Mia madre, Marianne Toma

Oggi non è un giorno come un altro; mi sveglio con la consapevolezza di una data che per me è particolare. Talmente particolare, da preannunciare il suo arrivo, iniziando a farmi sentire il suo peso già da qualche giorno prima. Di solito però lo ignoro e vado avanti.

Di solito.

Oggi, però, è anche il compleanno di Fabrizio, che condivideva con me il peso di questo maledetto giorno, tanto da non aver mai accettato volentieri i miei auguri.

Quasi mai.

La prima volta che ha preteso i miei auguri è stato per il suo cinquantesimo compleanno.

L’ultimo.

Ecco, vedi? Nemmeno Fabrizio c’è più… e allora, dopo tutta la vita che ci è passata in mezzo, dopo tutte le persone perse per strada, dopo i lutti, le gioie, gli anni, cosa vuoi che sia il ventinovesimo anniversario di morte di mia madre?

I traumi si rimuovono. Soprattutto quelli vissuti da piccoli o da molto giovani.

Ed è così che probabilmente sono sopravvissuta alla sua morte. Avevo da poco compiuto 17 anni. Tanti sogni da realizzare. Tutta una vita davanti a me.

 

Quando mia madre ha scelto di mettere fine alle sue, e alle nostre, sofferenze lanciandosi nel vuoto e volando verso la libertà, aveva 40 anni.

Era uno spirito libero lei, tanto da non aver accettato neanche che le imponessero il nome! All’anagrafe Johanna Maria Gerarda Clous, nella vita aveva scelto di chiamarsi Marianne Toma.

Era una donna forte e bellissima, una vera guerriera. Soffriva di schizofrenia dall’età di 14 anni. E tutta la vita aveva combattuto contro quel terribile male.

Erano altri tempi i suoi, tempi in cui si praticava ancora l’elettroshock, tempi in cui la medicina vagava nel buio più di adesso…

Tante volte, a causa della sua malattia, ha rischiato di morire in preda ad uno dei suoi deliri. Ma alla fine è morta per consapevole scelta.

Proprio il giorno prima le avevano diagnosticato l’impossibilità di guarire e avevano decretato che sarebbe stata trasferita in una clinica per casi irreversibili.

(Un posto stupendo, si intende, che in Olanda sono molto civili… ma, comunque, un posto in cui avrebbe avuto una libertà molto limitata).

A 6 mesi dal suo ultimo TSO, e dopo tanti sforzi per riuscire a riprendersi, per l’ennesima volta, dalla ricaduta avuta, non ha sopportato l’idea di continuare la sua vita rinchiusa, non ha sopportato l’idea di me e mio padre sempre lì vicino a lei. In qualche modo rinchiusi anche noi.

 

Il suo volo non è stato dettato da un momento di follia ma frutto di una lucida e premeditata scelta. Il giorno prima ci aveva salutato per bene. E aveva preparato una lettera d’addio per ogni singola persona della sua vita.

Era lucida quando scappò dalla clinica, lucida quando fece la sua ultima passeggiata nella natura, lucida quando fece il suo ultimo atto di coraggio.

Io sono figlia di una donna che, dopo anni e anni di lotte, ha scelto di mettere fine alle sue sofferenze e alla sua vita.

E seppur nel dolore, ho sempre rispettato la sua scelta di libertà.

Non abbiamo voce in capitolo sul venire al mondo o meno, non scegliamo di cosa ammalarci, chi incontrare, chi perdere.

 

L’unica libertà che ci è concessa è quella di poter scegliere quando mettere fine alla nostra vita. Ed è per questo che è estremamente importante tutelarla.

 

Ma oggi, oggi è una giornata particolare. E mi è successa una cosa davvero bizzarra.

Ero alle prese con una delle mie tipiche, disperate, cacce al tesoro per ritrovare qualche documento importante. E, rovistando tra le mie cose, ho finito per imbattermi in un’agenda di mio padre. Anno 1990. Aia. Non ho resistito alla tentazione e ci ho sbirciato dentro.

Cercavo i pensieri di mio padre e invece ho trovato i miei: poesie, appunti, richieste di attenzione, parole di conforto… tutto scritto da me in quell’agenda nel disperato tentativo di comunicare con un padre chiuso nel suo dolore. Un pugno allo stomaco: avevo totalmente rimosso quel periodo.

Et voilà! In un attimo ho fatto un importante salto temporale. Un dolore assopito da decenni bruciava vivo come il primo giorno e le lacrime scendevano giù imperterrite.

Impossibile fermarle quando apri quella porta lì…

Bisogna stare molto attenti a lasciarla ben chiusa. Anche se, ogni tanto, con cautela, farlo può anche provocare un certo piacere: è bello constatare che il dolore è ancora lì, intatto e vivo.

Aiuta ad affievolire il senso di colpa per essere rimasti qui, sopravvissuti agli altri per nessun merito.

Siamo in continuo mutamento, la vita ci cambia. E io, oggi, a 46 anni suonati, non potrei piangere per aver perso la mamma, mi vergognerei davanti a me stessa: una donna adulta, una madre… temo che non riuscirei a provare compassione per me!

Il tempo cambia la percezione delle cose. E io, oggi, leggendo quelle pagine, ho il giusto distacco per provare finalmente tenerezza per la ragazzina che le ha scritte… non sembrano parole mie ma di un’ altra. Una tenera ragazzina alle prese con un dolore enorme. Ed è per lei che ho pianto. Per lei che ho provato compassione.

Non mi era mai successo prima, di provare così tanto amore per quella ragazzina, e oggi le dedico le mie parole, perché possa sentire il mio calore e ricevere il mio abbraccio da mamma.

 

‘Credo in Dio, credo nella natura, credo nell’amore’ – le ultime parole di Marianne Toma

1 Commento

  1. Avatar
    Roberto

    Ecco cosa mi spinge a seguirla: il fatto che le sue prese di posizione pubbliche non sono mai qualcosa di campato in aria, il vezzo di chi si sente intellettuale o – peggio – artista. Men che meno la scelta di campo più “comoda”. Al contrario: affondano nel privato, si nutrono di carne e sangue. e sono il frutto di uno scambio continuo fra ciò che il vissuto le ha lasciato e la fatica quotidiana di restare coerenti con sé stessi. Con persone come lei vale la pena confrontarsi sempre.
    Quindi, semplicemente grazie. Alla ragazzina di ieri. Alla madre di oggi.

    Reply

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!