Valle d’Itria: un sorriso lungo un secolo

La scuola napoletana e il suo ruolo nell’evoluzione della musica settecentesca fil rouge della 45^ edizione del Festival martinese, tra scenari sorprendenti e “Opere in Masseria”

 

di Fernando Greco

(foto Lapolla)

 

Con il titolo “Albori e bagliori. Napoli e l’Europa: il secolo d’oro” il 45° Festival della Valle d’Itria ha inteso approfondire l’importanza della scuola napoletana nell’evoluzione della musica del Settecento, secolo in cui da Napoli partì la trionfale parabola dell’opera buffa e si posero le basi per i successivi sviluppi del melodramma. Premesso che nel Festival martinese nulla accade per mero intrattenimento, ma ogni scelta rispecchia percorsi culturali ben precisi (ciò che da 45 anni ne garantisce il successo internazionale), il primo fil rouge individuato quest’anno dal vulcanico direttore artistico Alberto Triola ha iniziato a dipanarsi con l’opera inaugurale, ovvero “Il Matrimonio Segreto” (1792) di Domenico Cimarosa, ultimo bagliore di quel genere buffo nato quasi occasionalmente all’inizio del secolo con la forma dell’Intermezzo. Non a caso, dopo il capolavoro di Cimarosa, il pubblico del Festival ha potuto apprezzare due piacevoli Intermezzi nell’ambito di “Opere in Masseria”, fortunata iniziativa che prevede l’allestimento di uno spettacolo lirico in contesti ambientali che esaltino il territorio della Valle d’Itria. Quest’anno è stata la volta de “L’ammalato immaginario” (1726) di Leonardo Vinci e “La vedova ingegnosa” (1735) di Giuseppe Sellitti.

 

 

Un moderno open space

La serata inaugurale

La messa in scena del “Matrimonio Segreto” è stata affidata all’insigne regista Pier Luigi Pizzi, di ritorno al Festival dopo la “Francesca da Rimini” del 2016, responsabile anche di scene e costumi. Chi si aspettava macchine di scena baroccheggianti o colonnati neoclassici, secondo il più tipico stile del regista, sarà rimasto stupito nel vedere uno squadrato open space di una villa ultramoderna dallo stile molto simile a quella realizzata al Rossini Opera Festival nel 2002 per “La pietra del paragone”. Come allora, anche in questa occasione la modernità dell’allestimento ha sveltito l’incedere dell’intreccio, favorendone la comprensione e tenendo desta l’attenzione del pubblico per circa tre ore, complici i colorati costumi e la cura drammaturgica dei momenti più comici, resi con la giusta dose di caricaturalità. Le costose poltrone Wassily e la pacchiana abbondanza di opere d’arte riconoscibili, dai “Tagli” di Fontana alle “Combustioni” di Burri, denotano la ricchezza di Geronimo, che in questa versione dell’opera è un commerciante d’arte, “un esponente di quella borghesia che tenta di elevarsi intellettualmente” secondo il punto di vista del regista: “Un Burri appeso in casa da una parte significa che hai delle pretese intellettuali, dall’altra che sei in grado di pagarlo. Del resto anche oggi è pieno di arricchiti che tentano di elevarsi socialmente facendo sposare le figlie a un nobile: sono delle fissazioni, dei tic”.

 

 

Gli interpreti

Il cast giovane e qualitativamente omogeneo ha dato un fondamentale contributo alla freschezza di questo allestimento, a cominciare dal basso-baritono Marco Filippo Romano, che ha così aggiunto il ruolo di Geronimo alla lunga lista di personaggi buffi interpretati con successo, dai mozartiani Leporello e Don Alfonso ai rossiniani Bartolo e Don Magnifico, solo per citarne alcuni. E decisamente rossiniana è stata anche la sua interpretazione di Don Geronimo: un agitarsi, un gesticolare che in un contesto più classicheggiante sarebbero sembrati talora sopra le righe, in questa occasione hanno dimostrato piena aderenza alla visione registica, rivelando un interprete efficacissimo nell’evidenziare l’ansia del ricco parvenu desideroso di tener testa alla nobiltà, con quella squisita vocalità da basso parlante tipica del compianto Enzo Dara o del miglior Bruno Praticò.

 

L’aitante phisique du role del baritono Vittorio Prato strideva con il libretto dell’opera, che vorrebbe il Conte Robinson un vecchio decrepito, qui invece trasformato in un giovane ed elegante damerino con la puzza sotto il naso, che quasi quasi potrebbe permettersi di passare da una sposa all’altra non in base alla sua posizione sociale, ma piuttosto in base alla sua bellezza. Peraltro, il baritono leccese ha esibito, oltre a un timbro vocale saldo e preciso nelle agilità, una formidabile vis comica nell’affrontare gli esilaranti equivoci di cui è protagonista: esemplare il duetto con Paolino “La sposa non mi piace e non la voglio”.

 

La pregevole vocalità sopranile di Benedetta Torre, nel ruolo di Carolina, ha esibito un lirismo di matrice già protoromantica, nondimeno attento alle insidie virtuosistiche della partitura. La cantante, forte di una completa adesione scenica al suo personaggio, si è mostrata all’occorrenza brillante nella sua aria “Perdonate signor mio”, accorata nella disperazione del recitativo “Come tacerlo poi…”, deliziosa nel suo duetto iniziale con l’amato Paolino. D’altro canto, Paolino ha trovato l’interprete ideale nel tenore australiano Alasdair Kent grazie alla perfetta identificazione scenico–vocale con il suo personaggio: di lui non si sapeva se ammirare di più la valenza belcantistica di un timbro incantevole o il tenero aspetto scenico, valorizzato dalla regia che all’inizio dell’opera lo ha fatto comparire in boxer, evidenziando una fisicità al contempo statuaria ed efebica.

 

La spocchiosa Elisetta ha trovato la giusta interprete nella soprano Maria Laura Iacobellis, irresistibile nella sua verve comica di sorella maggiore che teme di restare zitella nonché accattivante e sicura nelle agilità vocali della sua aria “Se son vendicata”. La mezzosoprano Ana Victoria Pitts ha vestito i panni di Fidalma con notevole efficacia scenica e timbro di velluto: la sua dichiarazione d’amore a Paolino ha costituito il momento più spassoso dell’opera, quando la procace Fidalma, con tanto di cosce di fuori, cercava di irretire l’inerme ragazzo, sopraffatto da tanta foga amorosa.

 

La bacchetta del giovane direttore Michele Spotti, già assistente del compianto Alberto Zedda, ha condotto l’Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari con intelligenza e buon gusto, staccando tempi brillanti che mettevano in risalto tutto il nitore di una partitura che, come un ruscello d’acqua limpida, si è svelata al pubblico in tutto il suo splendore e in perfetto equilibrio con le voci.

Applausi entusiasti per tutti da parte del pubblico della prima, inizialmente sorpreso per il debutto al Festival dei sovratitoli, che hanno aiutato anche i meno esperti nella comprensione della vicenda.

// Uno scenario insolito per “Il matrimonio segreto”, salutato dall’entusiasmo del pubblico

Opere in masseria

La Masseria del Duca, a Crispiano (TA)

Dopo l’inaugurale “Matrimonio Segreto”, andato in scena il 16 luglio, nella serata del 21 la storica Masseria del Duca di Crispiano ha costituito un pregevole scenario per i due intermezzi “L’ammalato immaginario” (1726) di Leonardo Vinci e “La vedova ingegnosa” (1735) di Giuseppe Sellitti.

“Per distrarre l’attenzione dello spettatore dai tragici casi dell’opera seria s’era cominciato a inserire fra un atto e l’altro intermezzi di carattere allegro e ridanciano: veri capolavori, alcuni, come la pergolesiana “Serva padrona” (1733), e in genere germe dell’opera comica. Comica voleva dire non soltanto da ridere, ma anche bassa, prosaica, borghese. Voleva dire che qui si sarebbero visti uomini e casi della vita quotidiana e affetti semplici e veri”: con queste parole del grande musicologo Massimo Mila ci addentriamo nello sterminato repertorio di intermezzi buffi, rimasti ancora in gran parte inesplorati dal pubblico contemporaneo. Il cliché dell’intermezzo prevede di solito due personaggi, ovvero una donna scaltra che, partendo da una situazione di disagio derivante da umili origini o vedovanza, riesce con astuti espedienti a impalmare un maschio attempato, danaroso e un po’ babbeo, diventando la padrona di casa. Fondamentale il travestimento, mutuato dalla prassi della Commedia dell’Arte.

 

La perdita dell’intimità

I suddetti ingredienti erano presenti alla perfezione nei due intermezzi scelti dal Festival, felicemente uniti in un unico canovaccio dalla regia di Davide Gasparro. E così nel primo intermezzo l’intraprendente vedova Erighetta riesce a sposarsi con l’ipocondriaco Don Chilone, ma le angherie di costei, antenata della più famosa Norina donizettiana, lo fanno morire di crepacuore.

 

Questo stratagemma ideato dal regista consente che la narrazione prosegua con il secondo intermezzo, in cui la stessa protagonista, rimasta vedova per la seconda volta, riesce a farsi sposare dal ciarlatano medico Strabone, complice in entrambi i casi il travestimento della stessa, che nel primo intermezzo si traveste da medico, anticipando la Despina mozartiana, mentre nel secondo intermezzo si finge il suo fratello gemello. L’allestimento scenico, realizzato in collaborazione con l’Accademia delle Belle Arti di Bari, è stato immaginato come un ambiente circense di felliniana memoria, dominato da un grande letto a baldacchino, simbolo della malattia immaginaria di Don Chilone, ma anche del matrimonio e dei guai ad esso connessi, espressione della perdita di intimità, del mettere in una pubblica piazza i fatti privati dei protagonisti. Irresistibili i due giovani mimi Sebastiano Geronimo e Francesco Argese i quali, immaginati come dei clown, hanno arricchito non poco la comicità della vicenda, velandola al contempo di un alone di crepuscolare malinconia.

 

La dimensione cameristica

La frizzante protagonista femminile ha trovato un’interprete di lusso in Lavinia Bini, soprano assurta a fama internazionale dopo aver indossato i panni di Rosetta ne “La Ciociara” di Tutino (Cagliari 2017) al fianco della celebre Anna Caterina Antonacci. Rispetto all’intenso lirismo di allora, la cantante ha dimostrato di saper piegare il sontuoso timbro vocale al servizio di questo repertorio brillante, che lei ha saputo rendere con la giusta leggerezza e con singolare verve comica. Nel doppio ruolo di Don Chilone e di Strabone, il baritono Bruno Taddia si è disimpegnato con espressività degna di un trasformista, passando con disinvoltura attoriale dall’emaciato ipocondriaco all’impettito ciarlatano, che a sua volta si camuffa da venditore ambulante, con timbro vocale non particolarmente fascinoso, ma attento ai dettagli della dizione, qualità fondamentale in questo tipo di repertorio.

 

La Cappella Musicale Santa Teresa dei Maschi ha intessuto un’incantevole trama musicale, con sonorità sempre adeguate alla dimensione cameristica della partitura, in cui erano presenti anche un violone, una tiorba e una chitarra barocca. Molto risalto è stato dato ai recitativi da parte di Sabino Manzo, direttore dell’ensemble e maestro al clavicembalo.

Applausi per tutti da parte di un pubblico visibilmente divertito, compresa la grande Anna Caterina Antonacci, presente tra gli spettatori.

 

“L’ammalato immaginario” e “La vedova ingegnosa”: due intermezzi per le “Opere in Masseria”

 

 

“Il Matrimonio Segreto” di Cimarosa sarà replicato nel cortile del Palazzo Ducale di Martina Franca il 31 luglio (diretta radiofonica su Radio3-RAI) e il 3 agosto. “Opere in Masseria” continuerà il suo percorso itinerante per varie masserie storiche della Valle d’Itria fino al 1 agosto. Ulteriori dettagli nel sito web www.festivaldellavalleditria.it.

 

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Info sull'autore

Fernando Greco

Pediatra di professione, si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia e si è specializzato con lode in Pediatria e Neonatologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Roma. Dal 2000 lavora in qualità di Dirigente Medico nell’Unità Materno-Infantile dell’ospedale “Cardinale G. Panico” di Tricase. Fin dalla più tenera età si diletta nel coltivare un’innata passione musicale. Negli anni Novanta ha fatto parte del coro “Nostra Signora di Guadalupe” di Roma diretto dal contralto Stella Salvati, sia in veste di corista sia di solista. Dal 2001 studia pianoforte con la prof.ssa Irene Scardia. In qualità di basso-baritono, cura il repertorio vocale con il maestro Michele D’Elia. Collabora con il magazine online “Il Tacco d’Italia” ed è accreditato come critico musicale per la Stagione Sinfonica della OLES, la compagnia “Balletto del Sud”, la Fondazione Petruzzelli di Bari, il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca. Viene spesso invitato a far parte di giurie e commissioni di concorsi e manifestazioni musicali.

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