il tempo della nostra visita continuava a sorridere.

Eppure, una volta uscite da lì, io e mia cugina non fummo più capaci di fare o dire niente, ci ritrovammo in un bar, sedute una di fronte all’altra, in silenzio, investite da una profonda tristezza.

Quella sera Sandy rimase molto colpita dal nostro incontro; a quanto pare, da quella strada, aveva visto passare tanti ex amici e conoscenti, ma nessuno si era mai fermato a salutarla. Solo un professore si fermò, una volta, e le chiese uno sconto in nome dei vecchi tempi.

Sandy e le sue amiche presero a frequentare il coffeshop dove lavoravo, facevano tappa prima di andare al lavoro. Mi invitavano ad uscire con loro, mi cercavano, volevano essere mie amiche. Avevano tutte delle storie tristissime e violente alle spalle e una vita incasinata e cupa. A un certo punto dovetti prendere le distanze da loro, erano troppe, era tutto troppo…e io ero troppo diversa, e rischiavo di venire inghiottita dal loro malessere.

Mai, nemmeno per un attimo, ho creduto alle loro parole quando dicevano di fare quel mestiere per scelta e di amare ciò che facevano. I loro volti erano segnati dal dolore.
E ai tempi non immaginavo nemmeno come fossero segnati i loro corpi…

Oggi sappiamo che i tassi di Ptsd (disordini da stress post traumatico) nella prostituzione sono più alti che tra i veterani di guerra.
Oggi sappiamo che la scelta di normalizzare e legalizzare la prostituzione non è stata una scelta felice e che Paesi come l’Olanda stanno facendo passi indietro.
Oggi sappiamo che le prostitute in Germania vengono offerte in pacchetti tipo ‘all you can eat’ (prezzo fisso per un tempo illimitato), a volte con birra e patatine comprese nel prezzo o, incubo degli incubi, offerte con lo sconto comitiva.

Oggi sappiamo che l’unico Paese che è riuscito ad abbattere la prostituzione è la Svezia, dove la politica adottata è quella di punire in modo molto severo i clienti.

Viaggiando mi è capitato incontrarne molti, di clienti. Di quelli che fanno migliaia di chilometri per nascondere le proprie perversioni. Che a casa hanno moglie e figli, ma all’estero, senza vergogna alcuna, ti dicono: ‘una ragazzina di 14 anni qui è molto diversa da una ragazzina di 14 anni italiana’.

Amici miei, basta così, mi sento male, non penso di poter continuare.

In questi giorni è uscito in Italia il libro ‘Stupro a pagamento, La verità sulla prostituzione.’ di Rachel Moran. In cui l’autrice racconta, in prima persona, l’esperienza della prostituzione. In un intervista al Manifesto, dice: ‘l’ingresso a pagamento dentro il copro di qualcun altro è un atto di violenza sessuale in sé e per sé. Lo so perché l’ho vissuto e l’ho visto succedere tante volte, e non tutte sopravvivono.’
E ancora
‘Chi compra sesso è consapevole di commettere un stupro, i clienti sanno che il sesso per cui pagano è indesiderato, altrimenti non lo pagherebbero. E se vieni pagato per fare sesso non hai il diritto di lamentarti. E’ un abuso per contratto.’

Vi consiglio di comprarlo. Ecco.

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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