Il ruolo delle donne nella mafia italiana

Sempre più figure di primo piano, le donne assicurano la tenuta del potere mafioso e maschile

Fonte: https://www.ulyces.co/malaurie-chokouale/les-femmes-ont-elles-pris-le-pouvoir-dans-la-mafia-italienne/

Versione italiana a cura della Redazione del Tacco d’Italia

 

Con il viso leggermente gonfio e ammanettata, Mariangela Di Trapani scende i gradini, saldamente stretta tra due agenti della Polizia. Il suo sguardo svuotato incontra l’orda di giornalisti che la aspettano. Tutta Palermo la chiama “Patrona” per una semplice ragione: dopo la morte in prigione del padrino dei padrini, Totò Riina, è sospettata di essere stata scelta per riorganizzare le “truppe” del quartiere mafioso di Resuttana. Il 5 dicembre 2017, è stata arrestata durante un’operazione su larga scala chiamata Talea, che ha coinvolto oltre 200 carabinieri.

1° giugno 2019 – “Mafia, si chiude il processo dell’operazione ‘Talea’: 24 condannati e 13 assolti. Quattro anni a Maria Angela di Trapani, moglie del super killer Salvino Madonia, accusato dell’omicidio di Libero Grassi”.

Figlia e sorella dei boss della mafia Cicco e Nicolò Di Trapani, Mariangela conosce la prigione che l’attende per averci già trascorso sette anni. Aveva passato gli ordini del capo di suo marito, Salvino Madonia, ai suoi accoliti mentre lui era dentro per omicidio. Rilasciata nel 2015, passa dall’essere semplice messaggera a “capa” che dà gli ordini, fino a ricadere nella rete della giustizia.

Secondo un recente studio del centro di ricerca italiano TransCrime, sempre più donne assumono un ruolo di primo piano nella mafia italiana. “In molte famiglie di Cosa Nostra e della Ndrangheta, le donne sono diventate figure chiave, molto attive nella gestione dei loro affari di famiglia”, conferma Alessandra Dino, docente di Sociologia giudiziaria all’Università di Palermo. A lungo incaricate di seguire l’educazione dei figli, le donne della mafia gestiscono ora la finanza?

 

Capi d’azienda

Per mesi un team internazionale di otto ricercatori ha creato modelli sul “rischio di infiltrazione delle criminalità organizzate in imprese legali, in tutti i territori e settori europei”. Alla fine di dicembre 2018, lo studio di “TransCrime” ha concluso che, sebbene il 2,5% dei condannati per reati connessi alla mafia in Italia siano donne, esse possiedono ancora solo un terzo dei beni delle organizzazioni.

Nell’esaminare le aziende nel mondo criminale italiano, i ricercatori hanno anche potuto stabilire che “nei settori dell’edilizia e dei trasporti in particolare, ci sono azioniste quattro volte in più che nell’economia legale”, spiega Michele Riccardi, ricercatore “TransCrime”, che ha partecipato allo studio. Queste madri, sorelle o figlie non assumono più solo ruoli passivi, come dimostrano le indagini condotte dai procuratori antimafia.

“I risultati di questo studio non sono sorprendenti, perché le donne sono spesso percepite come insospettabili ed è quindi più facile cedere loro delle proprietà senza attirare l’attenzione”, dice Felia Allum, docente di Scienze Politiche e Italiano presso l’Università di Bath. I mafiosi preferiscono conferire le responsabilità o la gestione di attività finanziarie ai membri del proprio entourage in modo che i soldi rimangano in famiglia, senza che i veri beneficiari appaiano.

La storia di Maria Campagna illustra questo fenomeno. La quarantenne che ora langue dietro le mura del carcere di Santa Maria Capua Vetere in Campania, stava facendo scorrere centinaia di chili di cocaina in Europa da due anni. Dopo il suo arresto durante l’Operazione Penelope, i tribunali hanno dimostrato come la donna si fosse incaricata della comunicazione tra suo marito, il mafioso Turi Cappello, e il resto del clan, mentre lui era in carcere. Boss di Catania, Cappello aveva una fede cieca in lei e faceva affidamento sul suo talento di trattare con i narcotrafficanti sudamericani.

Secondo il Centro d’inchiesta Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp), Campagna non si è limitata a questo. Era, in realtà, specializzata nell’organizzare la raccolta di cocaina attraverso tutti i porti in cui era spedita. L’organizzazione stima che il numero di donne che svolgono questo tipo di ruolo nei clan mafiosi è basso, ma cresce. “Nel 1989, una sola accusa riguardante la mafia è stata presentata contro una donna. Nel 1995 erano 89”, fa sapere Occrp. Con il crescere del fenomeno, la ricerca e la giustizia si sono concentrate sul ruolo di queste donne nei circoli criminali in Italia, dopo anni vissuti all’ombra degli uomini.

 

Garanti dei valori mafiosi

Il ruolo delle donne nella mafia è stato strutturato a metà del 19° secolo in una società notoriamente violenta e machista, dove le figure femminili occupavano un ruolo essenziale per il clan: il passaggio del testimone, l’eredità. “Con i padri spesso in fuga o in prigione, sono le madri a trasmettere i ‘valori’ mafiosi a i bambini”, afferma la regista Anne Véron, il cui documentario Des femmes dans la Mafia racconta tre donne di cosa nostra. “Per molto tempo sono state la rispettabile vetrina delle famiglie mafiose”, aggiunge Dino. Presenti alle messe o in qualsiasi evento pubblico, devono mostrare alla società di essere perfette sotto ogni aspetto.

A seconda dell’organizzazione di appartenenza, la loro funzione può variare. Secondo Felia Allum, la cui tesi si concentra in particolare sulla camorra (su cui ha anche scritto due libri), i diversi gruppi funzionano diversamente e “anche il territorio ha un impatto sul ruolo delle donne”. Questa disparità “rende difficile generalizzare”, avverte la ricercatrice. A Napoli, le donne sono più emancipate, perché lì c’è “solo la mafia urbana“. Nella mafia calabrese, più rurale, hanno comunque poco spazio, perché prevalgono i legami di sangue. In Sicilia, non possono ufficialmente appartenere a un’organizzazione, “ma ogni donna che fa parte della vita di un uomo di mafia, ne condivide anche le attività”.

Rita Atria

Il loro ruolo non deve essere sminuito. “Senza di loro, le mafie non esisterebbero”, ricorda Felia Allun. “Sono colpevoli come gli uomini nel trasmettere i valori della mafia alle nuove generazioni. E come per gli uomini, le pentite sono rare. Coloro che scelgono di cooperare con le autorità per proteggere se stesse o la prole, sono esposte a mille punizioni. Il suicidio della giovane Rita Atria nel 1992, una settimana dopo la morte del suo protettore, il giudice Paolo Borsellino, rimane un tragico e doloroso evento nella lotta antimafia”.

Fino all’inizio degli anni ’90, le mafiose erano di poche parole. E ciò ha indubbiamente contribuito al loro anonimato. “Prendete il possesso illegale di armi da fuoco”, continua Alessandra Dino. “Leggendo i dossier giudiziari, possiamo vedere come sia stato spesso qualificato e trattato come ‘aiuto e complicità’ nel caso di una mafiosa, mentre per un uomo si trattava di ‘associazione mafiosa’”.

Spesso considerate vittime, col passare del tempo sempre più donne sono state condannate anche a vent’anni di galera. “Solo nel 1999, il sistema giudiziario italiano ha riconosciuto che una donna poteva essere accusata di crimini legati alla mafia, anche in assenza di un’affiliazione formale”, spiega Dino. Garanti della vendetta e dell’omertà, le mafiose appaiono agli occhi di tutti come delle manager. Ma non hanno ancora abbastanza potere.

 

Pseudo emancipazione

Nonostante tutto, la mafia rimane “una società eminentemente machista”, esclama Felia Allum. “Le donne ci sono sempre state, ma non le si vedeva! Il loro disvelarsi potrebbe quindi realizzarsi solo se venisse concessa loro maggiore attenzione. Da 25 anni, il numero di giudici donne e di ricercatrici che osservano questo fenomeno, è andato crescendo”, afferma.

Inoltre, le donne spesso prendono il potere solo temporaneamente. Una volta tornati dal carcere, gli uomini riprendono il loro posto. “A volte capita che le donne ottengano più potere all’interno di un’organizzazione, ma solo quando gli uomini ne hanno bisogno”, conferma Felia Allum descrivendo questo fenomeno come un “potere per delega”. Le mafie rimangono organizzazioni orientate agli uomini e le eccezioni a questa regola sono rare, sebbene ci siano alcuni casi interessanti. Sebbene più proattive di prima, “le donne sono come un esercito di riserva. Hanno incorporato tutti i trucchi del mestiere e possono entrare in battaglia quando vengono chiamate”.

Giusy Vitale

Il caso di Giusy Vitale illustra perfettamente questa emancipazione. Soprannominata “Lady Mafia”, questa siciliana apparteneva a cosa nostra. Quando il marito e i fratelli si ritrovarono dietro le sbarre negli anni ’90, la giovane prese le redini a Partinico (Palermo). Arrestata nel giugno 1998 e di nuovo nel 2003, ha guidato la famiglia con il pugno di ferro per alcuni anni, ma non le era permesso partecipare alle riunioni. Ha collaborato con la polizia nel 2005 e oggi vive sotto pseudonimo, in un luogo segreto.

Allora è possibile un’inversione di forze? Nel 2012, Allum ha avuto un incontro fuori dall’ordinario. Una testimone di giustizia – di cui tace l’identità – le ha affidato la sua visione del futuro. Per lei, arriverà il momento in cui le donne saranno più potenti. “Era convinta che gli uomini tendessero a essere più violenti, ma che le donne fossero più intelligenti e capissero meglio l’economia”, dice.

La ricercatrice sembra in dubbio sulla prospettiva di un simile cambiamento. “Con sempre più uomini in prigione, forse queste donne troveranno l’opportunità di rimanere al potere per più tempo e quindi avere maggiore impatto”, aggiunge.

A ogni modo, lo studio recentemente pubblicato da TransCrime ha il merito di aver squarciato il velo di invisibilità calato sulle donne mafiose. Era ora di fare luce.

 

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Avatar

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!