Tornare visibile e fiera

di Barbara Toma

Ci sono tanti motivi per nascondersi.
Ci si può nascondere per salvarsi, per mettersi al riparo dal pericolo.
Oppure ci si può nascondere per eludere il confronto. Se si è in imbarazzo, in debito, spaventati o con la coscienza sporca.
Ci si può nascondere per permettere al tempo di cancellare la memoria di una brutta figura che ci riguarda.
C’è chi si nasconde per egoismo, per codardia, per pudore. O semplicemente per timidezza.
Un bambino che l’ha fatta grossa e viene sgridato si nasconde.
Le persone con la coscienza sporca evitano il tuo sguardo quando li incontri
Il male intenzionato si camuffa.
L’introverso osserva tutto da un angolo in disparte.

Chi è ferito cerca un posto tranquillo, al riparo da tutto, per leccarsi le ferite e rimettersi in forze.
Chi ha fallito si nasconde, si vergogna, evita il giudizio altrui.
Chi ha perso stima di sé si nasconde dal proprio giudizio, cerca di passare inosservato, evita di attirare l’attenzione.
Chi è triste tende a camminare a testa bassa, a chiudersi in casa, ad isolarsi, preferisce stare da solo.

I cani si allontanano quando sentono di essere in punto di morte.
Così come un animale ferito si cerca un posto appartato per leccarsi le ferite, io sono venuta qui per curare le mie.

5 anni fa vivevo a Milano, dove avevo costruito una carriera di tutto rispetto, ero una coreografa conosciuta, fin da giovanissima prodotta da uno dei più importanti teatri della città (il CRT Teatro dell’arte, ora Teatro della Triennale), avevo diretto festival internazionali, calcato le scene di tanti palchi milanesi da quelli importanti e quelli più off.
E per 10 anni ho curato la programmazione di un piccolo teatro di periferia contribuendo a farlo diventare un punto di riferimento. Un teatro con uno staff di sole donne, tutte sotto i 40 anni, un teatro accessibile a tutti, il primo con un servizio di baby sitting per i figli degli spettatori.
L’unico a proporre una stagione danza nella città di Milano.
Ero felice: vivevo in una città che sentivo mia, avevo un lavoro che amavo, tanti amici, tanti allievi e una bambina bellissima.

Poi ho perso tutto.
Per colpa mia.
Perché ho sempre rifiutato l’idea di scendere a compromessi.
Peccavo di presunzione.
Oggi so che gli altri, quelli che deprecavo perché senza palle, perché non ci mettevano la faccia, perché non si schieravano per non compromettere la loro carriera, ora sono diventati importanti, tanto da potersi anche permettere di dire cose sconvenienti, volendo.
Io invece ho dovuto abbassare la testa e ricostruirmi una vita.

Ma non mi pento di questo, non mi pento della mia scelta di dire sempre ciò che ritengo giusto dire. Forse ho smesso di andarne fiera come una volta, ma sicuramente non me ne pento.

Mi pento invece di non aver lottato in modo eclatante. Mi pento di non aver alzato la voce, di non aver usato il potere che avevo quando potevo. Di avergli fatto il favore di uscire di scena in modo discreto, senza rumore.

Avevo dato anima e corpo a un progetto che era vincente, avevo fatto un ottimo lavoro.
Senza mancare di rispetto, semplicemente restando nel mio ruolo e difendendo il mio lavoro quando veniva intralciato.

Ma un giorno, di punto in bianco, sono stata comunque licenziata, scaricata come un avanzo. Mandata via senza nemmeno il permesso di congedarmi.
Persi il lavoro ingiustamente, solo per non aver dato ragione al mio capo (infatti mi sono rivolta al sindacato e ho fatto causa). E’ incredibile la mancanza di meritocrazia che vige in questo Paese.
Ma, più di tutto, fu la facilità con cui alcuni mi voltarono le spalle da un giorno all’altro a procurarmi uno shock. Sopratutto una: la mia fidata assistente, che mi spezzò il cuore.

Ero talmente ferita da questo tradimento, talmente traumatizzata, da non riuscire a reagire in modo lucido. Non ho sollevato alcun polverone, non ho indetto una conferenza stampa, non ho chiesto agli artisti di prendere posizione , anzi, li ho espressamente invitati a non boicottare il teatro, e ho lavorato per tutelare la stagione da me programmata, nonostante mi fosse stato interdetto l’accesso e non potessi nemmeno più seguirla!
Sono andata via come volevano loro: ferita, in punta di piedi, come una ladra, mentre mi rubavano il lavoro.

Mi svegliavo di notte in preda agli attacchi di panico.

E così sono fuggita qui dove ho sempre trovato conforto, la mia casa paterna. Dove, anche a distanza di 15 anni dalla sua morte, sento sempre vicino la presenza di mio padre.

Ero venuta per restare poco, il tempo di dedicarmi a me, a mia figlia e alla mia famiglia. E leccarmi le ferite.
Poi sarei tornata a Milano e avrei ripreso la mia vita in mano.

Ma la vita è ciò che ti accade mentre sei tutto intento a fare altri progetti.
Per cui un attimo dopo ero innamorata persa, incinta e con un solo desiderio: dedicarmi all’amore, fare la mamma e vivere in campagna con la mia famiglia allargata.

Che abbaglio.

Mi sono ritrovata da sola, con più ferite di quante ne avessi al mio arrivo, distrutta dai sensi di colpa e dalla vergogna delle mie scelte sbagliate, col cuore infranto, l’autostima sotto i piedi e una neonata che non mi lasciava dormire mai, ma proprio mai.

Mi svegliavo la mattina e non potevo credere che fosse tutto vero, che non fosse stato un incubo notturno, che la mia vita fosse davvero precipitata così in basso. Non potevo credere di essere stata così stupida, così cieca.

Avevo l’impressione di vivere la vita di un’altra. Non la mia.

Se fai un figlio e, dopo 4 mesi, rimani da sola. Hai sbagliato.
Se scegli un uomo che non ti tratta bene è colpa tua.
Se lasci che qualcuno ti ferisca, fino ad annientarti psicologicamente, sei a dir poco stupida.
Se non hai un lavoro, perché vivi in una città dove il tuo lavoro non esiste, lontano dal luogo in cui hai costruito la tua carriera e sola, con due figlie piccole da gestire, sei stata estremamente incauta.
Se ingrassi, perché non riesci a controllarti in tutto questo casino, è perché non hai forza di volontà.

Se hai fallito è colpa tua, di nessun altro.

Conosco la vergogna.

Certo, ho imparato che il coraggio arriva solo quando non hai altra scelta. E che si può sopravvivere a tutto. E si può rinascere mille volte.

Ma nel frattempo mi sono annullata, specializzata nel camouflage, ho vissuto mimetizzata nell’ambiente. Mi sono nascosta per riuscire a ricostruirmi.

Anonima, vestita sempre di nero, con i capelli sempre legati, niente trucco, sguardo basso, vita appartata, maestra del low profile.

E bene, ho salutato il 2019 con un gesto decisamente drastico: dopo un taglio netto, 5 decolorazioni e 8 ore di attesa sono riuscita a creare un look che mi piazza tra Crudelia Demon e Cindy Lauper negli anni migliori. Ho i capelli bicolore: bianchi sotto e neri alla base, impossibili da pettinare o legare.
Un look decisamente diverso, che mi piace da morire. Perché mi permette di distinguermi e prendere le distanze, da una Barbara che non voglio più e dalla maggioranza dei miei coetanei in questa piccola e noiosa città di provincia.

Ne avevo proprio bisogno; smettere di mimetizzarmi con l’ambiente, uscire dall’anonimato.
Dichiarare apertamente di non essere proprio normalissima.

Tornare visibile, fiera di tutto
sopratutto dei fallimenti
degli errori e degli orrori
qui o altrove
sempre dannatamente fuori luogo
ma fiera
e con in testa un folle ammasso di capelli bianchi e crespi come paglia.

A noi due 2020!

4 Commenti

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    Roberto

    Auguri per l’anno nuovo o, visto il tono di sfida, all’anno nuovo? 🙂 In ogni caso buon 2020 a lei.

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      Ada Miccoli

      Una Barbara nuova , stai benissimo, direi molto fashion .
      Penso che in fondo nessuno è perfetto , la perfezione non esiste , e se ritieni di aver fatto errori , quegli errori sono motivo per ampliare la visione e trovare chiavi d’entrata e di risoluzione che non avresti mai immaginato, sei una donna granitica hai uno spirito di adattamento impressionante e tantissimo coraggio con due figlie meravigliose. Ti stimo Maestra i miei auguri col cuore

      Reply
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    Roberto

    Auguri per l’anno nuovo o – visto il tono di sfida – all’anno nuovo? 😀 In ogni caso: buon 2020.

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    Barbara Toma

    Grazie! Buon anno sia per tutti noi, anche per l’anno stesso. E’ sempre una sfida. E anche, questa volta, cercheremo di mantenerla viva e interessante. Possibilmente con il sorriso.
    A presto!

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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