La Giulia, che si fidanzò col re

di Thomas Pistoia

E’ tutto così meraviglioso.
Ogni cosa, in questo salone, riluce come investita da raggi di sole. Ma è un luogo chiuso, elegantissimo, curato, prezioso.
Giulia non sa cosa pensare. Si guarda intorno, estasiata da tanto fulgore, poi china il capo a guardare se stessa. Sente sul suo corpo la carezza della seta pregiata, dei trini, dei merletti. Osserva il vestito principesco che fascia le sue forme. Lei… si sente giovane, è giovane, come conferma lo specchio dalla cornice decorata d’oro, che improvvisamente la riflette di bellezza.
Un po’ paffutella lo è sempre stata, ma è un eccesso che addirittura ne impreziosisce l’espressione, una lieve abbondanza che la rende appetitosa agli sguardi.
Tra le mani, candidamente guantate, stringe ancora le chiai, le chiavi di Lecce, la sua città.
Ecco, vedete, vorrebbe dire a tutti, per decenni non mi avete creduto, mi avete preso in giro, mentre io vagavo per le strade e ve le mostravo. Sono le chiavi che mi donò il mio fidanzato, il re. Istintivamente le solleva, come a farle notare, però è sola, qui, in tutta questa magnificenza.
Il re. I ricordi sono confusi. C’è un altro uomo che emerge dalla nebbia e dalla memoria. Un uomo che le fece credere di amarla, che la sposò, per poi abbandonarla senza pietà, senza ritegno, privandola anche di ogni suo avere.
Ma per Giulia l’esser divenuta povera era stata una sofferenza sopportabile. Quando ti spezzano il cuore, ogni altro male è un pulsare in sordina, brace che fuma lieve sotto la sabbia. Quando ti spezzano il cuore, non conta più niente, neanche le risate e lo scherno della gente, che ti guarda raccogliere carte fuori dall’ufficio postale e favoleggia su quel tribunale che neanche ci ha provato, a darti ragione.
Una pazza, una barbona, questo avevano pensato. Gli adulti la deridevano, i bambini la bullizzavano, ma lei non si dava per vinta e continuava a raccontare che sì, suo marito l’aveva abbandonata, ma Umberto, il re, lui la amava per davvero e un giorno sarebbe tornato, sì, sarebbe tornato per portarla via da quelle strade e tenerla con sé per sempre.
Giulia muove ancora qualche passo su questo pavimento lucido, sfiora con la mano un tavolo di marmo bianco, poi una sedia. Annusa un mazzo di rose, posto al centro di un buffet, si incanta al luccichìo dei lampadari di cristallo e argento.
Poi la musica. Un valzer. Ma dov’era prima quest’orchestra di violini che segue adesso la cascata di note del clavicembalo? E questo mormorìo, questo chiacchiericcio, le risate. Da dove arriva tutta questa gente? Uomini e donne elegantissimi, che parlano, bevono, danzano. E’… è un ballo, sì. Un gran ballo di corte.
Giulia sorride. Le sembra tutto così assurdo. Si guarda intorno, si rende conto che gli uomini la osservano, perché, ora, qui dentro, lei, la Giulia di Lecce, la vecchia trasandata che vaga senza meta e racconta storie che tutti credono frutto della sua follia… è la più bella di tutte.
Si inchinano.
E lei fa la riverenza, perché sa come ci si deve comportare nella buona società. Lei è nobile. Nobile dentro. Lo è sempre stata.
Ma ecco l’annuncio del paggio di corte. Giulia non crede alle sue orecchie. Il nome. Quel nome. Lui! Lui è qui!
E infatti appare come per magia, avanza al centro del salone e tutti gli cedono il passo. Il cuore di Giulia batte all’impazzata. Mio dio! Viene verso di lei!
Ecco, adesso le sta di fronte, si inchina e le fa il baciamano. La sua voce è una carezza senza tempo.
– Giulia, mia adorata Giulia. Mi concedi l’onore di un ballo?
Non attende risposta e la stringe a sé, mentre l’orchestra prende a suonare con maggior vigore. Gli altri invitati si fanno da parte e il salone è tutto per loro. Umberto, il re, la porta con sé in un turbinìo di passi danzati che sembrano il preludio di un volo. Poi, sull’ultima nota, mentre lei porta il capo all’indietro, si china e la bacia.
Non c’è più nessuno. Non c’è più niente, neanche il salone. Adesso ci sono soltanto Giulia e il sovrano.
Lei lo guarda negli occhi e finalmente riesce a parlare.
– Umberto, amore mio. Sono morta, vero? Oppure sto sognando.
Lui sorride e le fa una carezza.
– O forse entrambe le cose, mia cara. Forse il paradiso non è nient’altro che il posto in cui i sogni che abbiamo fatto in vita si avverano. E non finiscono mai. Su, danziamo.
– Ma non c’è più l’orchestra – risponde lei, guardandosi intorno.
– La musica ce l’hai nella mano – dice lui.
E Giulia si accorge che, in tutto questo tempo, non ha mai smesso di stringere tra le dita le chiavi di Lecce.
Ecco, riprende a danzare.
Mentre abbraccia il suo amore, le chiavi fanno din din.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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