Siamo tutte Maria Grazia

Domani sit in dinanzi al Tribunale di Bitonto per esprimere solidarietà a Maria Grazia Mazzola, picchiata per strada dalla boss Monica Laera, nel quartiere Libertà a Bari, mentre svolgeva il suo lavoro di giornalista

di Marilù Mastrogiovanni

Quello che è successo all’inviata speciale del Tg1 Maria Grazia Mazzola il 9 febbraio scorso nel quartiere Libertà, a Bari, sarebbe potuto accadere a ciascuna di noi.

Quello che è accaduto a Maria Grazia dopo quel 9 febbraio, accade invece certamente ad ogni giornalista donna che cerchi di fare il proprio mestiere con onestà intellettuale ed esercizio critico.

La giornalista viene aggredita o minacciata?

Si mette in moto un meccanismo rodato da parte del potere costituito, che di solito è in mano agli uomini. Il meccanismo prevede una serie di step che si ripetono ogni volta sempre uguali:

step 1: tentativo di delegittimare la giornalista donna, insinuando che se l’è andata a cercare (è andata dove non doveva andare, o nell’orario sbagliato o non ha preso le dovute precauzioni o ha fatto le domande male, provocatoriamente, ha irritato l’interlocutrice, oppure non doveva trattare l’argomento così, in quel modo in quel momento, ecc. ecc. ecc.). Si insinua dunque che sia una povera sprovveduta incapace di avere un senso della realtà e incompetente sui ferri del mestiere;

step 2: se l’insinuazione non regge perché i fatti sono troppo evidenti (come un video che mostra tutta la dinamica) allora si ricorre all’asserzione: l’affermazione di una certezza incontestabile, cioè la donna è incapace di leggere i fatti stessi. L’assertività di tale convinzione trova vita facile e facili profeti, perché attinge ad un bagaglio millenario di cultura condivisa sulla subalternità della donna non solo rispetto all’uomo, ma rispetto a tutto. La donna è ontologicamente e anatomicamente isterica, perché detentrice di utero, dunque instabile, troppo emotiva, impressionabile, poco lucida, poco razionale. Cioè: è donna, e la donna è “mobile”. Dunque si minimizza, asserendo una versione dei fatti diversa da quella che la donna presenta perché incapace di leggerli e interpretarli.

Questa narrazione del potere è capace di costruire realtà altre, diverse e opposte rispetto ai fatti: sono realtà solide e viaggiano sul venticello della calunnia.

Nella narrazione che insinua senza affermare e asserisce insinuando, il pugno diventa schiaffo, la domanda diventa una provocazione aggressiva, la mafiosa diventa una povera madre di famiglia in lutto.

Poi le telecamere del Tgr, del servizio pubblico, vanno a casa della boss, perché dica la sua: la mafia si costituisce come persona giuridica con diritto di replica. Viene assunta dall’ordinamento, grazie alla stampa compiacente, diventando l’antistato che ha pari dignità dello Stato e che chiede di essere ascoltato.

Tutto, sotto i riflettori del servizio pubblico, la Rai.

Il sit-in

Domani alle 9.30 saremo in tanti davanti al Tribunale di Bitonto, per esprimere solidarietà a Maria Grazia Mazzola, minacciata di morte da Monica Laera, già condannata in via definitiva per mafia, e aggredita da lei con un pugno nel quartiere Libertà, solo perché le stava rivolgendo delle domande.

È fissata l’udienza preliminare: la pm Lidia Giorgio della Direzione distrettuale antimafia di Bari ha contestato alla boss e moglie del boss del quartiere Libertà vari reati: minacce, lesioni aggravate, associazione mafiosa.

A Monica Laera, già condannata in via definitiva per mafia e ritenuta soggetto socialmente pericoloso, la Procura di Bari contesta l’articolo del codice penale 416 bis, perché la minaccia di morte e l’aggressione fisica avevano l’obiettivo di controllare il territorio, cioè il quartiere Libertà, facendo pesare il suo status di mafiosa e di moglie di mafioso

Si costituiranno parte civile: Rai, Libera, Udi (Unione donne in Italia), Associazione Stampa romana, Centro antiviolenza Renata Fonte di Lecce, Ordine nazionale dei giornalisti, Fnsi, Usigrai, Serenella Molendini (consigliera nazionale di parità supplente), Antonio De Caro (sindaco di Bari), Cgil Bari e Cgil Puglia, la parrocchia del Redentore, la parrocchia d San Sabino. Ci sarà Pinuccio Fazio, papà di Michele, che a 16 anni fu ucciso per sbaglio a Bari vecchia.

Saremo in tanti e non lasceremo Maria Grazia da sola.

Maria Grazia Mazzola ha dichiarato:

“Il 16 maggio davanti al GUP di Bari con udienza a Bitonto, la boss Monica Laera in Cassazione condannata per 416 bis, dovrà rispondere di aggressione con aggravante mafiosa ai miei danni, di minaccia di morte, di lesioni, nell’esercizio del controllo del territorio in quanto esponente del clan Strisciuglio. Mentre la consuocera Angela Ladisa, moglie del boss Pino Mercante, dovrà rispondere di oltraggio a pubblico ufficiale. Ricordo bene – anche perché è registrato – che Angela Ladisa mi pedinò dopo l’aggressione mentre mi rifugiavo in auto, e portandosi il dito in parallelo al naso mi disse ‘Stai zitta davanti alla polizia, non parlare’. Polizia che avevo  chiamato immediatamente e che Ladisa insultò, anche me insultò pesantemente. Voglio dire e ricordare a tutti, tra tanti silenzi e sottovalutazioni, che l’Italia è in guerra contro le mafie, mentre un ministro dell’Interno si dedica alla caccia ai disperati che fuggono dalle guerre e dalla fame. Sulle mafie siamo in guerra e tanti fingono di non accorgersene. La piccola Noemi di 4 anni porta sul petto una ferita da guerra perché i clan fatti di cocaina si sparano tra la folla a Napoli! Concordo con il Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho: sicurezza da Medio Evo in Italia. Città come Napoli e Bari andrebbero messe sottosopra con perquisizioni a tappeto: le case dei pregiudicati di mafia sono piene di droga e armi. Ciò che trovo preoccupante a Bari è la mentalità mafiosa: un viceparroco che nomina madrina di un bambino di 9 anni col padre in carcere, Monica Laera, con un profilo criminale di sette pagine, donna familiare col giubbotto antiproiettile e con le armi. I giornalisti di bari che continuano a NON scrivere che Laera è condannata definitivamente per associazione mafiosa, giornalisti che continuano a riferire una dinamica dei fatti falsa, come la racconta la boss con i suoi legali che mi avevano denunciato per molestia e querelata, ma le loro accuse – FALSE – sono state archiviate. Io querelerò quanti veicoleranno dinamiche dei fatti false e diffamanti nei mie riguardi.

Sono una cronista coi sandali al servizio dei cittadini e quel 9 febbraio dell’anno scorso ponevo domande  per strada per la mia inchiesta su Speciale TG1 sul figlio della boss Monica  Laera e del boss Lorenzo Caldarola: Ivan Caldarola, rinviato a giudizio per stupro di una bambina di 12 anni, processo mai seguito dai giornali di Bari

Ivan Caldarola, ora in carcere per estorsione e possesso di armi. Un ragazzo di 19 anni che spadroneggiava al quartiere Libertà indisturbato, finché la mia denuncia alla madre dopo l’aggressione ha acceso i riflettori sul condizionamento del clan nel quartiere e in città. Spero che quei giornalai che si sono genuflessi alla mafiosa il giorno dopo la mia aggressione con interviste compiacenti, omettendo le condanne di Laera mafiosa, tutti quelli che non hanno scritto verità, arrossiscano di vergogna. Ringrazio Libera, l’avvocata Enza Rando, la vicepresidente con il fondatore don Luigi Ciotti, che mai mi hanno lasciata sola, le mie sorelle femministe dell’UDI, l’Associazione Stampa Romana, le mie colleghe e colleghi di inchieste in Italia e all’estero che rischiano la vita, la collega Marilù Mastrogiovanni, anche lei minacciata in Puglia, le donne del Renata Fonte, le chiese evangeliche e battiste con Riforma in testa. La costituzione di parte civile del sindaco di Bari al processo che mi vede parte offesa, fa sperare, apre uno squarcio di speranza”.

Il comunicato del CDR del Tg1

Il CdR del TG1 esprime solidarietà e vicinanza alla collega Maria Grazia Mazzola che giovedì 16 maggio, a Bitonto, seguirà l’udienza per il rinvio a giudizio di Monica Laera del clan Strisciuglio.

La collega Mazzola il 9 febbraio dello scorso anno, durante la realizzazione di uno speciale sui figli di boss nel nord e sud Italia, ha subito un’aggressione da parte della sig.ra Laera. Dopo la denuncia presentata dalla collega, nel novembre dello scorso anno, la DDA di Bari ha chiesto per Monica Laera il rinvio a giudizio  per aggressione mafiosa, lesioni accertate, minacce di morte con l’aggravante mafiosa e l’esercizio del controllo del territorio da parte della boss, su cui pesa già una  condanna in Cassazione.

A costituirsi parte civile sono l’associazione LIBERA, la RAI, L’ORDINE NAZIONALE DEI GIORNALISTI, L’ASSOCIAZIONE STAMPA ROMANA, FNSI, USIGRAI, La città di  BARI con il sindaco, l’Unione Donne in Italia, Il Centro Antiviolenza Renata Forte di Lecce. 

Chiediamo alla Direzione che venga data copertura giornalistica nelle edizioni del prossimo 16 maggio, affinchè Maria Grazia Mazzola non sia lasciata sola in questa sua battaglia per ottenere giustizia. 

Il comunicato stampa della CGIL Bari e Puglia

SOLIDARIETÀ ALLA GIORNALISTA MARIA GRAZIA MAZZOLA

DOMANI CGIL BARI E CGIL PUGLIA SARANNO AL SIT-IN DAVANTI AL TRIBUNALE

Domani giovedì 16 maggio Cgil Bari e Cgil Puglia parteciperanno al sit-in nei pressi del tribunale di Bitonto (in via G.Planelli1, ex sezione distaccata), a partire dalle ore 9.30, in concomitanza dell’udienza preliminare a porte chiuse davanti al gup, per il rinvio a giudizio di Monica Laera, in relazione all’aggressione del 9 febbraio scorso, esercitata ai danni della giornalista del Tg1 Maria Grazia Mazzola che nell’ambito della sua attività di inchiesta giornalistica poneva domande per strada. Ricordiamo che per Monica Laera, che ha aggredito la giornalista Maria Grazia Mazzola, la DDA di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio per aggressione con l’aggravante mafiosa, lesioni, minacce di morte, nell’esercizio del controllo del territorio.

Per saperne di più:

Le immagini dell’aggressione a Maria Grazia Mazzola

L’appello di Maria Grazia Mazzola alla città di Bari: “Ribellatevi al sonno della cultura mafiosa!”

Sacra corona di Puglia, unita grazie al silenzio generale

Le scuse a Maria Grazia Mazzola

Mazzola, giornalista TG1 aggredita a Bari: per la Procura è mafia

La “montagna di merda” è entrata in Chiesa

Il saluto di Maria Grazia Mazzola al Forum of Mediterranean Women Journalists 2018

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!