Buon anno

Un altro anno giunge alla fine e io mi accingo a chiuderlo, come sempre, con la mia famiglia di amici. Tra questi, uno in particolare in questi giorni mi sta molto a cuore.
Un ragazzino che sento come un figlio e che, a 18 anni, ha già alle spalle una storia incredibile, una storia che va raccontata.
Perché ci ricorda quanto possa essere assurda la vita e quanto tutto sia definito da altro da noi.

Una storia che lui ti svela poco a poco e sempre sorridendo. Quasi fosse in imbarazzo per aver sofferto. Riconosco questa reazione nervosa. Questo rifiuto fisico e spontaneo al dolore. Questo strano senso del pudore.

La sua storia è assurda, surreale.

Immaginate di nascere in un piccolo paesino, figlio di contadini, e di crescere libero, nelle campagne. Insieme agli amici di sempre. Immaginate di avere la vostra prima cotta.
Immaginate che alla ragazza, come regalo di compleanno per i suoi 15 anni, il padre le presenti il marito scelto per lei. Immaginate che lei si ribelli e confessi di essere innamorata di voi.
Immaginate che, solo per questo, voi siate condannato a morte e costretto a fuggire.

15 anni, spaventato e sopraffatto da ciò che accade e senza via di uscita.
Immaginate che oltre a tutto questo un giorno vi svegliate e non riuscite a vedere nulla.
Cosa fare se non seguire il consiglio di vostro padre e partire verso la capitale?
Per fortuna avete i vostri amici, gli amici di sempre, che fanno una colletta e raccolgono più soldi possibile per aiutarvi.
E allora vi ritrovate da solo, nella capitale, ma con i soldi per potervi curare e con gli amici che vi tengono aggiornati su tutto ciò che accade giù al paese.
Poi però vi dicono che la vostra fidanzatina è scappata, che è venuta anche lei nella capitale, e che il padre, convinto che siate insieme, è partito a sua volta per trovarvi e uccidervi.

Immaginate la paura, il terrore, il non saper cosa fare.
Ed è qui che ricevete la telefonata che mai avreste voluto ricevere, quella in cui vostro padre vi dice di lasciare il Paese e di raggiungere un suo caro amico, all’estero, che sarà in grado di darvi ospitalità e aiuto.

Ecco, è iniziata così la storia di Yacouba.

Un ragazzo del Mali che, a 15 anni, suo malgrado, si è ritrovato in viaggio.
Non voleva partire, stava bene dove stava, a casa sua, con la sua famiglia, i suoi amici.

Con i soldi ricevuti dagli amici è arrivato in Niger, dove si è fermato per qualche mese per guadagnare altri soldi e proseguire il viaggio verso la Libia, destinazione finale, dove viveva l’amico di suo padre con la sua famiglia.
Libia dove, tutti sappiamo, accadono cose terribili.
E così, in piena notte, Yacouba e la famiglia ospitante, sono stati svegliati e deportati, tutti e 5, in quella che lui chiama prigione, ma sarebbe meglio definire campo di concentramento. Così, senza motivo.

Fin da subito è stato loro detto che sarebbero usciti solo pagando un ingente somma di denaro.
A tutti veniva data la possibilità di telefonare per poter contattare parenti o amici, ovunque, anche in Europa, e trovare i soldi per uscire.
Ma Yacouba non poteva chiedere a nessuno, i suoi genitori sono dei contadini, non avrebbero mai avuto una cifra simile!
Dopo due giorni l’amico di suo padre ha pagato per far uscire sé stesso e la sua famiglia, lasciando Yacouba al suo destino, da solo, a 16 anni.

E’ rimasto in quel centro di detenzione un mese e mezzo. Periodo durante il quale non ha mai visto la luce del sole. Periodo in cui ha potuto mangiare solo un panino. Un mese e mezzo. UN PANINO SOLO.

Dice di ricordarsi tutto: gli odori, le persone, le tante persone che ha visto morire davanti ai suoi occhi, uccise perché senza soldi. Anche giusto così, tanto per.
Ricorda la paura e la consapevolezza di essere tra quelli che non sarebbero mai usciti vivi da li.

Poi, per un motivo a lui ancora sconosciuto, una notte hanno preso tutti, lui compreso, e li hanno portati in riva al mare.
Yacouba non aveva mai visto il mare prima.
Li hanno fatti salire su due diverse imbarcazioni e sono partiti.

Lui è stato fortunato, è restato in mare solo 3 giorni prima di essere tratto in salvo e portato a Lampedusa.

Da lì in poi, lui, ancora minorenne, è stato trasferito in tanti diversi centri. Andria, Oria, Pisignano…ogni 3/4 mesi lo trasferivano da qualche altra parte. Fino alla destinazione finale: Lecce.
Qui ha raggiunto la maggiore età e iniziato la scuola. Ha ottenuto un permesso di soggiorno.
Ora dovrà vedersela da solo. Trovare lavoro, trovare casa, farsi una vita.

Oggi studia per prendere la licenza media in italiano, gioca nel ruolo di difensore nella squadra del Lecce Soccer Club ed è seguito da operatori che, tra le altre cose, lo hanno messo in contatto con me e gli hanno permesso di fare un esperienza nuova, frequentando il mio laboratorio di danza (esperienza che, scopro solo ora, lui ha adorato!).

Nella vita ha fatto tanti diversi lavori, vorrebbe diventare un calciatore professionista ma, nel frattempo, accetterà qualsiasi cosa il destino gli porti.
Yacouba è musulmano, frequenta la moschea, non beve e non fuma, non parla molto, ha un sorriso bellissimo. E’ un ragazzo molto sveglio, propositivo, pieno di energia, intelligente. Un combattente. Che vede sempre il lato positivo delle cose.
Durante le prove per lo spettacolo ha spiazzato tutti confessando che aveva appena saputo della morte di suo fratello minore. Noi piangevamo, lui sorrideva. Era imbarazzato dai nostri abbracci e dalla nostra commozione.
Oggi so che quello era il suo unico fratello, che si chiamava Uma, aveva 16 anni, era bravissimo a scuola, il primo della classe, e voleva anche lui diventare un calciatore, ma una febbre lo ha portato via all’improvviso.

Uma, il fratello di Yacouba.

Yacouba mi racconta tutto sorridendo, ma aggiunge: ‘io sorrido, ma ho un buco nel cuore’. Non ama raccontare le sue esperienze terribili, ma lo fa per me, perché capisce che è bene che la gente conosca storie come la sua…gli ho promesso che non parleremo mai più di cose brutte.

E’ un bravo ragazzo. Dice che, ora che è rimasto l’unico figlio, vuole fare il bravo e rendere i suoi genitori fieri di lui. E io sono sicura che ce la farà.

Per il nuovo anno mi riprometto di passare tanto tempo con lui, che dichiara di non avere amici qui e, magari, di riuscire ad organizzargli una piccola festa a sorpresa per il 2 Gennaio, giorno in cui compirà 19 anni.

Tra le cose che porterò con me nel 2020 sicuramente ci sarà il suo consiglio:
‘Pensa a domani, ricordati che oggi hai tutto, ma domani può finire’.

Oggi abbiamo tutto.
E io vi auguro di ricordarvelo.

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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