Una famiglia di Mesagne in fuga dalla Scu e dalle autorità canadesi

Oltre 6.200 informatori e loro familiari sono attualmente sotto protezione testimoni (fonte: Mininterno). La storia di una ex affiliata alla Scu e di suo marito informatore di polizia: speravano di trovare rifugio in Canada, ma ora rischiano di tornare in Italia

 

Fonte https://www.theguardian.com/world/2019/mar/08/refugee-family-italy-mafia-canada

Versione italiana a cura della redazione del Tacco d’Italia

 

Dopo aver incontrato qualcuno per la prima volta, Alessandra rapidamente annota quale delle sue tre parrucche ha in testa e quale nome falso usa in quel momento. Suo marito, Fabrizio, fa lo stesso, registrando quando e dove ha impiegato barbe e baffi, piercing o tatuaggi finti. Le precauzioni che prendono servono non solo a proteggersi dalla sacra corona unita, il potente sodalizio criminale le cui minacce li hanno costretti a lasciare l’Italia. I travestimenti aiutano i Demitri a nascondersi anche dalle autorità del Canada, il Paese che speravano avrebbe fornito loro un rifugio sicuro.

 

Alessandra, imparentata con un clan legato alla scu, e Fabrizio, informatore di polizia, sono fuggiti dall’Italia nel 2013 con i loro due figli, dopo i contrasti con la mafia. Sperando di trovare un rifugio sicuro in Canada, hanno fatto le valige e sono partiti, ma c’era un nuovo incubo ad attenderli: le autorità canadesi hanno infatti ordinato il loro rimpatrio, nonostante la minaccia mafiosa ancora persistente in Italia. Dopo aver percorso tutte le vie legali, i Demitri – che raramente escono dalla loro casa di Toronto – hanno deciso di rendere pubblica la loro storia, dopo un anno di clandestinità. “Sono stufa di nascondermi – ha detto Alessandra in un’intervista al Guardian –. Non possiamo più farlo per i nostri bambini”.

Ripercorrendo la vicenda, racconta che i problemi sono iniziati un decennio fa in Puglia, dove la sua famiglia è affiliata alla sacra corona unita – una famigerata cosca di criminali, fondata nel 1981. Nonostante i legami familiari, Alessandra ha preso le distanze dall’organizzazione. Nell’ottobre 2009 ha incontrato Fabrizio, un elettricista. Fu solo quando i due si sposarono, con un secondo figlio in arrivo, che lei scoprì la vera natura del suo lavoro: era un informatore segreto della polizia italiana, incaricato di infiltrarsi in una compagnia di sicurezza perché le autorità ritenevano facesse affari con la mafia. Ma le operazioni segrete possono essere particolarmente pericolose in Italia, dove le agenzie condividono poche informazioni.

E gli informatori sono raramente registrati su documenti ufficiali, quindi una volta completato il lavoro, può essere difficile per loro ricevere protezione o aiuto economico

 

D’improvviso nel 2012, l’agente di contatto di Fabrizio è stato trasferito, lasciando l’uomo senza alcuna possibilità di comunicare con la polizia, e la sua copertura è saltata. “Ero nel posto sbagliato nel momento sbagliato – dice Fabrizio –. Non avrei mai dovuto accettare questa operazione”. Nel mentre, un cugino di Alessandra era diventato collaboratore di giustizia e la mafia iniziò a perseguitare la famiglia. Da quel giorno, auto sconosciute sostavano di fronte alla loro casa, un figlio è stato aggredito da uno studente il cui padre era in prigione e il cane fu avvelenato. Decisero quindi di fuggire, dormendo in auto per giorni, prima di stabilirsi in un paesino nel Nord Italia. Un giorno d’estate, tuttavia, furono avvicinati da un uomo che rispondeva a un annuncio pubblicitario per l’acquisto della loro auto. Il presunto acquirente disse: “vengo dal cuore di Mesagne”, un chiaro riferimento alla città della sacra corona unita. Temendo per le loro vite, vendettero le proprietà e acquistarono biglietti aerei per il Paese più sicuro a cui potessero pensare: il Canada.

 

Il 18 settembre 2013, Fabrizio, Alessandra, i loro due figli e il golden retriever sopravvissuto sbarcarono a Toronto. Presentata una richiesta di asilo, a Fabrizio fu presto concesso un permesso di lavoro e i bambini iniziarono la scuola. La coppia pianificava anche di allargare la famiglia. Ma quella felicità iniziale svanì presto: nell’agosto 2014 – quindici giorni prima che Alessandra desse alla luce il terzo figlio – la domanda di asilo venne respinta. Il Consiglio dei rifugiati non mise in dubbio i racconti dei coniugi, ma il giudice canadese concluse che la famiglia non avrebbe affrontato seri rischi se fosse tornata in Italia. “Gli Stati non sono tenuti a fornire protezione a tutti i cittadini in ogni momento. È impossibile”, scrisse il giudice nella sentenza. E in questo caso i ricorrenti giungevano pure da un Paese in grado di assicurare protezione.

 

L’avvocato della famiglia, Rocco Galati, cita un precedente canadese secondo cui per i richiedenti è sufficiente anche solo avere un fondato timore di persecuzione, o che lo Stato non sia disposto o non possa offrire protezione. “L’Italia non può proteggere i giudici di alto rango che vengono fatti saltare in aria dal crimine organizzato. L’Italia non può proteggere nessuno – neanche se stessa”, ha detto Galati.

 

20 marzo 2019: il Giudice della Corte Federale canadese, Keith Boswell, ha stabilito che il trattamento del Canada per i rifugiati provenienti da Paesi sicuri – le Dco (Designated Countries of Origin) – è incostituzionale. L’attuale sistema che prevede la distinzione per i rifugiati provenienti dalle Dco, è stato introdotto dal governo Harper nel 2012 come Bill-C31 (“Proteggere la legge canadese sul sistema di immigrazione”) e adottato anche dal governo Trudeau, pur suscitando dubbi per la diversità di trattamento dei richiedenti.

Le differenze riguardano i diversi tempi per l’udienza di conferma dello status, l’impossibilità di richiedere un permesso di lavoro per 180 giorni, l’inefficacia della copertura sanitaria, l’impossibilità di accedere al Rad (Refugee Appeal Division), diversi tempi per aver accesso al Prra (Pre-Removal Risk Assessment), e la mancanza di consulenza legale gratuita. Tutti servizi offerti agli altri rifugiati. Nel tempo, la Corte Federale è riuscita a riportare parziale giustizia nel procedimento garantendo a tutti la possibilità di avere accesso al Rad e ordinando al governo canadese di fornire copertura sanitaria adeguata a tutti i richiedenti.

In tema di diritti umani, l’Unhcr aveva suggerito delle correzioni per evitare che il Canada riservasse un trattamento diverso ai richiedenti provenienti dalle Dco (…) in considerazione del fatto che un Paese potesse essere sicuro per la sua popolazione, ma non per determinati individui in particolari circostanze. Il Canada, però, ha continuato a discriminare per anni i richiedenti provenienti dalle Dco

L’iter si compone di tre fasi: verifica dell’identità, valutazione del merito e considerazione sul Paese di provenienza. Normalmente la richiesta è rifiutata per assenza di merito. Ma che cosa accade se i primi due ambiti sono soddisfatti e si giunge da una Dco? Un esempio è il caso della famiglia Demitri: l’Ufficio Immigrazione riconosce la veridicità della vicenda, ma è l’Italia che avrebbe dovuto proteggerli. Eppure la pratica della famiglia Demitri è in lavorazione da 6 anni. Perché spingere le persone a intraprendere una strada lunga e costosa, se poi si rifiuterà comunque la richiesta per via del Paese di origine?

A nulla valgono le pressioni nazionali e internazionali sul caso Demitri, quelle della comunità italiana e canadese, l’interesse dei media e neanche l’attenzione per i minori, che il Canada si sarebbe impegnato a tutelare come Paese membro dell’Onu e per via degli accordi internazionali (Fonte: https://www.corriere.ca/canada/canada-should-walk-the-talk-on-the-demitri-family/).

Secondo il Ministero dell’Interno italiano, oltre 6.200 informatori e loro familiari sono attualmente sotto protezione testimoni. Ma le autorità sono state spesso accusate di trascurarli: alcuni di loro sono costretti a vivere in rifugi per senzatetto invece che in case sicure. “Quando la polizia ha ciò di cui ha bisogno, li abbandona” ha detto Ignazio Cutrò, un ex informatore. Cutrò e la sua famiglia hanno ricevuto numerose minacce: auto bruciate e proiettili per posta. L’anno scorso, tuttavia, la protezione è stata revocata: “Ho sacrificato la mia vita per combattere la mafia e ora sono un morto che cammina“. A febbraio 2019, il vicepremier italiano Matteo Salvini ha annunciato che il Ministero che guida avrebbe rivisto le spese per la protezione, dichiarando che “alcune persone sono state sotto scorta della polizia per troppo tempo”.

“La storia dei Demitri è, purtroppo, molto comune. L’Italia ha bisogno di testimoni, ma non è in grado di proteggerli”, ha detto Piera Aiello, testimone di giustizia, parlamentare M5S e membro della Commissione Antimafia. Aiello è stata messa sotto protezione dopo l’omicidio del marito, figlio di un padrino della mafia siciliana: “Ci sono persone letteralmente abbandonate. Vivono come prigionieri, mentre i mafiosi sono ancora in libertà”.

 

A differenza di molti richiedenti asilo, la famiglia Demitri è stata in grado di presentare un’ampia documentazione a supporto del suo caso. “Questo è il caso di rifugiati più avvincente che abbia mai visto in 30 anni”, ha detto Galati. Ma le autorità canadesi hanno respinto la domanda con la motivazione che l’Italia aveva compiuto passi significativi nella lotta al crimine organizzato e definendo “adeguate” le protezioni offerte agli informatori. Così, mentre Alessandra dava alla luce il quarto figlio, venivano emessi gli ordini di espulsione.

Dopo aver mancato un incontro con gli agenti dei servizi di frontiera canadesi che avevano anche interrogato i vicini, Alessandra e Fabrizio hanno fatto le valigie, prelevato i bambini più grandi da scuola e si sono nascosti. La coppia è consapevole che in qualsiasi momento potrebbero essere catturati e rispediti in Italia, probabilmente senza due dei loro bambini più piccoli, nati in Canada. Gli altri due, ora adolescenti, soffrono di disturbo da stress post traumatico, risultato di paura e incertezza prolungate. Piuttosto che permettere che la loro famiglia si disperda, Alessandra e Fabrizio hanno redatto preventivamente un documento che concede ad amici canadesi le tutele su tutti e quattro i figli. Escludendo un intervento dell’ultimo minuto da parte del Ministro dell’Immigrazione del Canada, la famiglia teme di non avere opzioni. Dopo essere fuggiti dall’Italia per proteggere i loro figli, Alessandra e Fabrizio si stanno ora preparando a una vita senza di loro. “Come genitori, dobbiamo fare il meglio per i bambini – ha detto Alessandra–. Non c’è niente che amiamo più dei nostri figli”.

 

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