Il rave di ognissanti

di Idrusa_stregadelbosco

Squilla il cellulare, nella notte delle Terre di Mezzo. 

Urtando gli occhi e il sonno, appare la più preoccupante sequenza di nome e cognome che display possa visualizzare a prescindere dal dove e quando: Paola usa il telefono per telefonare solo in caso di invasioni barbariche.  

Pronto? Deglutendo un picco anomalo di tachicardia. 

Ciccia scusami, forse stavi già dormendo, ma c’è un’emergenza, stanno facendo un rave di fronte a casa nostra.  

Nella geografia statica delle Terre di Mezzo “casa nostra” sarebbero due tranquille casine nel bosco appartenenti alla stessa famiglia; una costruita dai miei genitori prima che io nascessi e l’altra dai cugini del nord pochi anni dopo, dove noi bambini siamo cresciuti sugli alberi come scimmie, in eterna, selvaggia estate a due passi dal mare. 

Invece, nella dinamica del caos stocastico che sono di fatto le Terre di Mezzo, trattasi di un triangolo delle Bermude, dove però la realtà non scompare, non cede, non evapora né si smagnetizza, semmai si moltiplica e addensa in innumerevoli fenomeni, in cui la natura è continuamente disturbata da agenti esterni di ogni sorta, disordine e grado. Parliamo di una zona dell’area ionica a forma di triangolo, i cui vertici sono, in ordine di apparizione edilizia, la casina nel bosco della strega numero uno, detta anche Strega Madre, la casina nel bosco della strega numero due, Paola e la casina a forma di torta della strega numero tre, Virginia. Una zona ad alta densità di streghe, sì, che niente sono al confronto dell’umano traffico di avvenimenti, dove è già un miracolo una giornata in cui non accada un cazzo di niente. 

Mica ho capito. Come? 

Chiamiamo i carabinieri? Chiamo il proprietario. Però non trovo il numero. No, prima chiamo i carabinieri. Qual è il numero dei carabinieri? Ehi e l’amico tuo carabiniere? Lo chiamiamo? Ma tu non hai sentito niente? Dice che fanno un rave di 4 giorni per il ponte dei morti. Se vai a vedere al cancello, è già pieno di macchine che vanno e vengono, pure nella stradina di casa mia, siamo circondati. Il fiatone di Paola fa i 399 caratteri spazi inclusi in 10 secondi, i suoi cani abbaiano nel mio telefono al ritmo di una performance techno già bell’e cominciata. Nel mio corpo, le prime crepe di una sveglia inferta nell’anticamera del sonno REM. 

A occhio e croce, fare un rave la notte di Ognissanti mi sembra un’idea geniale. Quattro giorni di rave davanti a casa mia lo trovo un pensiero disturbante. Ma d’altronde, cosa meglio di una tenuta agricola abbandonata, appena acquistata all’asta dopo pregevoli vicende giudiziarie e appena arata per sfornare angurie e pomodori San Marzano. 

Scusa Paola come fai a saperlo? Sei sicura? 

Nelle Terre di Mezzo le notizie arrivano insieme alle cose e le cose con le persone. Nell’esatto istante in cui deciderai di andare ad abitare lontano da Dio e dagli uomini, scoprirai che mai potrà esistere luogo interamente dimenticato da Dio e dagli uomini. Cosa presagire del resto da un furgone a fari spenti, tutti i cani della zona che abbaiano in un’unica direzione, la telefonata notturna di un conoscente di là, i gatti che ringhiano di riflesso di qua, una congerie di rumori fuori orario rurale e fuori contesto, se non un: ritrovo clandestino nella notte – stanno per appiccare il peggior putiferio possibile con allegati danni da contare per i giorni a venire? 

La maledetta matematica delle notizie di notte. La Strega Madre esce dal letto con uno sforzo metabolico immane, la determinazione e il carisma di chi deve prendere un toro per le corna in infradito, maglietta e mutande. Le emergenze hanno un accordo ancestrale con i momenti meno accessoriati della vita, specialmente nelle Terre di Mezzo. Si copre adeguatamente e, percossa dalla tachicardia, inforca l’ignoto per dar seguito all’impegno preso con Paola di capire, almeno cerca di capire, ciccia, gli eventi in corso bloccando in qualche modo l’invasione dei quieti boschi, delle camminate sacre delle anime di notte, proprio mo’, sulla soglia del dìa de los muertos, di Ognissanti.

Si aprono le porte del bosco. Percorrendo il viale anteriore più fantasma dei fantasmi, la Strega Madre intravede, effettivamente, un liquido trambusto di luci in lontananza, del tutto simili a un andirivieni di automobili, dentro quello che di giorno pare il più desolato e anonimo residuo di qualche memoria agricola industriale. Olivia, Cloe, Thea e Stracciatella, l’avanguardia femminile della squadra di calcio di cui la Strega è appunto Madre, scavano il solco della trincea facendo i cani da guardia lungo il fronte anteriore. La tentazione della Strega Madre di rinunciare a interferire con lo svolgersi degli eventi umani, morti o viventi, si fa altissima, ma sa che la attenderebbe una lunga notte di affanni. E di telefonate. 

Squilla il telefono. è Paola. 

Si.

Hai visto? Hai visto? Vai al cancello che li vedi. 

Sì, in effetti si vedono fari di auto in lontananza…

Ho avuto la conferma che si tratta di un rave. Dobbiamo fermarli. C’è un furgone che ha preso la strada di casa mia, ciccia, non possiamo stare così. È un’invasione, è pericolosissimo. I cani non smettono di abbaiare. Ehi ehi, il furgone ha spento le luci, si è fermato qua davanti. Si stanno nascondendo? Che vogliono fare? Che devo fare? Hai visto? Li vedi? Li vedi?

La Strega Madre, invischiata in una cosa melliflua di sonno, apprezza sempre tanto il talento investigativo di Paola ma vorrebbe solo svegliarsi il giorno dopo a rave quasi finito, bottiglie rotte, carcasse umane sparse, puzza di alcol, residui cerebrali, spazzatura, devastazione ecosistemica, morte. Sì, vede le luci, sì i cani abbaiano, sì non si sente effettivamente ancora musica, sì e le punte dei piedi iniziano a comunicare disagio, un misto di foschia e aria entrante novembrina punge il sonno come una di quelle macchinette per le scosse elettriche che usano nelle torture dei prigionieri. 

Paola, forse conviene chiamare i carabinieri, non vedo davvero cosa migliore da fare. 

Una corrente d’aria attraversa le ginocchia. Le civette dicono la loro, insistentemente. Senso momentaneo di morte da colpo di sonno, appesa al cancello d’ingresso del bosco, guardando da lontano ciò che mai potrà essere compreso nell’interezza del suo succedere a meno di prendere l’auto e fingersi maisia un utente del rave. Lascio Paola ad espletare le funzioni istituzionali dell’allarme cosmico, come solo lei sa fare gettando nel panico la pochezza numerica dei carabinieri locali, riuscirà sicuramente a spremere un appostamento da unità anticrimine perfino dalle pattuglie della zona. 

La Strega Madre gira i tacchi alle promesse di delirio umano immergendosi nel bosco, il viale è un cammino per pensare, per esempio a quelle strade di campagna tra un paese e l’altro sparse per la Terra d’Otranto, dove la notte del 31 ottobre si lasciano aperte le porte per tutta la notte, di chiese e cimiteri, una costellazione, avvisi di luce per i viandanti vivi e morti, che s’incontrano senza vergogna nel silenzio e nella bruma. Che voglia di lasciarsi guidare… 

Che motivo c’è di andare a dormire, una volta rotto il sonno nella sua rotondità di strega.

I passi indovinano la fuga di alberi che prosegue oltre la casa verso la fine posteriore del fondo, seguita dai cani che abbandonano la trincea del fronte per il ben più saggio seguito della capobranco umana, quando si allunga a passeggiare nella natura e nella notte. D’altronde il gatto nero Addio, Principe delle Terre di Mezzo, porfirogenito della Strega Madre e capostipite schifiltoso e distanziato di sette fratelli e sorella Babymuscia, non è ancora tornato dall’happy hour, per il sommo fastidio genitoriale della Madre. Vale la pena di attardarsi nelle tenebre con richiami furtivi, il sonno ormai svanito; tra poche ore la quiete delle Terre di Mezzo sarà attraversata dalle rare presenze festive degli umani di paese, gitanti, puttanieri e contadini, cui i cani abbaieranno di nuovo, indistintamente.

Quando a un certo punto gli infradito della Strega Madre urtano un’entità molle ma rigida, di quegli imprevisti che capitano al piacere di camminare al buio. La torcia inquadra un cadavere. Una volpe giovane giace allungata col muso in direzione di casa. I cani sorprendono, nell’indifferenza che hanno verso i morti. Non più prede né pericoli, ai cani i morti non interessano, specialmente se odorano di cattiva morte. Sparata. La smorfia di una preda facile è diversa da quella scomposta della lotta; da piccola, la Strega Madre sapeva già dolorosamente distinguere tra quale creatura avesse sofferto paura e angoscia da fuga e quale fosse stata sorpresa dalla migliore delle morti improvvise. Un buco circolare nell’addome, esatto, fa di questa volpe una vittima quasi umana, ferita di fresco da una pistola, rincorrendo la vita verso una zona abitata, sfidando un cancello chiuso e sbarrato da cani di casa. Non ho potuto darti aiuto, piccola volpe e non sai quanto mi dispiace. 

La Strega Madre adagia la volpe sul fianco, nella gentilezza, almeno, di una posa aggraziata. Non c’è molto che si possa fare a quest’ora. I cani vanno e vengono dai cancelli del regno, gettando occhiate furtive ai lampi automobilistici. Ci si avvia verso casa sfiorando la processione di anime o augurandosi una loro compassionevole carezza, lasciando quello squarcio caldo alle intenzioni della notte. Nel silenzio prolungato del cellulare alberga la confidenza in un intervento tempestivo delle forze dell’ordine, nell’efficacia dell’azione eroica, nel tiro andato incredibilmente al segno delle richieste di aiuto nelle terre dimenticate da Dio ma non abbastanza dagli uomini. Signora, dissero un giorno degli anni Settanta i carabinieri alla madre della Strega Madre, lei è andata a vivere dove manco i lupi… Torniamocene a casa chiedendo scusa ai morti, bambine, noi che siamo venute a vivere nei boschi abbracciando il sacro, mentre le Terre di Mezzo degli umani, manculicani, ci mettono un niente a incuzzettarci il profano.

Messaggio SMS tintinna all’alba nel cellulare della Strega Madre. 

Volevo tempestivamente informarla che il sottoscritto M. R. con il solo aiuto del collega di turno in pattuglia, questa notte abbiamo sventato un pericolosissimo raduno di persone con le macchine piene di droghe e alcolici in prossimità di casa sua. Certo di farle cosa gradita le auguro una buona giornata. Carabiniere M. R. come sempre a sua devota disposizione. 

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Info sull'autore

Idrusa_stregadelbosco

Idrusa_stregadelbosco (Chiara Idrusa Scrimieri) è regista e sceneggiatrice, artista visuale. Vive in una casina nel bosco col gatto nero “Addio”, che sembra disegnato da Tim Burton e insieme a una moltitudine di piante e animali. Deve i suoi primi passi nel cinema a Jane Campion, Fernando Solanas, Giuseppe Rotunno, Giovanni Robbiano e Enza Negroni, Marco Bellocchio e soprattutto Ermanno Olmi (Ipotesicinema), oltre che a un mucchio di film e libri, al fantasma di Fellini e a un sacco di gente straordinaria incontrata per caso.

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