Humana vergogna

di Barbara Toma

La scena è scarna, illuminata da neon freddi , tappeto bianco, come il fondale, su cui si legge il titolo dello spettacolo: HUMANA VERGOGNA.

Prima di farci entrare in sala gli interpreti hanno distribuito dei foglietti con la domanda E tu di cosa ti vergogni?e una corona doro, con una stella centrale, su cui capeggia la scritta : Shame Parade.

Ela seconda volta che torno a vederlo. Intanto perché, trattandosi di danza contemporanea, ovvero ciò di cui mi occupo, rappresenta un evento più unico che raro (la danza qui si ferma a Bari, come lautostrada).

Poi perché è una creazione di Silvia Gribuadi, una coreografa che conosco, che stimo e con cui in qualche modo sento affinità.

Infine perché è la mia mattina libera. E passare il mio tempo circondata dal giovane pubblico dei matinée, guardare uno spettacolo e poi salutare i danzatori, è sempre un ottima idea.

E così eccomi qui.

Le repliche dedicate alle scolaresche sono precedute da un incontro. Ascolto lintervento di un professore universitario che ragiona sullorigine della vergogna. Interessante. Ma più interessante, forse, è osservare i tanti ragazzi presenti, le loro reazioni, il loro livello di attenzione, i loro occhi curiosi tutto intorno a me. Mi piace quel vociare, quella sana inquietudine che si avverte tra loro, mi piace essere circondata da così tanta fresca energia.

Ecome se riuscissi e visualizzare i loro sogni, le loro speranze, tutta quella vita davanti a loro.

Quanta vita aleggia in questo luogo stamattina!

Si entra.

I performer sono 5. Indossano tutti un cappotto di finta pelliccia, biancheria intima e calze sportive.

Eseguono una danza dai movimenti estremamente semplici su una musica pop cadenzata da un beat 4/4.

Pian piano la coreografia pop e allegra si trasforma e i 5 si materializzano davanti a noi fermi, con una mano che continua a battere sul petto, come in un contemporaneo Mea Culpa.

La prima a fermarsi è rimasta più avanti rispetto agli altri. Ha lo sguardo fisso nel vuoto e un espressione dannatamente seria.

Gli altri seguono i suoi movimenti e intanto si guardano intorno straniti, cercando di capire cosa sia successo esattamente.

Eli che Simona, attrice trentenne moldava, sblocca la situazione invitando il tecnico a mettere fine a quel momento di disagio e introducendo quello che poi sarà un po’ il leitmotiv fino alla fine: vabbé, andiamo avanti! .

E così lo spettacolo va avanti, i titoli sul fondale cambiano e assistiamo a un susseguirsi di scene organizzate per temi, sempre introdotte da lei.

Si affrontano diversi tipi di vergogna: quella imbarazzante per qualcosa di fisico, come la scoreggia che scappa allattrice anglo-giapponese, e che diventa pretesto per far partire una vera e propria coreografia delle scoregge.

O la vergogna per la propria nazionalità, o per il proprio corpo.

Le luci sul pubblico sono sempre accese e gli interpreti sfondano continuamente la quarta parete, dapprima puntandoci addosso il dito, per metterci a disagio e spaventarci e poi dirci che scherzavano e scoppiare a ridere. Poi raccontando i propri vergognosi segreti ( salvo finire sempre con ma questa non è la mia storia) o interagendo con noi spettatori, come quando ci chiedono cosa non ci vergognamo di ammettere, o quando ci invitano a toccarci, darci la mano, abbracciarci

Non manca il momento in cui fanno ballare la propria ciccia a ritmo di musica, ormai firma inconfondibile della coreografa.

Lo spettacolo è fatto bene, non mi sconvolge, potrebbe essere più forte per i miei gusti, ma è divertente, a tratti spiazzante (sicuramente per i ragazzi e per alcuni loro professori). Il tempo scorre veloce e si arriva al gran finale: la shame parade.

Con le nostre corone in testa seguiamo linvito dei permformer e lanciamo in scena i nostri biglietti, le nostre vergogne accartocciate, mentre loro sfilano.

Il palco si riempie di palline bianche.

Tante palline di vergogna.Tante confessioni, segreti anonimi di un pubblico formato al 98% da adolescenti.

E anche questa volta, come la volta precedente, resto molto affascinata dallidea di quelle risposte e da tutto ciò che si potrebbe ricavare lavorandoci su.

Infatti trovo interessantissima la scena che mi si presenta davanti molto dopo lo spettacolo, quando torno per salutare i miei amici. Sono tutti intenti ad aprire le pallottole di carta e leggere ad alta voce le vergogne raccolte, mi unisco a loro.

Il tema è talmente vasto, talmente profondo, che vorrei essere io a creare uno spettacolo sulla vergogna.

Ma questo non è il mio spettacolo.

Le loro risposte non sono le mie,

come non lo sono le loro soluzioni.

Però mi spingono a riflettere. (e non è forse proprio questo il senso del teatro?)

Di cosa mi vergogno io?

La lista è infinita.

Mi accorgo che le mie vergogne sono quasi tutte legate a un giudizio negativo, il mio.

La vergogna è legata al giudizio, il nostro o quello altrui.

E io mi vergogno quando mi sorprendo a giudicare.

Giudicare gli altri è fin troppo semplice, ed è un tranello in cui è difficile non cadere.

Mentre il giudizio negativo verso noi stessi è talmente tanto radicato nella nostra cultura che non ci rendiamo nemmeno davvero conto di quanto influenzi la nostra vita.

Dovremmo liberarci da un certo tipo di giudizio.

E mi tornano in mente le parole di quel professore, che prima dello spettacolo ha detto:

Niente è vergognabile e tutto è opinionabile. Dovremmo avere una coscienza critica. Una coscienza capace di sentire vergogna solo di fronte ai grandi e alti valori della civiltà e degli umani’

Come la vergogna di cui parla Primo Levi nel suo saggio I sommersi e i salvati:

Nell’uscire dai lager sentivamo vergogna, vergogna di tutto il disumano che gli altri avevano compiuto.

Vergogna per noi che eravamo vivi, come se il nostro vivere fosse ingiusto rispetto a chi invece era morto.’

E allora, per esempio, penso alla vergogna che provo per chi ieri ha avuto il coraggio di comprare un enorme e costosissimo televisore al plasma e gettare la scatola, e tutte le protezioni di plastica, nella natura.

La vergogna per il mio Paese, che lascia che la gente viva per decenni nei container, dimenticata, fino alla morte.

Provo vergogna per gli europarlamentari italiani che hanno avuto il coraggio di votare contro la risoluzione che obbliga, tutti i Paesi Ue, a ratificare la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne.

La mia lista è molto lunga, ma sono curiosa di sapere: di cosa vi vergognate voi?

2 Commenti

  1. Avatar
    Roberto

    Mi vergogno ogni volta che so cosa dovrei fare e per opportunismo o quieto vivere non lo faccio, non prendo posizione, non batto i pugni sul tavolo
    Mi vergogno della mia vigliaccheria e mi vergogno quando mi chiedo qual è e se c’è un limite al compromesso con la mia coscienza e non mi sento sicuro della risposta.
    Mi vergogno del mio arrossire balbettante quando parlo a più di una persona e del mio corpo goffo che sembra di legno. Anche se il corpo non ha nulla che non va ed è solo la mia testa ad essere di legno…
    E mi vergogmo ogni volta che dovrei esserci e invece sono da un’altra parte…

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  2. Avatar
    Barbara Toma

    Grazie per questo commento sincero, creativo ed estremamente prezioso! Sapere di essere seguita da persone sensibili e intelligenti e ricevere commenti come il Suo mi rende davvero felice e dà senso a ciò che faccio. E non è poco. Per cui, ancora, grazie, grazie di cuore!

    Reply

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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