Da “La gente sarà la mia scorta” alla scorta dell’agente: malcontento delle associazioni tarantine all’indomani dell’arrivo di Luigi Di Maio

Una passerella in vista delle elezioni europee: questo, secondo i rappresentanti di alcune associazioni, il riassunto della visita del contingente guidato dal ministro del Lavoro

Di Rosaria Scialpi

È il 24 aprile e il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, giunge a Taranto. Ad accoglierlo, però, non c’è la folla che lo acclama sul carro trionfale, come qualche mese fa; il ministro viene scortato dagli agenti della polizia, all’interno di una “zona rossa” entro il cui perimetro non è concesso ai cittadini avvicinarsi, sconfessando così il vecchio mantra “Il popolo è la mia scorta!”.

Luigi Di Maio nei panni di un operaio del siderurgico: il murales dello street artist “TvBoy”

Sono ben lontani i tempi in cui il Movimento Cinque Stelle rappresentava per i Tarantini la speranza di un cambiamento, sostenuto dalle promesse elettorali che inneggiavano alla chiusura dell’ex Ilva. Gran parte dei cittadini, delusa e irritata dalle scelte del ministro Di Maio, percepisce il suo arrivo come una “passerella elettorale”, un’opportunità per accaparrarsi voti in vista delle prossime elezioni europee: insomma, un incontro tutt’altro che disinteressato.

Chiusa la zona circostante la Prefettura, dove si trova il ministro Di Maio, i Tarantini concentrano la protesta su piazza Carmine, nota anche come piazza Pio X. Una folta folla invade la piazza con striscioni e fantocci con le sembianze del ministro, reo di aver tradito la parola data e di aver disilluso le speranze dei suoi elettori.

Intanto, al tavolo indetto all’interno della Prefettura partecipano, oltre a Luigi Di Maio, Giulia Grillo (ministra della Salute),  Sergio Costa (ministro dell’Ambiente), Barbara Lezzi (ministra del Sud) e Alberto Bonisoli (ministro dei Beni e delle Attività culturali), Michele Emiliano (presidente della Regione Puglia)e i rappresentanti di diverse associazioni cittadine.

Un tavolo bollente come la lava, in cui impetuose si scaldano sempre più le voci e le opinioni contrastanti. Un tavolo in cui il ministro del Lavoro incassa un colpo dopo l’altro, ogni volta più forte, come un pugile sul ring.

Un tavolo che, però, lascia l’amaro in bocca quando il Luigi Di Maio assicura di non pensare affatto alla chiusura dello stabilimento siderurgico, di non averlo mai fatto e di star procedendo alla cancellazione dell’immunità penale dell’ex Ilva, immunità però già scaduta il 30 marzo 2019.

Parole, quelle di Di Maio, che fanno serpeggiare malcontento e delusione.

Tutte sensazioni, queste, che risuonano nelle parole di Carla Luccarelli, madre di Giorgio Di Ponzio, morto il 25 gennaio scorso. Carla parla con il cuore temerario di una madre che ha difeso il proprio bambino e che, nonostante tutti i suoi sforzi, non ha potuto impedirne la morte. Indossa la t-shirt su cui è stampato il volto di suo figlio Giorgio, un ragazzino di soli 15 anni, sorridente e combattivo.

“Volete far generare ai genitori dei futuri figli con una breve scadenza, come lo yogurt?”, chiede la donna.

Parole forti, che esprimono in maniera efficace la criticità della situazione tarantina. Generare dei figli, accoglierli con amore, dare loro affetto, preoccuparsi di costruire basi solide per il futuro e guardare avanti insieme con speranza, per poi vederli morire, giovanissimi, cadere a terra come alberi fragili, abbattuti da quel vento che a Taranto porta con sé una miriade di sostanze dannose per l’ambiente e per gli uomini: un vento di lutti e di pianti. Vedere il proprio figlio morire è quanto di più innaturale possa accadere a un genitore, una disgrazia che distrugge l’animo e inverte il consueto ordine della natura.

Ma mentre Carla, mamma di Giorgio, pronuncia quella frase, tra i commenti alla diretta Facebook dalla Prefettura, trasmessa da una pagina tarantina, campeggia quello di una donna, moglie di un lavoratore ex Ilva che, scagliandosi contro Carla, scrive: “Basta signora, vengo a mangiare a casa tua se l’Ilva chiude?”.

Una situazione triste, che vede contrapposte due parti della popolazione civile del capoluogo jonico, ormai divisa in fazioni, ciascuna delle quali sostiene la propria causa. Una città dilaniata, una popolazione spezzata.

Le reazioni delle associazioni tarantine, all’indomani dell’incontro con Di Maio, sono diverse, eppure tutte accomunate da una profonda amarezza.

Un profondo dispiacere traspare anche dalla conversazione telefonica con Massimo Ruggieri di Giustizia per Taranto, nonostante il timbro di voce amichevole e pacato, mentre dice: “Si è rivelata esattamente quello che temevamo: una passerella. Il Ministro ha preso in giro con un’ulteriore frase ad effetto sull’immunità, ma in realtà hanno aggirato l’ostacolo, è stata una presa in giro. Scherzando, abbiamo detto che Di Maio e i Cinque Stelle sono passati dalla frase “La gente sarà la mia scorta” a “L’agente mi faccia da scorta”. Sono sincero, sicuramente ci saranno dei protocolli da seguire ma, se loro non avessero temuto delle reazioni popolari, non sarebbero ricorsi alla scorta, avrebbero saputo aggirare per bene il protocollo.

Non si è verificato alcun cambiamento, queste persone agiscono solo per neutralizzare. Il Contratto di Governo prevedeva la chiusura preventiva dell’ex Ilva, ma adesso tutto tace, il Contratto viene tirato fuori quando fa comodo e il ministro rivela di non aver mai avuto intenzione di chiudere lo stabilimento. La verità è che i Cinque Stelle sono funzionali al sistema, non rappresentano il cambiamento, hanno semplicemente raccolto il dissenso per poi tornare allo stesso punto. Non crediamo più nemmeno alla loro presunta ingenuità e incompetenza”, sostiene Ruggieri con voce leggermente calante, come se il pensiero di tutto ciò lo tormentasse e rappresentasse per lui una sconfitta: “è tutto fatto a posta”, conclude laconicamente.

L’intervento di Massimo Ruggieri è conciso ma estremamente chiaro, come caratteristico delle persone pragmatiche e volitive. Risulta evidente l’avvilimento di un uomo che da tempo si adopera per il bene della città e cerca di ristabilire un’atmosfera di serenità eppure, per l’ennesima volta, si trova dinanzi a una porta chiusa.

La sera, è la volta di incontrare due componenti di Genitori tarantini-Associazione ETS: Cinzia Zaninelli,presidentessa dell’associazionee Massimo Castellana, portavoce; è proprio quest’ultimo ad avviare la conversazione: “Il 24 aprile – racconta – abbiamo partecipato alla manifestazione in piazza Pio X, insieme a tanti altri rappresentanti di associazioni che, come la nostra, sono impegnate sul territorio. Lo abbiamo fatto affinché la Costituzione venga rispettata, cosa che a Taranto non si verifica. Noi chiediamo che gli articoli della Costituzione vengano rispettati, in particolare quelli relativi alla vita, alla salute e all’ambiente. Teniamo presente che l’art. 32 recita che la Repubblica tutela il diritto fondamentale dell’individuo alla salute come interesse della collettività, ed è in quell’aggettivo, “fondamentale”, che si gioca tutto; a questo articolo è stato poi aggiunto il diritto alla salubrità dell’ambiente.

Noi non siamo saliti in Prefettura, nonostante fossimo stati invitati a farlo, perché, solo poco tempo prima, l’associazione aveva inviato a Di Maio una lettera in cui si definiva il ministro “persona non gradita alla città”, e si scriveva che non doveva deturpare con i propri passi il suolo tarantino, a causa di quel che ha promesso ma non ha fatto. Sarebbe stato da suicidi venire presi in giro, a Roma e poi a Taranto, dalla stessa persona sul nostro territorio, a casa nostra”.

“Durante l’incontro al Mise a Roma, il 19 giugno 2018 – ricorda Castellana –, noi Genitori Tarantini presentammo un documento che leggemmo davanti a lui, e nel quale richiamavamo l’interesse comune sulla salute.

E quando lui ha chiesto all’Avvocatura di Stato un parere, per vedere se si potesse rescindere da questo contratto, l’Avvocatura ha emesso delle pagine in cui affermava l’impossibilità di prescindere dal diritto alla vita privata del cittadino, alla salute e a un ambiente salubre, confermando quanto noi gli avevamo detto il 19. Ciononostante, Di Maio ha comunque firmato quel contratto.

Differentemente da noi, altre associazioni hanno deciso di aderire all’invito in Prefettura e sono state molto, molto pungenti, hanno posto delle domande importanti, senza alcuna esitazione, hanno lavorato molto bene.

Anche questa storia dell’immunità è assurda: oltre alla questione scadenza, il problema è che, come si vociferava, Di Maio sta riformulando l’immunità: come temevamo, è venuto qui a parlare del suo decadimento, per poi riformularla e fermare così le azioni del giudice Roberto che ha bloccato le carte, ritenendo le leggi fatte da questo e dai governi precedenti incostituzionali, poiché violano circa 7 articoli della Costituzione. Accade quindi quello che noi scrivevamo in un comunicato, che avevamo preparato e che avevamo intenzione di lasciargli e poi andar via, ma non lo abbiamo fatto per le considerazioni fatte prima.

Questo rivela chiaramente quale sia il suo piano. Tutte le promesse formulate in campagna elettorale si sono rivelate vuote. Questo governo sta amministrando una parte dell’Italia e in questa parte Taranto non rientra: il nostro territorio, come al solito, viene considerato possesso dello Stato italiano e non sua parte.

Il 4 settembre noi siamo stati nuovamente a Roma, invitati dalla ministra Grillo, la quale ci disse che voleva fermare questo braccio di ferro fra diritto alla salute e diritto al lavoro. Nel documento che le abbiamo presentato, abbiamo affermato che non esisteva questo braccio di ferro fra lavoro e salute, l’unico braccio di ferro che intravedevamo era fra diritto al lavoro così come garantito dalla nostra Costituzione e il lavoro che invece viene offerto. Se la nostra Costituzione garantisce il diritto alla salute come fondamentale, quando il cittadino va al lavoro non sveste i panni di cittadino e non smette di esserlo, quindi quel diritto vale ugualmente nei luoghi di lavoro.

Abbiamo riferito alla dottoressa Grillo che tutte le aziende con non garantiscono questo diritto vanno chiuse, su tutto il territorio nazionale, anche nella sua Sicilia.

Cosa ci ha risposto lei, che nemmeno conosceva un dato sanitario su Taranto? “Dunque voi volete la chiusura dell’Ilva!”

E noi le abbiamo risposto: “No, noi vogliamo la chiusura di tutte le fonti inquinanti in tutta Italia, non solo a Taranto”.

“Eh, ma ci sono le aziende!”, ha ribattuto lei.

Al che, io, che mi trovavo accanto a lei, ho spalancato le braccia; la ministra mi ha rimproverato di scuotere la testa ogni volta che parlava.

 “Dottoressa, cosa dovrei fare, non eravate voi il governo del cambiamento?”, ho replicato.

All’incontro erano presenti anche due dirigenti del ministero: uno di loro aveva lo Studio Sentieri dinanzi a sé e, percependo la difficoltà della ministra ad argomentare, ci ha detto che loro conoscevano i dati, ma che per Taranto si trattava di una lotta impari, una battaglia fra Davide e Golia. “Purtroppo, esistono dei territori sfortunati, come ad esempio la Basilicata.”, ha sostenuto”.

Nel raccontare questo episodio, Castellana assume un’espressione corrucciata, si sfrega le mani: è evidentemente preda di forte sdegno e risentimento, tipici di chi avverte la volontà, da chi è dall’altra parte, di tergiversare e di minimizzare la gravità di situazioni critiche.

“Quando ho sentito queste parole, ho detto che anzitutto, fra Davide e Golia, vince Davide. In secondo luogo, se io domani esco e inciampo, allora quella è sfortuna. Però, se domani esco e mi spingono e in seguito a ciò io cado, allora non si tratta più di sfortuna: lì c’è intenzionalità, quella è violenza”.

“Dopo due ore e mezza – racconta ancora Castellana – ci siamo salutati e Grillo ci ha chiesto di metterci d’accordo su un eventuale comunicato stampa. Io le ho risposto che noi siamo Tarantini, veniamo dal dolore, dalla sofferenza.

Noi non siamo delusi da Di Maio, per esserlo avremmo dovuto aspettarci qualcosa, come non lo eravamo dai governi precedenti, sebbene l’una e l’altra parte ci taccino, di volta in volta, di essere d’accordo con il Movimento o con il PD. Noi siamo contenti di questo, perché vuol dire che in realtà non apparteniamo a nessuna fazione politica.

Archita, secoli fa, diceva che la vera uguaglianza è in ciò che è giusto. Quindi, gli atti di giustizia non si curano delle conseguenze, seguono ciò che è giusto. L’art. 3 della nostra Costituzione dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Seguendo questo principio, mi chiedo: Perché a Genova l’area a caldo è stata chiusa, essendo stata ritenuta dannosa per l’ambiente e la salute dai medici, e a Taranto questo non accade pur avendo medici e tecnici riconosciuto gli stessi rischi?

Ma poi, a cosa serve tutto questo acciaio, se anche i Cinesi stanno riducendo la produzione perché ce n’è in giro troppo?

L’Italia è nota per essere il “bel Paese”: una Nazione così bella non dovrebbe essere sporcata da queste industrie pesanti, che non hanno motivo d’esistere. Le cose belle devono essere godute con la vista, il tatto, l’olfatto. Devi poter riconoscere una città per i suoi begli odori, non per quelli dell’Eni e dell’Ilva. Vedi, non si può creare ricchezza su tristezza, malattia e morte e rovinare l’ambiente… Non è giusto. Qui è la bellezza che richiede giustizia, la vita deve vincere sulla morte e la salute sulle malattie. Noi siamo un popolo che si è addormentato, l’uomo è un animale abitudinario, dopo un po’ non vede differenze. Ci siamo disabituati a vedere le bellezze della natura. Quella produzione, oltre ai danni già citati, ne procura un altro molto grave: ci offusca il cervello. Un cervello appannato che, se non viene qualcuno a soffiarci nell’orecchio, non ci fa vedere la soluzione che poi è davanti a noi: la bellezza, quel grande regalo che la Fortuna, o gli Dei, o Dio, o chiunque ha voluto farci, la bellezza”.

Mentre Massimo Castellana scandisce queste parole, un guizzo luminoso gli irradia gli occhi: è un uomo profondamente innamorato della sua Taranto, di questa città che definisce “casa”. Castellana è un uomo che, assieme a Cinzia Zaninelli, compagna di lotte e di vita, guarda la natura tarantina con ammirazione e si documenta quanto più possibile sulla storia della città. Loro due, insieme, cercano di ricostruire le tappe fondamentali della città di origini spartane, colgono suggerimenti dai tempi di passato splendore e dagli errori dei tempi bui, si adoperano per rappresentare al meglio la volontà dei genitori dell’associazione e della comunità cittadina tutta.

Zaninelli poi esordisce, ricollegandosi alle ultime parole di Castellana: “Sono fermamente convinta che, se l’Ilva chiudesse, questa città risorgerebbe nel giro di circa cinque anni e si ripopolerebbe.

Qualche sera fa sono stata sulla Circummarpiccolo con mia figlia, non ci andavo da molto tempo. Questo luogo è meraviglioso! Io e mia figlia abbiamo immaginato lì dei chioschi eco-bio con le persone che sorseggiano una bevanda fresca… Quel posto, se ben sfruttato, potrebbe essere vissuto benissimo, ovviamente nel pieno rispetto dell’ambiente di questa zona protetta. Taranto è come un territorio vergine e che deve essere ancora scoperto, di cui non si conoscono le bellezze, è una terra che non è mai stata sfruttata per le sue vere peculiarità.

Quando ero ragazzina, io non amavo la mia città, quando tornavo qui per prima cosa vedevo l’Ilva e mio padre ci suggeriva di “chiuderci” il naso, il cambiamento dell’aria era percepibile già allora.

Immagina invece il Mar Piccolo con canoe per i turisti!”

A questo punto interviene nuovamente Castellana: “Negli ultimi sei anni abbiamo visitato delle isole greche e tutto quello che fanno lì sarebbe attuabile benissimo anche a Taranto. Noi abbiamo chiesto ai Greci come mai si parlasse di crisi, se le isole apparivano così floride. Loro ci hanno risposto che la crisi è dell’entroterra e che, dove c’è mare e c’è turismo, non esiste crisi. Ecco, tutto questo si potrebbe fare a Taranto, ad esempio nel Mar Piccolo, come diceva Cinzia, dove quel braccio di terra l’abbraccia e lo separa dal fratello maggiore, il Mar Grande. Il Tarantino non conosce la bellezza”.

“Un bambino nato oggi a Taranto non conosce la bellezza – riprende quindi Zaninelli –, non riesce a vederla, nasce in un posto brutto.

Ciò che davvero io mi chiedo e che non riesco a comprendere è: come mai, nonostante ci sia stata una sentenza di Strasburgo che ha disposto che la situazione di Taranto deve essere messa nel più breve tempo possibile a posto, molte TV nazionali e molti media in generale hanno taciuto al riguardo?

Ma soprattutto, perché i ministri non ne fanno menzione? Il governo fa parte dell’Europa, ma di fronte a questa sentenza di Strasburgo si isola, come se non lo riguardasse. Si sa che questa disposizione c’è, quindi al governo non ne tengono proprio conto, anzi evitano di parlarne. Taranto per loro è solo un puntino sulla cartina geografica.

Probabilmente, questo accade perché il 24 aprile scadeva l’opportunità per l’Italia di fare ricorso. Hanno fatto passare questo in sordina, la gente non doveva sapere.

Peggio ancora è stato fatto quando una sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo condannava l’Italia, ritenendola colpevole di non aver tutelato la vita privata dei cittadini e il loro diritto alla salute e, nello stesso giorno, la stessa CEDU stabiliva un risarcimento cospicuo per Amanda Knox. I media hanno preferito diffondere la seconda notizia, della sentenza della CEDU contro l’Italia si è detto poco e nulla, quasi uno sfottò, un’enorme mancanza di rispetto per dei cittadini italiani.

Taranto diventa notizia di categoria inferiore, non turbano i decessi di questa città ma un risarcimento per un colloquio eseguito male”.

Le parole di Cinzia Zaninelli sono segnate dal risentimento: si sente tradita come cittadina, non solo dallo Stato, che dovrebbe proteggere lei e gli altri connazionali, ma anche dalla stampa, da chi, quindi, dovrebbe essere al servizio del popolo e dargli voce e risonanza.

“Perché il popolo tarantino deve subire tutta questa sofferenza? Perché non ci tutelano?

Di Maio dovrebbe farlo ma, avendolo incontrato due volte, posso dire come agiscono lui e i suoi compagni di partito: avendo basato tutta la campagna sull’uno vale uno e sulla democrazia diretta, invitano a Roma le associazioni, si recano nelle città più deboli e ricevono delegazioni, sempre fingendo di ascoltarle.

Per loro, il 24, più eravamo, meglio sarebbe stato.

Quando Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink, ha posto una serie di domande ben articolate al ministro del Lavoro, questi ha dichiarato “Si risponderà dopo”, rimandando. Al termine della giornata, Di Maio ha poi sì ripreso quelle domande, ma non ha risposto punto per punto, proprio perché erano passate ore da quando erano state poste e il tempo alla conclusione è sempre poco, si sa. Inoltre, così facendo, non ha dato possibilità di replica. Il ministro non risponde mai, la sua è una vera e propria strategia.

I ministri ci reputano sciocchi, ma noi abbiamo capito il loro gioco. Di Maio aveva sempre la testa china, imbarazzato, mentre c’era al suo seguito anche chi mangiava al cospetto di tutti i Tarantini prostrati nell’animo. Manca il rispetto.

I Tarantini si sono messi a studiare, hanno letto libri su libri, non vogliono essere presi in giro e vogliono difendere la loro città, in piena consapevolezza e in maniera brillante”.

La parola passa nuovamente al portavoce dell’associazione, che racconta: “Quando andammo a Roma, lui ci disse che si sarebbe battuto strenuamente per il diritto dei Tarantini di respirare. Ma respirare non è un diritto, è un atto primario! Va garantito che il Tarantino possa respirare aria pulita, sana, semmai!

In questi sessant’anni hanno distrutto tutto quello che di bello e buono c’era. Quando vuoi assoggettare delle menti fai così: togli tutta la bellezza. Dicono poi che l’acciaio sia strategico per l’Italia, peraltro prelevando il materiale dal Brasile. Ma fra estrazione, produzione, sanità e tanto altro, l’acciaio prodotto non ci porta ad alcun ricavato. L’Ilva è l’unico stabilimento ad avere al proprio interno delle discariche, cosa proibita dalla legge, ma continua a stare là. Vale più l’acciaio della vita di un bambino?

Archita diceva ai suoi concittadini “Se vi si domanda come Taranto sia diventata grande, come si conservi tale, come si aumenti la sua ricchezza, voi potete con serena fronte e con gioia nel cuore rispondere, con la buona agricoltura, con la migliore agricoltura, con l’ottima agricoltura.”

Ecco, a noi è stato precluso questo diritto. Le nostre pecore, famose sin dall’antichità per il loro manto, sono state abbattute; i nostri campi non possono essere coltivati. Vuoi far morire una città? Toglile la possibilità di produrre in loco i prodotti necessari al suo sostentamento. L’hanno snaturalizzata. Le famosissime cozze e ostriche tarantine, citate addirittura da Totò, hanno perso d’importanza.

Taranto è stata violata, le hanno sottratto la possibilità di sviluppare le sue naturali vocazioni.

Vuoi fare in modo che i cittadini pensino che tutto ciò che rimane loro sia l’Ilva? Bene, sottrai ogni possibilità di sviluppo pulito e sano, togli la bellezza da uno dei posti più belli del mondo, invidiato anche da Atene e otterrai come risposta “Se l’Ilva chiude, vengo a mangiare a casa tua?”.

“La verità è che, agendo così sulla mente del cittadino, questo ha cominciato a guardare la sua città con occhi differenti. Nell’ ‘800, in seguito all’incendio che prese avvio al secondo piano di Palazzo degli Uffici, tutti i pescatori lasciarono la loro rete e si recarono immediatamente sul luogo del disastro per spegnere il fuoco e riconsegnare alla città uno dei suoi luoghi più belli e d’ importanza: oggi il Tarantino medio è totalmente cambiato, guarda il problema negli occhi e non lo affronta, gli volta le spalle. Volta le spalle come quel marinaio del mosaico della chiesa Gesù Divin Lavoratore. Cristo crocifisso in mezzo alle ciminiere che le indica, quasi a voler mostrare una via di salvezza a tutti coloro che seguono la sua mano, mentre il pescatore rimane di spalle a tutto ciò con la sua rete, la vera fonte di salvezza.

Non so se fosse proprio questo il messaggio di chi all’epoca realizzò questo mosaico, ma a me comunica questo.

Però il popolo tarantino non può ottenere rispetto se si fa la guerra dall’interno, se oltre ai vivi non è nemmeno capace di proteggere i suoi defunti. Quando si va al cimitero, si osserva ogni tomba ricoperta da una coltre di polvere rossastra, un vero smacco ai nostri morti, una mancanza di rispetto e di amore grandissima. Non si può pretendere rispetto, se non siamo i primi a rispettarci”.

Le parole di questa coppia sono colme di rabbia mista ad amore, un amore puro e disinteressato nei confronti della loro città e della giustizia. Un amore la cui purezza si può scorgere nei sorridenti occhi di Cinzia, che nonostante tutte le bastonate, continua ad essere una strenua combattente che accoglie l’altro da sé con ammirevole spontaneità e calore.

Proprio in virtù di questo amore verso la città e i suoi abitanti, Genitori tarantini-Associazione ETS promuove una raccolta firme per rendere il 25 febbraio (data scelta convenzionalmente, in occasione del trigesimo della morte di Giorgio Di Ponzio) Giornata Nazionale per le Vittime dell’Inquinamento Ambientale.

Una giornata che servirà a commemorare le vittime dell’inquinamento e a instaurare un dialogo fitto sulla questione mortalità a Taranto, per cercare di proporre soluzioni a questo enorme problema.

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