Come muore uno “grosso” a Bari vecchia

Michele Fazio aveva 16 anni e morí il 12 luglio di 18 anni fa nel centro storico di Bari. “Bari vecchia”, la chiamano i baresi, e lì viveva Michele con la sua famiglia. Stava tornando a casa dopo un’uscita con i suoi amici e si trovò in mezzo ad una sparatoria tra mafiosi del clan Capriati e Strisciuglio. Le indagini per la sua morte furono prima archiviate, poi riaperte e coordinate dalla Dda. Per la sua morte sono stati condannati Michele Portoghese, che all’epoca dei fatti aveva 16 anni, ed è stato processato dal Tribunale per i minorenni: guidava uno dei due scooter usati per l’agguato ed è stato condannato prima a 12 anni poi a 7 e sei mesi in appello.
Gli altri condannati: Francesco Annoscia (15 anni e 8 mesi di carcere), e Raffaele Capriati (17 anni di reclusione). Leonardo Ungredda, che secondo gli inquirenti fu l’esecutore materiale del delitto, morì nel 2003 in un agguato sul lungomare. È a lui che si ispira il racconto di Thomas Pistoia. Con l’associazione dedicata a loro figlio, Pinuccio e Lella, genitori di Michele sono riusciti a scuotere le coscienze e a dare la forza agli abitanti e agli amministratori della città per riscattare il quartiere da decenni di sottomissione mafiosa e terrore. Oggi, Bari vecchia, è un tripudio di turisti, locali tipici, ragazzi vocianti. Grazie al sacrificio di Michele e dei suoi genitori, mai più spari ma solo voci libere e festose animano la città, vecchia e bellissima. M.L.M.

 

In tre sullo scooter.
Ma davvero li ha fermati per questo?
Auhé, viggile! Ma lo sai con chi stai parlando?

Poi con chi sta parlando non glielo dice, meglio non fare riferimenti a certi suoi trascorsi. Cambia argomento. La dimostrazione che è privo di senso fermarlo perché sta viaggiando sullo scooter con moglie e figliastra, diventa il fatto che stanno a Bari vecchia. E lui deve essere viggile forestiero, sennò non perderebbe tempo a fermare una famiglia intera che viaggia così, ovviamente senza casco, a Bari vecchia.
Dino ride in faccia all’uomo in divisa, gli dice “ciao, viggile“, calcando bene sulla doppia gi e accelera. L’agente annoterebbe il numero di targa, se lo scooter ce l’avesse, una targa.

Ed eccolo di nuovo in marcia. Il vespone svicola agile sul lastricato dei vicoli, mette in fuga i piccioni, apre una corrente d’aria in questa pozza di umido stagnante. L’odore intorno dice che qui, non tanto lontano, da qualche parte, ci sta pure il mare. Mentre guida, l’uomo sente le braccine della sua figliastra di cinque anni sulla pancia. Più su, verso i pettorali, quelle della sua donna. In maniera istintiva identifica questa sensazione benefica col termine “famiglia“. Una famiglia da cui è stato lontano per tanto, troppo tempo. Ora pare stia facendo il bravo, non gira neanche più col ferro in tasca. In tre sullo scooter è niente rispetto a quello che si fa e che si faceva prima a Bari vecchia. La pistola, lui, ce l’aveva già a sedici anni.
A Bari vecchia se non hai l’arma in tasca non fai carriera. O finisci a fare il garzone in un bar, o muori sparato. O entrambi.

I più grandi ti crescono. Cominciano col permetterti di assistere a un ammazzamento, poi, quando ti guadagni il ferro, ti fanno partecipare. Così Dino è diventato “uno grosso“, uno importante. Gli è stato insegnato questo, fin da piccolo. Che devi diventare “uno grosso”, altrimenti non conterai mai un cazzo. E oggi che, si dice, dopo tanto gabbio, si è ritirato, può permettersi di girare nei vicoli anche disarmato, perché tutti lo rispettano. E lo temono. E’ forse per questo che, tanti anni fa, benché girasse voce che fosse stato proprio lui ad aver sparato, nessuno ebbe il coraggio di denunciarlo. Nessuno denuncia un cazzo a Bari vecchia. Tutti si fanno i fatti propri. Se vedono qualcosa, si voltano subito dall’altra parte. E vanno via.
A dir la verità, neanche lui sa se, quella sera, fu la sua pistola a uccidere quel ragazzo. Come si chiamava? Ah, già. Michele.

Michele Fazio

E che ne sa se lo uccise… Ci fu l’inferno su quella strada. C’era la guerra tra la sua famiglia (no, non questa che gli si stringe addosso sullo scooter, quella a cui era affiliato) e la cosca rivale. Dovevano vendicare l’uccisione di uno, non ricorda neanche chi. Raggiunsero la vittima designata e cominciarono a sparare. Lo ammazzarono come un cane, ma… Capitò che questo ragazzino, questo Michele, passasse di lì. Lesse poi sul giornale che stava rientrando a casa da un’uscita con gli amici.
Si prese una palla in testa, si prese. E probabilmente, sì, la palla, l’aveva sparata lui, Dino.

Dopo circa un quarto d’ora, come ogni assassino che si rispetti, Dino ritornò sul luogo del delitto. Lo videro tutti, ma nessuno lo accusò.
La madre di Michele era per la strada. Il figlio gliel’avevano ucciso praticamente sotto casa. Urlava. Piangeva. Chiedeva che qualcuno chiamasse i soccorsi, ma neanche quello fece, la gente. Arrivò lo zio di Michele e sollevò il corpo esanime del nipote innocente, mentre la donna saliva in casa per chiamarsela da sola, l’ambulanza.
Tutta Bari vecchia era lì, ma era come se intorno ci fosse il deserto.

Dino ha poi saputo che i genitori del ragazzo – che, per loro stessa ammissione, prima di quella sera erano soliti, anche loro, voltarsi dall’altra parte – hanno fondato un’associazione per aiutare i bambini di questi vicoli a non finire per la strada con un ferro in tasca, come è capitato lui. Per esempio li aiutano a studiare, a fare i compiti. Oggi, gli sembra una cosa buona. Si dice che anche lui stia cercando di venir fuori da questa merda. Intendiamoci, è nato e cresciuto come un animale predatore, come un lupo, quella mentalità non te la togli di dosso facilmente. Per esempio, verso Michele non si può dire che provi rimorso. Ha sparato e ucciso altre volte. Sa che è sbagliato, ma non lo considera atroce. Ha ucciso un innocente, ma anche gli altri lo erano, benché criminali come lui. Chiunque muoia ammazzato è innocente, gli ha detto un giorno il cappellano del carcere. Michele lo era di più perché non partecipava a quella guerra del cazzo.
Ciononostante Dino, sì, prova un dispiacere… ma ancora non riesce a non considerare quel fatto, alla fine, come un incidente. E’ stato uno sbaglio. Una disgrazia. Michele ebbe la scalogna di passare in quel punto, in quel momento. Sì, è stata pura, semplice, maledetta sfortuna. Tutto qui.

Quel ragazzo è diventato un simbolo di riscatto per la gente perbene di Bari vecchia, che, forse, lentamente, sta decidendo che è ora di smetterla di voltarsi dall’altra parte

Dino non sa, non capisce proprio tutto tutto. E’ ancora vittima del suo retaggio. Lui, sin da ragazzino, ha usato la violenza prima della ragione. Se avesse studiato, se lo avessero tirato via da quella vita quando ancora ce n’era la possibilità. Se ci fossero stati a salvarlo i genitori di Michele con la loro associazione, allora forse… Ma i genitori di Michele li ha creati lui. Vorrebbe dare un nome a questo ragionamento tanto complicato. Se avesse studiato, saprebbe che ha appena formulato, nei suoi pensieri, un tragico paradosso.

Ma non ha tempo di pensarci. Il suo orecchio, abituato a certi rumori della strada, il suo orecchio che conosce a memoria la voce di Bari vecchia, coglie un rombo di motore. Una moto di grossa cilindrata sta avvicinandosi a grande velocità.
Dino sa che se sei “uno grosso” vieni rispettato, ma grossi sono anche i desideri di vendetta dei tuoi nemici. Forse è stato troppo sicuro di sé, o troppo ingenuo. Capisce in un secondo che, in sella a quella moto in corsa, c’è la sua morte.
Si volta. Li vede. Sono due, hanno caschi integrali, ma non servono, lui sa chi sono, a quale famiglia appartengono.

Non prova paura per sé. L'”educazione”, l'”addestramento” ricevuti fin da bambino gli danno la consapevolezza che, a Bari vecchia, muoiono nel loro letto soltanto i garzoni dei bar. E non sempre. Se sei uno grosso, più facilmente muori per la strada, ammazzato come un cane, proprio come quelli che hai ammazzato tu. Ha invece paura per la sua figliastra, per la bambina. Lei è… E’ innocente.
Ha una sola possibilità. Deve riuscire a fermarsi per qualche secondo, il tempo di liberarsi della piccola e della madre, per poi ripartire, portandosi dietro i killers. A Bari vecchia è possibile. A Bari vecchia uno scooter, se guidato da uno che da ragazzino passava il tempo su una ruota sola, può diventare più veloce di qualsiasi cosa.
Sì, ma quello che sta guidando la moto dev’essere uno cresciuto qui anche lui. Lo segue senza perdere un metro.

Dino tenta il tutto per tutto. Si ferma, urla alla sua compagna di scendere.
Pigh’ la mnen e vattìn! Pigh’ la mnen!
Prendi la bambina e scappa! Prendi la bamb…

La moto è qui. Quello seduto dietro ha la pistola già puntata.
La bambina, no. La bambina è innocente. Mirano a lui, ma potrebbero comunque colpire lei… Per sbaglio. Per disgrazia. Perché sta passando in questo punto, in questo momento. Sì, per scalogna, per pura, semplice, maledetta sfortuna.
Quel ragazzo, tanti anni fa… Come si chiamava? Sì. Michele.

Dino afferra la bambina e la lancia, letteralmente. La scaraventa lontano da lui con tutte le sue forze, via, fuori dalla linea del fuoco.
La vede cadere malamente a metri di distanza. Si sarà fatta male, pensa, ma non morirà. Non sarà lei, le prossima vittima innocente della guerra di mafia che si combatte qui, tra i vicoli di Bari vecchia.
I colpi che gli attraversano testa e petto, lo spingono via dallo scooter, lo fanno cadere. La moto sfreccia via con un urlo lancinante.
Lui resta così, con le braccia aperte, sull’asfalto. E’ crepato come crepa uno grosso.
Come un coglione.

Probabilmente il suo ultimo pensiero è stato per la bambina.
Altrimenti non si capisce.
Non si capisce proprio.
Perché, in mezzo a tutto quel sangue, con gli occhi sbarrati, sembra quasi sorridere.

 

// Pinuccio Fazio interviene alla commemorazione per la morte di Florian Mesuti, anche lui vittima innocente di mafia a 25 anni, ucciso a Bari a meno di 100 passi dalla Chiesa del Redentore, nel quartiere Libertà

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