Petruzzelli: “La voix humaine”, opera per voce sola

di Fernando Greco

(foto Clarissa Lapolla)

Un’immensa Anna Caterina Antonacci ha ipnotizzato il pubblico del Petruzzelli ne “La voix humaine” di Poulenc, uno dei più recenti cavalli di battaglia del celebre soprano, opera approdata a Bari nell’allestimento creato per lei due anni fa dal teatro Comunale di Bologna.

UN SUCCESSO CLAMOROSO

Enfant terrible delle avanguardie artistiche parigine nella prima metà del Novecento, lo scrittore Jean Cocteau (1889 – 1963) identificò nello scritto “Le coq et l’arlequin” del 1918 il “Gruppo dei Sei” ovvero i sei musicisti in cui riconosceva lo spirito della nuova musica francese, lontana dalla poetica romantica, dalla magniloquenza del Grand-Opéra ottocentesco e dall’accademismo dei conservatori. Due i membri più autorevoli del gruppo: Darius Milhaud e Francis Poulenc (1899 – 1963), legato a Cocteau da fraterna amicizia fin dalla prima giovinezza. Correva l’anno 1958: invitato da Casa Ricordi a comporre un monologo che valorizzasse la personalità di Maria Callas, che in quegli anni si trovava all’apice della sua parabola artistica, Poulenc scelse di musicare il testo de “La voix humaine”, pièce teatrale scritta da Cocteau nel 1930, preferendo alla Callas il soprano Denise Duval, già prima interprete della sua opera “Les dialogues des Carmelites” (1956) il cui successo ancora echeggiava nei salotti parigini. Con la collaborazione dello stesso Cocteau e la prestigiosa bacchetta di Georges Prêtre, ”La voix humaine” di Poulenc andò in scena il 6 febbraio 1959 all’Opéra Comique di Parigi riscuotendo un successo talmente clamoroso da indurre Casa Ricordi a scritturare la stessa interprete per il debutto italiano dell’opera, che ebbe luogo il successivo 18 febbraio alla Scala di Milano con altrettanto successo.

UNA VOCE E TRE PROTAGONISTI

Conoscete il soggetto: una donna (sono io, come Flaubert diceva “Bovary, c’est moi”) telefona per l’ultima volta al suo amante che si deve sposare il giorno dopo”. Da queste parole, con cui il musicista riassume l’argomento dell’opera, si intuisce come, in perfetta sintonia con il pensiero di Cocteau, l’apparente monologo sia invece un’opera di conversazione tra tre protagonisti: Elle (la donna), l’amante che è dall’altra parte del telefono e il telefono stesso. Di fatto il telefono è il terzo personaggio dell’opera, mediatore di menzogna, di disturbo ed ostacolo ai rapporti umani. “Una volta ci si incontrava, si poteva perdere la testa, convincere l’amato abbracciandolo, attaccandosi a lui. Bastava uno sguardo per cambiare tutto. Ma con questo apparecchio una volta che si è chiuso si è chiuso, è finita”. Si tratta di una relazione clandestina che dura da cinque anni e che per la donna (una non meglio specificata Lei con cui ognuno può identificarsi) è divenuta totalizzante, l’unica ragione di vita. Nell’ultima telefonata in cui lui le fa sapere che si sposerà il giorno dopo con la fidanzata ufficiale, la donna alterna atteggiamenti contrastanti e nevrotici, da finta indifferenza a melliflua adulazione, fino all’ammissione del tentato suicidio e all’esplosione finale: “Amore mio … mio caro amore … Sono forte. Sbrìgati! Chiudi, chiudi alla svelta! Ti amo! Ti amo!”

FUORICLASSE DEL PALCOSCENICO

Al pari del dramma di Cocteau, portato sul grande schermo da attrici del calibro di Anna Magnani o Ingrid Bergman, l’opera di Poulenc richiede un’autentica fuoriclasse del palcoscenico, una cantante dalle grandi capacità attoriali che sia in grado di costruire da sola l’architettura di una vera telefonata senza trascurare nemmeno un’interiezione, enfatizzando il cangiante caleidoscopio dei sentimenti, dalla rabbia malcelata alla disperazione, sempre a un passo dal baratro della follia. Il soprano Anna Caterina Antonacci, divenuta negli ultimi anni interprete di riferimento internazionale per “La voix humaine”, anche a Bari ha regalato una performance magistrale passando con estrema disinvoltura dalla cantabilità dei momenti più lirici, risolti con suadente velluto vocale, ai momenti in cui un’espressività più vicina al parlato si esplicitava in un canto frammentario e asciutto al servizio di una parola scenica incisiva e convincente.

Protagonista al pari della primadonna, l’Orchestra del Petruzzelli diretta da Renato Palumbo si è rivelata abilissima nell’assecondare i moti dell’animo di Elle secondo i dettami di una partitura i cui formidabili temi musicali sono stati tutti evidenziati con il giusto nitore, dalla serpeggiante melodia del tema “della menzogna” al passionale turgore del tema “sentimentale”.

FOLLIA OSSESSIVA

Nell’originale messa in scena a cura di Emma Dante, complici le scene di Carmine Maringola e l’elegante taglio borghese dei costumi di Vanessa Sannino, la fatidica telefonata è divenuta l’ossessione di una donna già resa folle dall’abbandono. Elle, degente in un’asettica camera d’ospedale dopo aver tentato il suicidio, ripete in maniera compulsiva l’atto di contattare l’amante attraverso un telefono i cui fili spezzati denotano appunto l’alterazione psichica della donna. Nella stanza si materializzano le sue visioni riguardanti la sua passata relazione o anche quella tra il suo amante e l’attuale moglie, mentre la protagonista viene più sorvegliata che assistita da personale sanitario impeccabile e impietoso: bravissimi tutti i figuranti.

UNA DIDASCALICA CAVALLERIA

All’impegnativo ascolto de “La voix humaine” ha fatto da pendant la rassicurante fruizione della celebre “Cavalleria rusticana” di Pietro Mascagni (1863 – 1945). Sebbene sarebbe stato interessante apprezzare in toto l’originario allestimento di Emma Dante, che prevedeva sia “La voix humaine” sia “Cavalleria”, a Bari è stata scelta la didascalica messa in scena di Michele Mirabella, già vista a Lecce nel 2013, con scene di Nicola Rubertelli, che comprendevano l’imponente facciata di una chiesa sullo sfondo e l’osteria di Mamma Lucia in proscenio, e costumi di foggia tradizionale disegnati da Giuseppe Bellini. Bruttina la parrucca di Turiddu. Come sempre l’impostazione registica di Michele Mirabella si è fatta apprezzare per un bozzettismo gradevole e misurato, realizzato in larga misura da bambini, talora angioletti della processione, talora figuranti dei Misteri pasquali o chierichetti che, sottraendosi agli sguardi degli adulti, giocavano a “campana”.

La bacchetta di Renato Palumbo a capo dell’impeccabile Orchestra del Petruzzelli ha ottenuto sonorità insolitamente rarefatte e intimiste, più consone al lirismo de “L’amico Fritz” che non allo sfogo verista della tradizione esecutiva, facendo risaltare la parentela di questa partitura con quel languido sinfonismo italiano di matrice tardo-romantica che qualifica le composizioni di musicisti coevi come Martucci o Sgambati e che avrebbe caratterizzato tutto il catalogo mascagnano successivo a “Cavalleria”.

Questa cifra stilistica è stata condivisa dall’elegante Coro del Petruzzelli diretto da Fabrizio Cassi, che nell’”Inneggiamo” si tingeva di nuances oratoriali. Sulla stessa linea il cast vocale, a partire dalla corposa vocalità mezzosopranile di Carmen Topciu nei panni di una Santuzza dolente e introspettiva, in contrasto con la vigorosa baldanza di Compare Turiddu interpretato dal tenore Walter Fraccaro. Perfetto phisique du role scenico – vocale per il baritono Alberto Gazale nel ruolo di Alfio. Elena Borin ha incarnato il ruolo di Lola con luminosi accenti sopranili. Intensa e credibile la Mamma Lucia del mezzosoprano Maria Luisa De Freitas. Applausi entusiasti per tutti.

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Info sull'autore

Fernando Greco

Pediatra di professione, si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia e si è specializzato con lode in Pediatria e Neonatologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Roma. Dal 2000 lavora in qualità di Dirigente Medico nell’Unità Materno-Infantile dell’ospedale “Cardinale G. Panico” di Tricase. Fin dalla più tenera età si diletta nel coltivare un’innata passione musicale. Negli anni Novanta ha fatto parte del coro “Nostra Signora di Guadalupe” di Roma diretto dal contralto Stella Salvati, sia in veste di corista sia di solista. Dal 2001 studia pianoforte con la prof.ssa Irene Scardia. In qualità di basso-baritono, cura il repertorio vocale con il maestro Michele D’Elia. Collabora con il magazine online “Il Tacco d’Italia” ed è accreditato come critico musicale per la Stagione Sinfonica della OLES, la compagnia “Balletto del Sud”, la Fondazione Petruzzelli di Bari, il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca. Viene spesso invitato a far parte di giurie e commissioni di concorsi e manifestazioni musicali.

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