Al Ministro della Giustizia. Petizione per l’abrogazione dell’articolo 143 bis del Codice civile, che sancisce il “diritto-dovere” della donna coniugata di aggiungere al proprio cognome quello del marito, preceduto dalla preposizione “in”, e di conservarlo anche da vedova e da divorziata
di Marilù Mastrogiovanni
Ho rifatto la mia tessera elettorale e ho scoperto che lo Stato, a mia insaputa e senza la mia approvazione, ha applicato alla mia vita, alla mia esistenza e alla mia identità l’articolo 143 bis del Codice civile.
Lo Stato ha modificato, senza il mio consenso, il mio nome, dunque un pezzo della mia identità.
Quando ho firmato il contratto di matrimonio e mi sono stati letti (o meglio declamati) gli articoli del Codice civile che regolamentano il contratto tra due persone fisiche che decidono di convolare a giuste nozze, tra quegli articoli letti e declamati, l’articolo 143 bis non c’era.
Non l’ho approvato, non l’ho sottoscritto, non l’avrei mai fatto.
Mi sono ritrovato un nuovo cognome sulla mia tessera elettorale e dunque mi sono documentata.
Così ho scoperto che l’articolo 143 bis del Codice civile recita che: “La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze [156bis, 328]”.
L’avvocata Stefania Negro, civilista e matrimonialista, mi ha spiegato che quell’articolo, pur non essendo stato abrogato formalmente, di fatto non trova applicazione per effetto di leggi speciali soprattutto in campo amministrativo, che danno valore giuridico solo al cognome anagrafico.
Significa che la donna, ai sensi di quell’articolo 143 bis, ha il “dovere” di aggiungere al proprio cognome quello del marito, ma quell’aggiunta e quel nome non hanno alcun valore giuridico.
A che cosa serve dunque?
A segnare la proprietà.
Quel cognome aggiunto è un marchio a fuoco sulla coscia della vacca. Fatto, come per le vacche, a sua insaputa e senza la sua autorizzazione.
E’ l’esercizio plastico del potere maschio sulle donne, il segno di una cultura patriarcale che sguscia tra le pieghe delle leggi e te la trovi davanti, quando meno te l’aspetti.
Ecco, chiedo che al più presto l’articolo 143 bis sia abrogato definitivamente.
Lo chiedono tutte le donne che sottoscrivono questa petizione: anche quelle non sposate, per non doversi ritrovare un cognome che non hanno scelto e non appartiene loro.
Lo chiedono anche tutti gli uomini che non condividono questa legge patriarcale, ma che si impegnano ogni giorno perché il mondo sia a misura delle loro figlie, mogli, sorelle, mamme, amiche, colleghe di lavoro. A partire dalle leggi e dalle parole con cui le leggi sono scritte.
Suggerimento: dopo aver sottoscritto la petizione, condividete insieme alla foto della vostra tessera elettorale (solo il rigo del cognome, cancellate i dati sensibili).
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Marilù Mastrogiovanni
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Ne scrivo sin dal 1979, l’ho chiesto con ogni petizione sul cognome della donna ai figli (3, più richieste di emendamenti alle proposte altrui), ho lanciato – inutilmente – una petizione apposita tempo fa, legata al Ddl 1628 da cui la modifica di quest’ignobile articolo era scomparsa, ne ho scritto al Presidente della Repubblica e sono lieta che finalmente si muova qualcun’altra. Per inciso, intorno al 1980 ho ricevuto una censura (con sospensione di breve durata dello stipendio) dal Ministero della Pubblica Istruzione – ora MIUR – per essermi rifiutata di essere chiamata con un cognome non mio e per aver rispedito sistematicamente indietro tutta la corrispondenza che mi veniva inviata al nome Iole CognomeDel Marito nata Natoli, con cui ero stata “rubricata” alla mia entrata in ruolo anni prima.
Non sono una signora “in”