Il vecchio e le bionde

C’era anche il premier del Montenegro Milo Djukanovic nelle indagini per il contrabbando di sigarette, le “bionde”, 25 anni fa. C’erano nel processo, iniziato 18 anni fa, personaggi del calibro di Ciro Armento, di professione camorrista, e i fondatori della sacra corona unita Salvatore Buccarella, Erminio Cavaliere e Giuseppe Rogoli. C’era un grosso imprenditore di Carrara, produttore di motoscafi off shore, usati dai mafiosi per attraversare l’Adriatico. Il processo che ha portato alla sbarra boss blasonati di camorra e sacra corona si è chiuso con 14 assoluzioni, tre proscioglimenti e 32 non doversi procedere per prescrizione dei reati. Solo una condanna, quella di Domenico Velluto a 4 anni e sei mesi per detenzione di armi. Ai 50 imputati la Dda di Bari contestava i reati di associazione mafiosa, contrabbando, armi, droga, riciclaggio e rapine. Prescritto tutto, anche il reato di associazione mafiosa. Indagini complesse per reati commessi tra il 1994 e il 1998, ridotte come sabbia tra le mani. MLM

di Thomas Pistoia (foto: Brindisi Report)

Ai miei tempi non era un crimine.
Cioè, sì, lo era, ma non veniva considerato grave. Sarà stato per quell’aura di romanticismo che ci portavamo appresso, per quella nostra vita avventurosa vissuta sul mare, in bilico tra un confine e l’altro. Oppure per la simpatia di Totò e Fernandel, o per altro cinema e letteratura che ci avevano mitizzati. Sarà stato anche quel nostro impegno a evitare la violenza e ad affidarci solo alla destrezza, alla velocità e a un pizzico di genio. Una gara, una partita eterna a guardie e ladri, nulla più.

Che poi spesso le guardie erano compaesane, le conoscevamo, magari i finanzieri che ci inseguivano erano vicini di casa o ex compagni di scuola. E facevano il loro dovere. Se ci beccavano, poteva non far loro piacere, ma le manette ce le mettevano lo stesso. Eccome!
Ho cominciato questo mestiere (ecco, vedete? Lo chiamo mestiere) quando ero poco più di un ragazzo. Oggi ho novant’anni suonati e ancora non saprei dirvi da cosa dipendesse quel malcelato permissivismo, quella… indulgenza che aveva la gente nei nostri confronti. Ci consideravano inevitabili proprio come la sigaretta per chi ha il vizio del fumo. Eravamo simpatici anche perché “andavamo in culo allo Stato”, che sul tabacco ci guadagnava. Il monopolio alla fine veniva visto come una delle tante tasse che dobbiamo pagare.
Ma eravamo criminali. Ero un criminale, a tutti gli effetti, non voglio essere considerato diversamente, non sarebbe giusto. Per molti di noi però, quella era l’unica alternativa alla disoccupazione.

Vedete, ci sono tre tipi di contrabbando: il primo è quando le sigarette sono state fabbricate da altri, ma viene loro apposto abusivamente un marchio. Cioè, per esempio, le bionde sono in un pacchetto Marlboro, ma non sono state fabbricate dalla Marlboro. Poi ci sono quelle che sono davvero Marlboro, ma provengono da un Paese del mondo in cui la tassazione è più bassa che in Italia. Il terzo tipo, ai miei tempi, non c’era. Praticamente prendono sigarette di marche non europee, quindi fabbricate senza i controlli che pretende l’Europa, e le vendono qua.
Io facevo il primo e il secondo tipo. Come dicevo, ho cominciato da ragazzo. Funzionava un po’ come il caporalato. Venivano a prenderci con un furgone in un punto di raccolta e, all’alba o al tramonto, ci portavano tutti sulla spiaggia. E lì aspettavamo. In quel lasso di tempo, se era estate, potevamo illuderci di essere turisti in vacanza. Il profumo che ha il mare di primo mattino lo conosciamo soltanto noi e i finanzieri.

Peccato che non ci era possibile sfruttare quell’atmosfera romantica insieme a ‘na vagnona! Quando arrivava il motoscafo entravamo in acqua (non vi dico i raffreddori, d’inverno!), lo raggiungevamo, a volte appiedando appena, e ci caricavamo in spalla gli scatoloni di sigarette. Facevamo così, uno dietro l’altro, in fila come in una catena di montaggio. Ci davano diecimila lire. E guai se uno scatolone cadeva in acqua!
Sono cresciuto così e, negli anni, ho fatto, come si dice? Un pochino di carriera. Per esempio, ho venduto per la strada. Avevo una seggiola e una cassetta di frutta. Mi mettevo a un incrocio e vendevo le stecche. Anche lì, d’inverno, hai voglia raffreddori! Sbarcavo comunque il lunario, eh! Non diventavo certo ricco, ma, man mano che il tempo passava, lo sbarcavo sempre un po’ meglio.
Finchè non presi in gestione un bar. E lì stavo al caldo, guadagnavo bene e ero tranquillo. Sotto il banco, ovviamente, avevo le stecche pronte.
Certo, qualche altra volta son finito al gabbio, ma fa parte del gioco. Nessun rancore per quei ragazzi (mentre invecchiavo, le forze dell’ordine assumevano nuove leve) che, ogni tanto, riuscivano a trovare prove sufficienti ad incastrarmi.

Poi, una sera, tutto cambiò. E per fortuna che ormai ero abbastanza vecchio, altrimenti non so come sarebbe andata a finire.
Stavo per chiudere il bar, quando arrivarono i pezzi grossi. Quando entrano loro non puoi dire “è chiuso”. Sei aperto a prescindere e devi servirli.
A questa età posso permettermi di dirlo: mi sono sempre stati sul cazzo.
Sì, sono un criminale, ma la mafia mi sta sul cazzo. A voi gente onesta forse verrà da sorridere ad un’affermazione del genere, ma questi, ve lo giuro, hanno rovinato il mestiere. Sono arrivati prima quelli di fuori, da Campania e Calabria. Avevano accordi con gente del Montenegro. Allora i criminali di qua han detto “E che siamo noi? Più scemi? Ce la facciamo anche noi, una mafia!”. Così, tutti insieme, a volte alleandosi, a volte litigando (e quando litigano, si sa, scorre il sangue), hanno messo le mani sul contrabbando di bionde, integrandolo con quello di armi e di droga. Hanno arruolato tutti i disoccupati e hanno dato loro lavoro. Il traffico è cresciuto esponenzialmente, mentre i capi si ritrovavano ricchi da non averne idea. E hanno modernizzato tutto, eh! Scafi veloci, auto blindate, covi nascosti sottoterra con entrate segrete meccanizzate, radar avanzatissimi… E pensare che, quando ho cominciato io, gli scatoloni si caricavano sulle Fiat 128!
Insomma, quella sera, dicevo, mi entrarono nel bar i pezzi grossi, mi fecero riaprire e si fecero servire. Poi cominciarono a parlare tra loro. Erano soddisfatti, avevano appena saputo che un carico piuttosto redditizio era scampato alla Guardia di finanza. E due sbirri erano morti.

Fuoristrada blindati ed altri veicoli, esplosivo, droga, armi e ovviamente tonnellate su tonnellate di sigarette: tutto sequestrato in quattro mesi dagli uomini dello Stato, nelle “pulizie di primavera” per sconfiggere il contrabbando in Puglia (foto: Brindisi Report)

Le auto utilizzate per il contrabbando, si sapeva, erano una sorta di immensi pick-up blindati e dotati di sporgenze metalliche, punte, rostri, dei carri armati rispetto alle Fiat Punto dei finanzieri. Beh, era capitato che uno di quei mostri aveva incrociato un’auto con quattro di quei ragazzi a bordo, travolgendoli senza pietà e trascinandoli per diversi metri. Due di loro erano rimasti uccisi nello scontro. Se lo raccontavano e ridevano.
Restai impietrito.
Vigliacchi. No, questo non era più il mio “mestiere”. Questa era la bestialità mafiosa, il male, l’ingordigia di gente senz’anima.
Lessi sui giornali dei funerali dei due agenti, udii in tv le loro storie. Brave persone, che lasciavano due vedove e, uno di loro, anche una figlia di tre anni.
Non so da giovane cosa avrei fatto. So cosa ho fatto da vecchio.
Ho lasciato il bar. Mi sono ritirato, come si dice. Per lo schifo e perché i mafiosi mi stanno sul cazzo.
Nei mesi seguenti cominciò l'”Operazione primavera”, la reazione dello Stato. E fu implacabile, ma… Perché c’è sempre un “ma” quando si ha a che fare con la mafia… ma oggi, leggo la notizia che, dopo vent’anni di processo, i pezzi grossi l’hanno scampata. Sono stati tutti assolti… prescritti.

Prescritti. Anche i morti ammazzati vanno in prescrizione?
Periodicamente, partecipo alle cerimonie di commemorazione in onore di quei due giovani finanzieri. I loro colleghi e familiari si riuniscono nel punto preciso in cui persero la vita. Lì, da diversi anni, è stata posta una lapide. In quella piccola folla, sto fermo e in silenzio. Nessuno sa chi io sia e nessuno fa caso a me. Forse mi scambiano per un vecchio commilitone in pensione.
Ascolto i discorsi commossi, osservo i volti, ancora segnati dal dolore, delle vedove. L’ultima volta c’era anche la figlia di uno di loro. Oggi che è adulta, porta avanti il lavoro di suo padre, indossando anche lei l’uniforme.
Perché ci vado?
Perché nella mia vita ho sbagliato tanto, ma cerco di conservare un senso di lealtà verso chi, come me, aspettava sulla spiaggia, all’alba e al tramonto, però dall’altra parte della barricata.
In fondo eravamo solo guardie e ladri che, prima di cominciare un’altra sfida, dimenticavano per un attimo le loro divise e respiravano a fondo, piano, il profumo del mare.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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