Prostituzione, un business in appalto ai gruppi nigeriani

Gestita dalla malavita nigeriana, la tratta internazionale di giovani donne africane, a scopo di sfruttamento sessuale, è una realtà tangibile in molte città europee, a testimonianza delle pressioni esercitate dalla presenza delle gang sui nostri territori. E se i clan nigeriani riescono a fare affari anche in Italia, è solo grazie al consenso delle mafie nostrane

Fonte: https://www.jeuneafrique.com/654055/societe/en-italie-la-mafia-nigeriane-etend-son-emprise-et-regne-sur-la-prostitution-venue-dafrique-de-louest/

Versione italiana a cura della Redazione del Tacco d’Italia

 

Joy, la schiava bambina della mafia nigeriana

Giunte sulle coste europee attraverso il Mediterraneo con la promessa di un lavoro, le donne, spesso minorenni, sono sottomesse e costrette a prostituirsi dai clan di connazionali, sempre più potenti in Italia.

Joy (nome di fantasia) è appena uscita dal bosco. Nel buio, un uomo brizzolato la segue mentre stringe la cintura dei pantaloni e i soldi passano da una mano all’altra. Lui sale sulla sua bicicletta per allontanarsi. Ha i capelli dritti sotto una fascia gialla e rossa che gli stringe la fronte. Joy, invece, riprende il “suo” posto, vicino a una stazione di servizio abbandonata, a Sanremo. La stessa scena si ripete meccanicamente, ogni pochi metri, lungo la via Aurelia, che attraversa questa città della Liguria, a circa venti chilometri dal confine italo-francese di Ventimiglia. Qui tutte le giovani donne sono nigeriane.

 

“Ho 23 anni”, dice Joy, prima di ammettere che di anni ne ha solo 17. L’uomo che è appena scomparso nella notte le ha dato 20 euro, mentre lei ne ha chiesti 30. “I clienti non pagano, sono violenti: mi schiaffeggiano e talvolta rubano soldi e cellulare”, dice. Giunta in Italia nel 2016, Joy è una degli 11.009 Nigeriani arrivati ​​in Italia nel 2018. Negli ultimi tre anni questo traffico di esseri umani è esploso: erano 433 nel 2013, 5.653 nel 2015 e non meno di 5.399 nel 2017.

Le nigeriane rappresentano il 30% delle donne che arrivano attraverso il Mediterraneo, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom). Giovani donne attratte dalla promessa di un lavoro – in un supermercato italiano, nel caso di Joy – prima di cadere nella trappola. Da allora, è stata costretta a prostituirsi per rimborsare un “debito” di 27.000 euro contratto per arrivare in Europa.

 

Debiti, “madame” e ‘juju’

Joy sembra esausta. Schiacciata, non può uscire dall’ingranaggio del debito e della prostituzione. Deve lavorare tutta la notte prima di tornare nella sua stanza a Genova, dove vive con la sua “signora“, un’ex prostituta nigeriana che la obbliga a pagare i debiti.

 

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), queste “signore” rappresentano la metà del contingente di trafficanti di esseri umani di origine nigeriana. “Mi sono messa in contatto con lei quando sono partita”, dice una ragazza, che sostiene di guadagnare tra i 150 e i 200 euro a notte, prima di raccontare di essere sotto l’influenza di un “juju”, un rituale di cui è stata vittima in Nigeria. “Le donne bevono una miscela di pezzi di unghie, capelli e sangue. Una voce si infiltra nei loro pensieri e le spinge a obbedire. Non possono smettere di prostituirsi e non possono denunciare le ‘signore’ per paura di ripercussioni violente”, dice Magdalene Izibiri, mediatrice culturale presso la cooperativa di Jobel, molto attiva nella lotta alla prostituzione in Liguria.

Questo rituale fa parte dell’arsenale schierato dalla “Black Axe Confraternity” e dalla “Supreme Eiye Confraternity”, due rami della mafia nigeriana. Lo scopo è di “far perdere il senso della propria individualità” alle vittime, che “diventano proprietà di altri”, afferma un rapporto della Direzione investigativa antimafia (Dia), il faro della lotta contro criminalità organizzata in Italia. La presa spirituale è potente. Lucy, che aveva solo 15 anni quando ha lasciato la Nigeria nel 2008, ha raccolto solo 100 euro. Non abbastanza per i bisogni della sua “signora”. Ora teme il peggio. “Farà uccidere i miei genitori in Nigeria. ‘Juju’ è potente e la mia sopravvivenza dipende da questo lavoro”, dice mentre si trova sul pezzo di marciapiede che le è stato assegnato.

“Ci trattano come animali. La nostra vita non ha valore”, si sfoga la ragazza, prima che il suo ennesimo cliente arrivi sul ciglio della strada.

 

Dalle strade di Benin City all’internazionalizzazione

Nate nelle Università di Benin City alla fine degli anni Settanta, le reti nigeriane furono, in origine, semplici bande, a metà strada tra associazioni religiose e gang criminali. Ma le loro attività hanno continuato a crescere, oltre i confini della Nigeria. Ora sono regolarmente prese di mira da operazioni di polizia su vasta scala in Europa, come quella condotta da Europol in Spagna e nel Regno Unito il 22 marzo 2018, durante la quale, nell’ambito di un’indagine sulla tratta di esseri umani, sono state arrestate 89 persone sospettate di appartenere a reti criminali nigeriane.

 

La Guardia Civil spagnola, in collaborazione con l’Agenzia Nazionale per la Proibizione della Tratta di Persone (Naptip) della Nigeria e la National Crime Agency (Nca) del Regno Unito, ha smantellato un gruppo criminale organizzato nigeriano in una delle più grandi operazioni contro la tratta di esseri umani in Europa. Questa rete criminale era attiva in più Stati membri. Le vittime erano condotte dalla Nigeria verso l’Europa, attraverso la Libia e l’Italia (Lampedusa). L’indagine è iniziata quando una minorenne ha presentato una denuncia alla polizia; ha riferito di essere stata costretta a partire sotto la minaccia di subire riti voodoo in Nigeria. Una volta in Spagna (dopo essere transitate anche per l’Italia) le donne sono state tenute in condizioni squallide nelle case di Almeria, dove sono state sfruttate come prostitute, per pagare il debito di 30.000 euro corrispondente alle spese accumulate per il trasferimento attraverso le reti di immigrazione irregolare dalla Nigeria all’Europa. La rete smantellata era legata alla fratellanza “Eiye”, nota per essere una delle confraternite più influenti della Nigeria che operano in gruppi clandestini in tutto il mondo, finanziando l’organizzazione attraverso attività lecite e illecite e, in particolare, la tratta di esseri umani. Uno dei membri più importanti dell’Eiye è un noto dj nigeriano, arrestato mentre era di ritorno dal suo Paese, dove stava registrando un video musicale. Il suo ruolo era trasferire le vittime in Spagna e organizzare lo sfruttamento sessuale in diverse province spagnole. I criminali hanno trasferito e riciclato i soldi usando il sistema Hawala. La polizia ha effettuato 41 perquisizioni in abitazioni e locali presso Alicante, Almeria, Barcellona, ​​Cantabria, Madrid, Malaga, Murcia, Navarra, Siviglia, Toledo e Vizcaya, in Spagna, e Manchester, nel Regno Unito. I conti bancari, utilizzati dall’organizzazione per riciclare oltre 300.000 euro, sono stati bloccati. In totale, l’operazione ha portato a 89 arresti e 39 persone sono state salvate. L’Europol ha sostenuto fin dall’inizio le indagini, fornendo supporto analitico con relazioni incrociate, finanziando diverse riunioni operative e schierando uno specialista durante la fase di azione in Spagna.

 

Se le autorità antimafia italiane si preoccupano sempre più del peso della filiera nigeriana, è perché è gestita “dalla più feroce mafia straniera, nonché quella con più ramificazioni in Italia“.

Dal metodo di reclutamento in Nigeria all’organizzazione di reti nella penisola, attraverso rituali magici, “il traffico di esseri umani per sfamare la prostituzione è un’importante fonte di finanziamento per il crimine nigeriano” recita il rapporto

La polizia ha effettuato diverse operazioni per smantellare questi canali. A Torino, le conclusioni di un’inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica danno un’idea della rigida struttura gerarchica che governa queste reti, in cui ciascuna ha un ruolo specifico.

Gli investigatori di Torino hanno scoperto che un certo Nathaniel Okoh – chiamato anche “Ogbe” – ha svolto il ruolo di intermediario, in connessione con una ‘signora’ – Patience Idehen – residente nel nord Italia. Okoh “comprò” le donne in Nigeria, prima di organizzare il loro trasferimento nel nord della penisola, dove Idehen fornì la supervisione e lo sfruttamento delle stesse, costrette alla vita da marciapiede. La maggior parte delle vittime di queste reti proviene dallo Stato di Edo, a maggioranza cattolica, nel sud della Nigeria. Durante il loro viaggio nei Paesi di transito, le donne sono accompagnate dai membri delle reti criminali. Una volta arrivate ​​in Libia, vengono lasciate nelle “case di collegamento”, in attesa del viaggio via mare verso l’Italia.

“Queste giovani donne stanno sfuggendo alla povertà. Non avendo mai frequentato la scuola, sono facili prede per la mafia nigeriana”, afferma Claudia Regina, responsabile di un programma di empowerment per le donne vittime della prostituzione a Sanremo. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), otto nigeriane su dieci che entrano illegalmente in Europa sono potenziali vittime dello sfruttamento sessuale. Per le autorità italiane, non c’è dubbio: se le reti nigeriane riescono a mettere radici da noi, è solo con il consenso delle organizzazioni criminali italiane. Conosciuta come “particolarmente pericolosa e violenta”, la mafia nigeriana si basa su una metodologia comprovata nel traffico di esseri umani, nel traffico di droga e nella prostituzione forzata, settori di attività dominati fino a poco tempo fa esclusivamente dalla mafia italiana, che esercita uno stretto controllo del territorio.

 

Collaborazione pacifica tra mafia italiana e reti nigeriane

“Camorra, cosa nostra e ‘ndrangheta hanno adottato una strategia di collaborazione pacifica ed efficace con la mafia nigeriana, per non attirare l’attenzione”, afferma Antonio Nicaso, specialista nel funzionamento delle reti criminali italiane. Secondo Nicaso, docente presso la Queen’s University di Kingston, in Canada, le organizzazioni criminali italiane, tra cui la ‘ndrangheta, che è molto attiva nel nord, hanno esternalizzato lo sfruttamento della prostituzione alla “Black Axe Confraternity” perché considerata attività “disonorevole”.

 

Sodalizi mafiosi, dunque. Dal connubio tra Albanesi e ‘ndrangheta per la gestione del mercato globale della coca, ai bazar del sesso a basso costo con il placet delle mafia siciliana che, letteralmente, appalta il business ai nigeriani.

 

Nel 2015, infatti, gli investigatori hanno scoperto l’esistenza di un accordo formale tra “Black Axe”  e Cosa Nostra per il controllo di alcune aree di Palermo, in Sicilia. Ma, sebbene i legami siano forti e provati, la Dia crede, tuttavia, che dall’inizio del 2010, i clan nigeriani si stiano gradualmente affrancando dall’autorità delle principali mafie italiane.

 

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