In Italia non c’è più il fascis…

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure» (articolo 21 della Costituzione italiana). «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento» (articolo 33 della Costituzione italiana). Non sono bastati questi due assunti inviolabili della nostra Carta costituzionale per impedire al Provveditore agli studi di Palermo di sospendere la professoressa Rosa Maria dell’Aria per 15 giorni, con conseguente taglio allo stipendio. A margine delle commemorazioni sulla strage di Capaci, il ministro dell’interno Matteo Salvini e il ministro dell’istruzione Marco Bussetti hanno incontrato la docente, rassicurandola che il provvedimento disciplinare sarà sospeso. Non servirà a nulla: lunedì 27 infatti termina comunque la sospensione. La professoressa è stata sospesa perché i suoi alunni avevano presentato una ricerca, realizzata da loro stessi come compito a casa, in cui accostavano le leggi razziali di Mussolini al decreto sicurezza di Salvini. Un esercizio di pensiero critico che dovrebbe essere l’obiettivo primario della Scuola, ma che non è piaciuto a chi la Scuola vuole controllare, trasformando l’insegnamento in propaganda. M.L.M.

di Thomas Pistoia

Al “toc toc” delle nocche sulla porta fece seguito un “avanti” pronunciato con tono marziale, manco il preside stesse guidando un contingente di truppe alla scalata dell’Amba Alagi. Esagerato, come tutti i fascisti, gonfio di petto in fuori e mascella volitiva, stava semplicemente ricevendo un’insegnante.

La professoressa, una donna dallo sguardo onesto e dai capelli bianchi, entrò mormorando un educato “permesso” e sorrise di lieve cortesia.
“Si accomodi” disse il preside senza degnarla di uno sguardo, fingendo di leggere con espressione grave un foglio che, non se ne avvide, stava tenendo al contrario.


L’insegnante, per meglio fingere di non averlo notato, volse altrove lo sguardo, lo mandò un po’ a casaccio dentro l’ufficio, posandolo ora sui manifesti propagandistici inneggianti al perfetto balilla, ora sulla foto del re, ora sul busto del duce cinto d’alloro.

Quando il preside ritenne che la pantomima di funzionario molto indaffarato fosse bastevole, sollevò fieramente il capo dalle sudate carte e guardò la professoressa con severità.

“Dunque – disse – vi ho fatta chiamare perché ho da lamentarmi in merito a vostre gravi mancanze che intendo segnalare a sua eccellenza il provveditore”.
La donna sobbalzò. In decenni di servizio non aveva mai avuto il minimo richiamo, aveva sempre goduto della stima di colleghi, genitori e allievi. Cosa mai aveva potuto fare ora, di tanto grave, da rendersi necessario l’intervento addirittura del provveditore?

“Non capisco”, disse.

“Ora vi spiego”, rispose il preside, e prese a scartabellare all’interno di una cartellina.

“Ecco, questo è il componimento dell’alunno Italo Benito Romano. Leggete”, disse poi, porgendole il foglio.

“Non ce n’è bisogno, so cosa ha scritto il ragazzo. E’ un mio alunno e quel componimento è stato corretto da me”.

“E voi avete valutato questo compito con un 10-…”

“Sì. Il meno è dovuto al fatto che ha scritto il nome “Mussolini” con la lettera minuscola, il che, in un liceo, non è tollerabile. Lui sostiene che lo ha fatto apposta, ma non potevo esimermi dal contarlo come errore”.

“E tutto il resto? Tutto il resto non è un errore?”

“Non ho ravvisato altro…”

“Ah, no? E che mi dice di questo periodo: “a mio parere il Manifesto della Razza è una clamorosa violazione dei diritti umani e civili“… E quest’altra: “l’alleanza con Hitler e il tentativo di copiare il suo modo di governare potrebbero portare il nostro Paese in guerra, una serie di conflitti che non siamo in grado di gestire, visto che non abbiamo la stessa forza militare ed economica dei Tedeschi… e comunque a me la guerra sembra una cosa immensamente stupida e mi fa schifo… trovo inaccettabile che alcuni miei compagni non possano frequentare la scuola perché ebrei, ed è inumano che vengano cacciati via, sfollati dalle proprie case”….

La professoressa interruppe la lettura: “So bene che i pensieri che il mio alunno ha scritto non sono in linea con la cultura dominante in questo periodo, ma sta esprimendo un’opinione, non c’è nulla di politico in quello che dice, lui ne fa una questione di diritti umani”.

“Professoressa! – urlò l’uomo sbattendo una mano sul tavolo – Il duce e il fascismo non sono un’opinione! Come potete permettere che un vostro alunno manchi di rispetto a Mussolini e alla nostra patria?”

“Ma non ha mancato di rispetto a nessuno, la libertà di espressione…”

“Ma di quale libertà d’espressione andate cianciando? La libertà d’espressione ha dei limiti, anzi, non è proprio prevista! Voi avreste dovuto annullare questo componimento e punire severamente l’alunno!”

“Non ne vedo il motivo. Il compito di un insegnante non è quello di spingere i ragazzi ad adeguarsi a un pensiero comune, qualunque esso sia, ma quello di aiutarli a formarsi una coscienza critica, a pensare con la propria testa”.


Il preside si mostrò spazientito, gli stava salendo la rabbia. Lui era un vero fascista. La scuola era fascista. Il Paese era fascista. Però… Però la verità era che non sapeva cosa rispondere, non aveva argomentazioni, non trovava parole con cui confutare quello che l’insegnante stava dicendo.
Allora… Allora fece quello che avrebbe fatto qualunque fascista: soverchiò, si impose, schiacciò l’ostacolo, l’opposizione. Usò il manganello e l’olio di ricino, che, nel suo caso, erano rappresentati dal potere conferitogli dalla sua carica. Era già tutto pronto, perché lui tanto lo sapeva, lo sapeva che questa donnetta, all’apparenza così innocua, non avrebbe ceduto. L’ordine del provveditore era già firmato. Sospensione per quindici giorni, con dimezzamento dello stipendio. La prossima volta la professoressa ci avrebbe pensato due volte prima di dare a un alunno “libertà di espressione”!

La porta della presidenza si chiuse alle spalle dell’insegnante, che affrontò lentamente il corridoio, recando in mano il documento che attestava la sua punizione.
Una vita per la scuola, una vita per i ragazzi. Ogni ruga sul suo viso era un sacrificio, ogni macchia d’inchiostro sulle sue dita un errore corretto, un altro passo, un altro ancora, come quando si aiuta qualcuno che è caduto, sollevandolo, rimettendolo in piedi. Ragazzi, quelli più lontani nel tempo, che ora erano padri, madri, persone perbene, lavoratori. Quando la incontravano per la strada la salutavano non solo con rispetto, ma con affetto. E la cercavano, le facevano visita, per dirle magari che si stavano per sposare o che era nato loro un bambino, perché lei era diventata famiglia, era la seconda mamma, cui tutto bisognava raccontare.

E cosa avrebbe fatto in quelle due settimane di lontananza dalla scuola? In casa, ingiustamente, per colpa… Per colpa di quell’esaltato, di quel buffone, che credeva di poter dire cosa è giusto e cosa no. Che credeva di poter dire chi è giusto e chi no. Che predicava odio, divisione e diceva di farlo per il bene dell’Italia. E sosteneva che Dio e la Madonna lo proteggevano. E faceva i discorsi nelle piazze, prendendo in giro la povera gente.
Li convinceva che erano forti e loro lo diventavano, sì, ma soltanto con i deboli.

“Maledetto. Maledetto duce – pensava – Non sei un’idea politica. Non sei neanche un’idea. Sei soltanto un criminale. Per disprezzarti non occorre appartenere a un partito, basta essere umani“.

La professoressa sobbalzò. Era tutta sudata, il cuore le batteva forte, le coperte le si erano aggrovigliate intorno. Cercò di calmarsi e rallentare il respiro. Ora passa, si disse. Le cifre rosse della sveglia digitale recitavano le sei e trentasei, tra poco avrebbe dovuto alzarsi per recarsi a scuola.
Oggi ci sarebbe stata la presentazione dei PowerPoint dei suoi ragazzi sull’argomento razzismo.

Sì, era stato soltanto un incubo, uno di quei brutti sogni che si fanno nel dormiveglia dell’alba, quando la notte non è ancora giorno e il giorno non è ancora notte.
Per fortuna lei viveva nel mese di maggio dell’anno 2019. A Palermo.
E per fortuna in Italia non c’era più il fascis…

non c’era più il fascis…
non c’era più il fascis…
non c’era più il…

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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