E’ solo una bomba

Dall’inizio del 2020 a Foggia s’è scatenato l’inferno. Il 2 gennaio scorso è stato ucciso Roberto D’Angelo, commerciante d’auto.
Poi l’attentato dinamitardo all’auto di Cristian Vigilante, manager sanitario, testimone dell’accusa in un processo di mafia.
E ancora tre incendi, a due bar e una macelleria.
La mafia foggiana non arretra, nonostante gli arresti in tutta Italia e l’incrementarsi della presenza delle forze dell’ordine.
Tutti ricordiamo il doppio efferato assassio dei fratelli Luigi e Aurelio Luciani a San Marco in Lamis, il 9 agosto 2017. Erano testimoni involontari dell’agguato al boss Mario Luciano Romito e al cognato Matteo De Palma e hanno pagato con la vita l’aver visto quello che non dovevano vedere.
L’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia parla di una mafia in espansione: non ha più senso parlare di mafia “agricola” e “rozza”, perché è capace di dialogare con la politica e l’imprenditoria. Anzi, si fa politica e imprenditoria. Nell’ottobre scorso lo scioglimento per mafia dei Comuni di Manfredonia e Cerignola, nel giro di una settimana. In tutto i Comuni sciolti sono quattro. C’è anche Monte Sant’angelo e Mattinata. Le manifestazioni servono, sì, ma il “no” alla mafia va detto tutti i giorni. Anche dalle Istituzioni. E questo è tutt’altro che scontato. E’ necessario poi raccontare con onestà intellettuale e coraggio: andando oltre la superficie e oltre la semplice aneddotica e la cronaca. Bisogna raccontare il contesto e assumersi l’onere che ci spetta, quello di formare l’opinione pubblica, difendendo i fatti. E anche questo non è scontato. M.L.M

di Thomas Pistoia

Entra nel negozio e si capisce subito che non è un cliente. Mentre Antonio serve una signora, lui si guarda intorno, senza mai soffermarsi sul banco della carne. Gli occhi puntano più in alto. Osserva la vetrina, i muri, il soffitto. Quando il suo sguardo incrocia il cartello “non si fa credito”, gli sfugge un sorriso.
Antonio taglia il filetto, scambia qualche parola con la donna che sta servendo, pesa, impacchetta, ma, senza farsi notare, non smette di seguire i movimenti del nuovo arrivato. Sente la nuca irrigidirsi in una sensazione di pelle d’oca che non ha mai provato in vita sua e rischia quasi di tagliarsi un dito. Forse, se si trovasse di fronte un serpente, se adesso un cobra sbucasse all’improvviso da sotto il bancone, in mezzo ai suoi piedi, reagirebbe allo stesso modo. E magari avrebbe più fortuna. Sta facendo finta di niente con se stesso, ma ha capito benissimo chi è quello là. Ha sentito parlare spesso, in paese, di lui e dei suoi amici.
Arriva il momento in cui la signora paga, prende il suo sacchetto e va via.
Così, nel negozio, restano soltanto loro due: Antonio e il cobra.
Il macellaio dovrebbe dire qualcosa tipo “prego” oppure “desidera?”, invece tace, come se volesse rimandare il più possibile un contatto che, ne è certo, sta per cambiargli la vita.
L’altro guarda altrove per qualche minuto, perché vuole far capire che a lui, alla fine, non gliene frega proprio un cazzo. Attenderà anche di più di così, anche tutto il giorno, anche una settimana, tanto la storia può finire in un modo e in uno soltanto.
E’ vestito in maniera distinta, ma non eccessivamente elegante. Serve a dire “apparentemente sono come te, ma sono meglio di te”. Non è armato, chi svolge il suo ruolo non lo è mai. Deve far capire che, se non ci saranno reazioni, se tutto andrà come deve andare (perché, appunto, in un solo modo deve andare), allora non accadrà niente di che. E’ come uno scambio, una transazione, in fondo è un rapporto di… Sì, di lavoro.
Quando finalmente apre bocca, la sua signorilità, il suo contegno, vengono irrimediabilmente danneggiati dall’italiano incerto, condito di dialetto, con cui comunica. Quella voce, quel tono, quel modo di comporre frasi che non hanno nulla di grammaticale, denunciano senza pietà il vero ruolo marginale che dovrebbe avere nella società civile. Se non appartenesse al sistema, se non avesse quegli amici, non camminerebbe per il paese ostentando boria, sarebbe lui il debole. E avrebbe più dignità.
Dice di essere (bisogna ammettere che lui e i suoi amici hanno fantasia) il geometra Anzalone e dice che è qui per l’assicurazione contro gli atti vandalici. Poi indica con precisione il giorno in cui verrà a ritirare la prima rata. In questa comunicazione non c’è arroganza, non ce ne sarebbe neanche se Antonio reagisse in modo violento. Una risposta negativa, la minaccia di chiamare i carabinieri, un pugno o un calcio nel culo, lo vedrebbero andar via pacificamente. Perché lui e i suoi amici colpiscono dopo, di nascosto, quando non ti puoi difendere. E non dimenticano, non dimenticano mai.
Comunque Antonio lo ascolta in silenzio, poi quello, portato a termine il suo compito, esce dal negozio.
Da questo momento la storia ha due possibili sviluppi.
Antonio accetta la richiesta del geometra Anzalone e paga. Paga ogni mese o ogni settimana.
E’ una tassa in più che, a dir la verità, se non fosse illegale, somiglierebbe molto alle altre tasse; questa, a differenza di quelle vere, se pagata dà luogo a un beneficio sicuro. Non ci saranno atti vandalici. Passeranno mesi, forse anni, e la cifra salirà sempre di più. Ma le motivazioni diventeranno più umanitarie. Dall’assicurazione si passerà al contributo per le famiglie dei carcerati e via così, finché qualche altro commerciante con più palle di Antonio non chiamerà davvero i carabinieri. Oppure finché gli amici non verranno beccati e messi dentro per qualcun’altra delle loro svariate attività criminali, che spesso sconfinano in un uso frequente dell’omicidio a sangue freddo.
Ma gli avvocati saranno bravi, oppure i figli del geometra prenderanno il posto del padre finché costui sarà in galera, così capiterà che, dopo qualche tempo, Antonio riprenderà a pagare, magari anche gli arretrati.
La seconda strada è la denuncia. Antonio andrà dai carabinieri, i quali organizzeranno una bella trappola. Gli diranno di fissare un appuntamento con l’estorsore, fingendo di voler pagare. Nel momento in cui Anzalone ritirerà il denaro, loro salteranno fuori dai nascondigli e lo arresteranno. Poi cercheranno di fargli confessare i nomi dei suoi complici e dei suoi capi. In realtà sanno benissimo chi sono, tutto il paese lo sa, ma non hanno testimonianze, non ci sono prove.
Passerà qualche giorno, magari anche una settimana, magari anche qualche mese. Poi, una notte, il paese verrà scosso da un’esplosione e il cellulare di Antonio squillerà.
Una bomba, cazzo, una bomba. Ma le bombe si usano in guerra, le bombe scoppiano in medio oriente, in quei posti lì. No, anche qui. In provincia di Foggia.
Antonio arriverà davanti al negozio poco dopo i pompieri. Aspetterà a distanza. Si avvicinerà un uomo, uno che abita lì vicino. Sarà bianco in volto e gli dirà che qualche minuto prima dell’esplosione lui passava di lì, tenendo per mano la sua bambina. Lo fisserà con gli occhi sbarrati, vitrei, di chi non vuole più pensare a niente, poi se ne andrà senza aggiungere altro.
Dopo, a fiamme spente, Antonio potrà entrare nel suo negozio a constatare lo sfacelo. Migliaia di euro di danni, da aggiungere magari a quelle cartelle dell’Agenzia delle entrate che gli sono arrivate qualche giorno prima.

In questa città non si può lavorare.

Qui la storia può prendere due ulteriori strade: nella prima, quella della realtà, Antonio chiude e si trasferisce altrove, oppure non riapre più. I compaesani diranno che gli è andata pure di lusso, che alla fine, si sa, pagano tutti. E quelli sono brave persone, fanno del bene, se gli chiedi un favore te lo fanno. Qualcuno ha visto chi ha messo la bomba? Macché! Sarà gente di fuori.
Nella seconda, quella della fantasia, lo Stato arriva come un angelo vendicatore, come un eroe, di più, come un supereroe. E non ha costumi sgargianti, ha il doppiopetto dei politici che vengono ad appoggiare il lavoro dei magistrati più coraggiosi e delle forze dell’ordine. Lo Stato si riprende il territorio, lo presidia, scova i parassiti, li mette in galera e butta via la chiave.

Li fotte, come loro volevano fottere Antonio.

Poi risarcisce il danno. Perché la colpa è sua, non ha prevenuto il crimine, non ha portato la cultura della legalità, la certezza della sua presenza tra la gente. Ha favorito la paura e l’omertà. Ma ora rimedia e promette di non ripetere più lo stesso errore. Lo Stato tende la mano a Antonio e lo aiuta a rialzarsi. E in paese tutti lodano il coraggio del loro concittadino e lo ringraziano.

Stiamo esagerando.
Sta diventando fantascienza.
Torniamo coi piedi per terra.
Foggia, anno del signore 2020.
E’ scoppiata un’altra bomba.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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