A Taranto si vive

La prima giornata del Forum delle giornaliste del Mediterraneo: emozioni, denunce, riflessioni, testimonianze su libertà d’informazione, libertà d’espressione, diritti delle donne nei Sud e nelle periferie del mondo.

di Ada Martella

La quarta edizione del Forum delle Giornaliste del Mediterraneo ha preso il via in un luogo simbolo non solo per la Puglia ma dell’Italia tutta, in questi giorni in cui sembra decidersi il destino sociale ed economico di questo lembo del Mediterraneo che arranca, cerca un approdo, proprio come una delle tante barche di disperati che attraversano quest’antico mare.

Con le dovute distinzioni, ma può sembrare un’esagerazione?

Parlatene con le madri di Taranto, che non possono rivendicare il diritto alla salute dei propri bimbi, in questa terra dove c’è un tasso altissimo di oncologia infantile, con le mogli, sorelle, figlie di quegli operai che varcano – ancora per quanto? – i cancelli dell’Ilva, la ‘fabbrica dei tumori’ ma anche l’unico sostentamento per 20mila famiglie.

Queste fortissime donne, di cui ha parlato Silvia Garambois – presidente nazionale Giulia Giornaliste – nella sua introduzione alla prima giornata, ricordando la tenacia delle loro progenitrici, le spartane che salvarono la comunità tarantina mentre gli uomini erano tutti in guerra.

Barbara Amurri, medica, co-fondatrice del reparto di oncoematologia dell’ospedale Giuseppe Muscati di Taranto, 30 anni fa. Tutti i morti di Taranto le sono passati per le mani e ha raccontato dell’importanza, vitale, della presa in carico totale dei pazienti da parte dei medici e del servizio sanitario regionale, per curare le ferite anche psicologiche che infligge la devastazione ambientale.

Le mamme di Taranto, unite nel movimento “mamme da nord a Sud”, presenti al Forum con Daniela Spera, ricercatrice e attivista di Legamjonici. Hanno portato dati sull’inquinamento ambientale, sui processi, sulla malafede trasversale a tutti i governi. Hanno dato testimonianza del loro impegno, leggendo un appello, chiedendo al Forum di raccoglierlo, di amplificare la loro voce.

Un luogo di frontiera, per chi ha scelto il mestiere di raccontare, come Marilù Mastrogiovanni, – ideatrice e anima del Forum, insieme alle sue colleghe di Giulia e con il supporto economico del Corecom Puglia, della Consigliera di parità regionale, di Amnesty international, FNSI – e che quest’anno ha scelto come tema per la quarta edizione del Forum una domanda provocazione:“Are women’s rights human rights?”.

Taranto – ma anche Bari e Brindisi – il Mediterraneo, la geografia, le mappe. La mappa guida, per questa particolare ‘piazza fluttuante’ che è il Forum, è certamente quella presentata da Pauline Ades-Mevel, portavoce per l’Europa e i paesi balcanici di ‘Reporter senza frontiere’.

La cartina geografica del mondo sullo stato dell’informazione redatta ogni anno dall’organizzazione internazionale, campita con 5 diversi colori – nero, rosso, arancio, giallo e bianco – a seconda della situazione più o meno ‘libera’ in cui si muovono i giornalisti da un capo all’altro del globo. È una mappa che ci accompagnerà per tutte e tre le giornate, mentre saltiamo da un paese all’altro del Mediterraneo – e oltre – attraverso le voci delle giornaliste, ricercatrici, attiviste arrivate in Puglia, o in collegamento via skype dai rispettivi paesi.

L’Italia è gialla, ‘situazione piuttosto buona’ recita la legenda. Nera è la Somalia così come lo Yemen, la Turchia è rossa, il Libano e il Cile sono campiti con l’arancione. Queste sono le piazze del Forum per la sua quarta edizione.

Il dispiegamento della mappa fatto dalla portavoce di ‘Reporter senza frontiere’ sembra l’atto di un generale triste, ma determinato, nel momento in cui deve spiegare alle sue donne – è questo il caso – quale è la reale situazione, a cosa bisogna prepararsi. Perché è chiaro che questi semplici colori non illustrano solo lo stato dell’informazione, ma rendono visibile in un colpo d’occhio cosa succede nel mondo in questo momento, dove sono le guerre che fanno rumore, quelle riportate da tutti i media, e quelle ‘silenziose’, di cui pochi parlano.

D’un balzo siamo in Kenia, la giornalista somala Shukri Said riesce a mettersi in contatto via skype – dopo vari difficoltosi tentativi – con il suo collega Yassin Isse Wardere, direttore per il Corno d‘Africa dell’emittente radio ‘The Voice of America’, sarà lui ad introdurre la tremenda storia dell‘attivista somala Shukri Hussein Warsame e dei suoi figli. Il Kenia nella mappa è arancione – ‘situazione problematica’ – mentre la Somalia è campita di nero – ‘situazione molto grave’ – per questo le loro testimonianze arrivano da questa zona dell’Africa, dove è ancora possibile parlare ad un microfono. Sul grande schermo dell’aula magna dell’Università di Taranto compare la schermata di skype, del collegamento. Sono tutti stipati nella modesta redazione della radio, c’è solo una sedia su cui a turno si siedono il giornalista, Shukri Hussein Warsame con il vestito islamico e ognuno dei suoi quattro figli. La prima cosa che colpisce sono gli occhi, cinque paia di occhi che ci fissano, sono composti, di una tristezza che non si può dimenticare. La donna, con il grande volto incorniciato dal copricapo islamico, racconta come suo marito, medico, sia stato ucciso perché credeva fermamente – e lo praticava – nel diritto alla salute delle donne e dei bambini nel suo paese, nella Somalia ‘nera’. Anche il figlio più grande, studente ma che dava una mano al padre in ospedale, è stato trucidato. Shukri Hussein Warsame, attivista come suo marito e il suo figlio grande, continua a raccontare sempre con quello sguardo composto, anche quando riferisce i particolari del ritrovamento del corpo del figlio, le sue viscere sparpagliate. Dopo questo secondo lutto, per lei e i suoi 4 figli è l’inizio di una vita in fuga, di scantinato in scantinato, finchè non trovano rifugio in Kenia. Ma non basta, dice, non si sentono al sicuro. Vuole lanciare dalla radio quest’appello, qualcuno nel mondo che li metta al riparo, metta al riparo i suoi figli. La giornalista Shukri Said seduta di fronte allo schermo traduce dal somalo, è una professionista, ma non regge all’emozione, pur avendo già sentito più volte la storia. Per un momento, il desiderio è quello di trovarsi non nell’aula magna dell’università ma in quella delle Nazioni Unite, che il collegamento via skype sia in quella sede, perché quell’appello abbia una sponda.

Difficile fare un altro balzo e ritornare nell’Italia ‘gialla’, ma questo è un Forum, è una piazza fluttuante. È il turno di Silvia Garambois e di Mara Cinquepalmi, che hanno presentato le nuove linee guida deontologiche redatte da giulia giornaliste su “Donne media e sport”, per una corretta narrazione degli sport fatti dalle donne, che ancora oggi non vedono riconosciuta la loro attività come “professionistica”, ricevendo di conseguenza stipendi da dilettanti anche quando vincono le Olimpiadi.

Parla poi Daniela Marazita, “teatrante” di lungo corso (è stata diretta da Luca De Filippi a Vincenzo Salemme) che da due decenni conduce laboratori teatrali nel carcere di Rebibbia. Lei ha portato la testimonianza di un documentario censurato, “Polvere di sbarre”, che racconta la storia del diritto di potersi esprimere, anche dietro le sbarre, di un gruppo di detenuti della sezione “precauzionali”, gli “infami”. Ha chiesto al Forum di raccogliere la loro voce, farli uscire dall’oblìo dove il carcere li ha relegati, vietando al documentario di essere veicolato nei circuiti esterni. Così, un abstract di “Polvere di sbarre”, 20 minuti su 75, è stato proiettato a Taranto.

Giusy Pizzolante, docente di Diritto internazionale e diritti umani presso il dipartimento Jonico dell’Università di Bari ha concretamente dimostrato come i diritti umani siano al di sopra di ogni diritto nazionale, facendo l’esempio dei ricongiungimenti familiari e spiegando come i figli legittimi, di seconda moglie (in base al diritto islamico) abbiano diritto, come gli altri, ad essere ricongiunti alla propria famiglia anche se la poligamia non è riconosciuta in Italia.

Il faro del Forum ha poi illuminato le storie di due giornaliste che operano nel Lazio, entrambe scrivono di mafia, come pochi sono in grado o hanno il coraggio di fare. Lo fanno da due punti di osservazione diversi. Una scrive di mafia da una piccola città di provincia come Latina che, pur essendo poco lontana dalla capitale, ha tutte le caratteristiche della provincia italiana. Lì dove tutti si conoscono, sanno tutto di tutti, quasi tutti tacciono e convivono con la mafia calabrese, che si è insediata senza troppo rumore. Sfatando il mito che l’omertà – così come la mafia – è roba del Sud. Sono storie di provincia, non sembrano meritare l’attenzione dei media nazionali. L’altra giornalista racconta le stesse storie che però conosciamo tutti, hanno riempito le pagine dei giornali anche internazionali, sono diventate film, serie televisive, sono le storie di ‘Mafia Capitale’.

I loro sono punti d’osservazione diversi, ma solo a un primo sguardo, poiché il punto d’arrivo, ‘la morale’ delle loro storie è che quando si parla di mafia non esiste più la distinzione tra provincia e grande città, tra il Sud e il Nord d’Italia, la mafia è un sistema che si è radicato anche nelle grandi capitali europee.

Ça va sans dire, entrambe hanno subito e subiscono minacce. I loro interventi sono stati moderati da Anna Scalfati, coordinatrice di Giulia Lazio.

Graziella Di Mambro – Latina Oggi – racconta come la mafia calabrese e campana a Latina sia molto più potente che nei territori d’origine. Negli ultimi anni, hanno investito soldi sporchi in attività lecite, nel più totale silenzio, politico e sociale, entrando nel tessuto economico della città, creando legami a doppio filo con le forze politiche e imprenditoriali. Tutto è accaduto senza atti particolarmente violenti, non ci sono stati morti ammazzati, per ora. Ed è per questo che le testate nazionali non ne parlano. La Di Mambro – che ha ricevuto 21 querele dallo stesso soggetto – spiega come il suo sia un racconto difficile, svolto in solitudine, poiché i cronisti di provincia vivono nello stesso posto dove lavorano, quasi un corpo a corpo. Questo rende più vivido il racconto ma rende più rischiosa la vita del cronista delle testate minori, sono più esposti, non solo alle minacce di vario tipo, addirittura anche alle critiche che gli stessi mafiosi fanno attraverso altri giornali della città. Solo l’amplificazione delle notizie sulle testate nazionali potrebbe proteggere il cronista.

Quando è il turno di Floriana Bulfon – giornalista de La Repubblica e L’Espresso – si percepisce tutta la rabbia che ha in corpo, appena dissimulata dal dovere della cronaca senza enfasi. È fresca la sconfitta – non solo per tutti i giornalisti che rischiano la vita per raccontare – ‘Mafia Capitale’ non esiste, secondo l’ultima sentenza della Cassazione. Lei ha vissuto in uno dei quartieri romani totalmente controllato dal clan dei Casamonica, ha frequentato gli stessi bar, gli stessi negozi, ha fatto parte del tessuto vitale, è stata testimone di come ogni cosa nel quartiere passa dalle mani del clan, anche l’assegnazione delle case popolari. Lo Stato non esiste. “Bisogna smettere di descrivere i Casamonica come zingari, con le gonne larghe, i denti d’oro, il kitsch delle loro case – spiega – è un immagine fuorviante”. Così come pensare alla mafia con gli stereotipi della lupara e della coppola. “La mafia vuole fare affari, sparare è l’estrema ratio – continua – i Casamonica fanno entrare in Italia 5 tonnellate di cocaina all’anno, con passaggi su voli privati. Hanno assoldato centinaia di ragazzi, anche della buona borghesia romana, per lo smercio nei territori di borgata. Sanno come fare per rendere ‘più favorevole’ il verdetto del magistrato nei confronti di uno di loro. Comprano case da un milione di euro, e sono soggetti che non dichiarano nulla, sono poveri in canna. Questa dovrebbe essere un’operazione sospetta, lo stesso notaio dovrebbe per leggere denunciarla, ma non accade nulla”. I Casamonica e la mafia campano-calabra hanno trovato una metropoli “con gli stessi sistemi valoriali, fanno affari con la borghesia degli arricchiti, si siedono negli stessi ristoranti dei vip, della borghesia, vanno in vacanza negli stessi luoghi”.

Ma, Mafia Capitale non esiste. Torna alla mente la mappa di ‘Reporter senza frontiere’, lì dove il giallo che campisce l’Italia sembra molto più vicino al rosso, ‘situazione difficile’.

I lavori sono stati chiusi da Emanuele Russo, presidente di Amnesty International che, insediatosi da poco, ha fortemente voluto essere presente all’apertura dei lavori, a Taranto, dove – ha detto – la riflessione sui diritti delle persone, in primis il diritto alla vita, non deve retrocedere mai.

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Ada Martella

Giornalista professionista e skipper

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