Parabita: tutti un passo indietro, perché nessuno indietreggi

Marco Cataldo, candidato sindaco nel paese sciolto per mafia, ha ritirato la sua candidatura dopo le pesanti minacce di morte. Cresce la paura e la diffidenza. Annunciata una diserzione collettiva delle urne. Il sereno svolgimento delle elezioni democratiche rischia di non essere garantito. Se il candidato dell’antimafia è sgradito ai clan, gli altri due candidati sono invece graditi? Alcuni spunti di riflessione e qualche proposta

Marco Cataldo è un ingegnere di 42 anni, di Parabita, un paesino di 9.121 anime a pochi kilometri dal mare di Gallipoli. Il suo profilo professionale è degno del miglior “cervello in fuga”: concretezza, che gli deriva dalla sua altissima specializzazione e visione. Da sempre vicino alla sinistra, può aspirare a qualunque poltrona da top manager di area.

Marco però ha deciso di restare al Sud e mettere a frutto la sua laurea in ingegneria informatica e il suo titolo di ricercatore industriale interdisciplinare presso la Scuola di Alta Formazione ISUFI a Lecce. Durante la sua brillante carriera universitaria inizia con pazienza a costruire la sua carriera politica facendo la gavetta, a passi piccoli, ma fermi, scalando tutte le cariche possibili: rappresentante degli studenti nel Cda d’Ateneo e dell’Edisu e membro del comitato universitario regionale di coordinamento pugliese dell’Università degli Studi di Bari. Amministratore unico di spin off universitarie nel settore aeronavale e membro di presidenza di Legacoop Puglia, da presidente della cooperativa “Officine Cantelmo” gestisce un grande contenitore culturale di proprietà del Comune di Lecce e si fa le ossa nel mondo della cooperazione con Alessandro delle Noci, collega che conosce sui banchi dell’Università e che presto diventa protagonista della scena politica leccese da assessore nella giunta di centro destra del sindaco Paolo Perrone prima e vicesindaco della giunta di centro sinistra di Carlo Salvemini poi.

Marco invece, legato alla sua Parabita, siede tra i banchi dell’opposizione fino al 2015 e poi si candida alle regionali, sostenendo Michele Emiliano, senza essere eletto. Porta avanti la sua attività di sensibilizzazione nelle scuole, per tenere viva la memoria dell’efferato assassinio di Angelica Pirtoli, bimba di due anni uccisa con la madre, Paola Rizzello da esponenti del clan Giannelli.

Quest’attività ha dato fastidio al clan della sacra corona e ai loro amici. Perché di amici dobbiamo parlare, dal momento che gli affiliati “certificati” sono stati assicurati alla giustizia. Il contesto mafioso, però, gli amici, collusi, simpatizzanti che alimentano la cultura mafiosa, rimangono attivi e attenti in quel paesino, così come in tutto il Salento.

Questo giovane ingegnere dalla faccia pulita come la sua fedina penale, promotore di iniziative nobili e testimone di un impegno continuo, silenzioso e dal basso, ha certamente dato fastidio. L’ho intervistato per Radio radicale e l’ha ammesso senza mezzi termini: parlare nelle scuole di Parabita delle vittime innocenti del clan Giannelli è operazione pericolosa, perché tra i banchi vi sono altre vittime inconsapevoli, i figli o i nipoti degli affiliati al clan, che sentono quella storia e riferiscono, in buona fede, a casa. E in certe case sono discorsi da non fare. “Non c’è più la serenità”, ha affermato, ritirando la sua candidatura a sindaco e lasciando con un palmo di naso i suoi sostenitori, che si erano già mossi per raccogliere l’appoggio, ottenuto senza sforzo, da parte del gruppo “Uniti per Parabita”, il gruppo di riferimento dell’ex sindaco Alfredo Cacciapaglia.

L’ex sindaco dell’amministrazione sciolta per mafia è uscito pulito dallo scioglimento: non è stato neanche indagato e ha impugnato dinanzi al Tar il decreto del presidente della Repubblica, vincendo, per poi essere rimandato a casa dal Consiglio di Stato.

Cacciapaglia e Cataldo, una miscela esplosiva (o una scelta azzardata, a seconda dei punti di vista) che non è piaciuta.

A chi?

Alfredo Cacciapaglia ha la grave colpa di essersi imbarcato il vicesindaco Giuseppe Provenzano, amico d’infanzia dell’affiliato Fernando Mercuri, fratello di Donato, che con Marco Giannelli (figlio di uno dei fondatori della sacra corona unita, Luigi) governava il clan.

Giuseppe Provenzano, scaricato presto da Cacciapaglia che però è rimasto in sella anche grazie ai suoi voti, era candidato nella lista “Uniti per Parabita”, la stessa che aveva garantito l’appoggio a Cataldo, prima che lui si tirasse indietro.

Giuseppe Provenzano, quel “Santo in Paradiso” del clan Giannelli (la frase è dello stesso vicesindaco, che si definisce “santo in paradiso” in alcune intercettazioni alla base dello scioglimento del Comune di Parabita).

Proprio al clan Giannelli appartengono mandanti ed esecutori dell’assassinio della piccola Angelica e sua madre. Giuseppe Provenzano, amico d’infanzia di Fernando Mercuri, quest’ultimo condannato in appello (rito abbreviato) a 12 anni di reclusione per mafia, è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e il processo è in corso.

Altri due passaggi per comprendere la situazione critica di questo piccolo paese del Salento: la Igeco costruzioni spa, che gestiva il  servizio di raccolta rifiuti a Parabita, dopo essere stata raggiunta da interdittiva antimafia perché dava lavoro ad alcuni mafiosi tra cui esponenti del clan Giannelli, amici dell’ex sindaco Provenzano, è stata sostituita da Gial Plast, anch’essa raggiunta da interdittiva antimafia. Come dire: una presenza pervasiva, difficile da scardinare.

Tornando all’accordo tra Cataldo e “Uniti per Parabita”: è stato sancito il 25 aprile; il giorno dopo Cataldo ha ritirato la candidatura, mentre “Uniti per Parabita” scrive in una nota stampa che si respira un “clima di tensione, spesso costruito”. Perché? Ho cercato di contattare senza successo l’ex sindaco Cacciapaglia per chiedergli conto, mentre Marco Cataldo senza mezze misure ha dichiarato che “mai e poi mai” avrebbe ratificato l’accordo voluto dalla sua lista con l’ex sindaco che così è rimasto fermo al palo.

Cacciapaglia infatti, in attesa della decisione del Tribunale che sarebbe arrivata a giugno, a elezioni fatte, era candidabile. Era questo il risultato, positivo per Cacciapaglia, dell’udienza del 24 aprile, tenutasi cioè il giorno prima che i sostenitori di Cataldo e il gruppo di Cacciapaglia stringessero l’accordo.

Cacciapaglia, candidabile, dalla fedina pulita, mai indagato eppure presenza intollerabile per Cataldo.

Il ritiro di Cataldo ha esposto gli altri due candidati ad una serie di responsabilità, oltre a quelle già richieste dalla loro candidatura.

Stefano Prete e Tiziano Laterza, rispettivamente sostenuti da una lista civica di centro sinistra e centro destra, malgrado loro non potranno riempire il vuoto lasciato da Cataldo, né intercettare il suo elettorato.

Perché un dubbio agghiacciante si è insinuato ormai nell’opinione pubblica e nella cittadinanza: se è vero che Marco Cataldo non piace alla mafia, avendo ricevuto minacce scritte, gli altri due candidati invece godono forse del consenso dei clan?

E’ un peso insostenibile per la comunità e per i due candidati. Un peso di cui Cataldo è responsabile, avendoli caricati lui stesso di tale zavorra, con il suo dietrofront.

Lo svolgimento sereno e democratico delle elezioni amministrative è compromesso: si sta gonfiando il malcontento e il passaparola per disertare le elezioni ormai è inarrestabile.

I prossimi 26 giorni saranno tra i peggiori che il piccolo paese abbia vissuto: non c’è voglia di manifestare né di prendere posizione, perché si ha l’impressione di essere su un’isola che affonda, circondati da squali.

D’altra parte, Prete e Laterza non possono permettere che si alimenti il dubbio che siano proprio loro i candidati designati dal clan.

La prefetta Cucinotta ha il potere di sospendere l’appuntamento elettorale per motivi di ordine pubblico: è una possibilità che merita di essere presa in considerazione.

Prete e Laterza dal canto loro potrebbero fare un passo indietro: ritirare la propria candidatura subito, oppure andare alle elezioni rinunciando a fare campagna elettorale, per poi dimettersi tutti in blocco appena finito lo spoglio.

In questo modo, un nuovo Commissario prefettizio traghetterà il paese verso nuove elezioni dove non dubbi ma certezze di trasparenza e legalità animino le piazze.

Cataldo infine deve fare un gesto di coraggio: non era questo il suo slogan nelle scorse elezioni elettorali, quando diede forfait alle elezioni comunali per candidarsi alle regionali?

“Insieme possiamo farcela, ci vuole solo un po’ di coraggio! #fidati”, diceva Marco, da candidato nella coalizione di Michele Emiliano.

Se ci sono nuovi episodi di minacce, oltre a quelli noti, Cataldo deve avere coraggio e deve denunciarli formalmente. Altrimenti presta il fianco a chi interpreta il suo dietrofront semplicemente come la conseguenza di un accordo politico trasversale finito male.

Marco, che è impegnato da sempre in attività per la legalità, non può permetterlo, come Prete e Laterza non possono permettere che sulla futura amministrazione campeggi la nuvola nera del sospetto di essere graditi ai clan.

Parabita ha bisogno di respirare aria pulita. Ha bisogno di essere illuminata da idee nuove che abbiano anche persone competenti e giuste che le facciano camminare.

E a proposito di luce nuova che illumini Parabita facendola brillare di legalità: uno degli ultimi atti coraggiosi e necessari che portano la firma della gestione commissariale di Andrea Cantadori, è stata la revoca del contratto con la New Energy srl di Soleto (oggi Fan Tecnology srl), già coinvolta in indagini per associazione mafiosa (reato poi non riconosciuto), truffa nel settore fotovoltaico e smaltimento abusivo di rifiuti pericolosi.

Una grossa inchiesta condotta dalla Guardia di finanza di Lecce su delega del pm Antonio Negro che ha portato alla condanna in secondo grado del progettista e direttore lavori dell’ex New energy, condannato a 4 anni e 4 mesi, perché, sotto la piazza centrale di Soleto, paesino piccolo la metà di Parabita, fuoro dissotterrati rifiuti industriali, tossici e pericolosi. Proprio così, rifiuti, anche del nord Italia, sotterrati nella pizza centrale del paesino.

La New energy, che dal 2006 aveva un contratto con Parabita per la pubblica illuminazione, nonostante fosse stata regolarmente pagata dal Comune fino al 2017, non aveva adempiuto ad alcuni obblighi contrattuali e così le ditte di distribuzione di energia elettrica (Enel e altre), inviavano fatture salate direttamente all’ente invece che alla New energy.

Affari sporchi, fatti sotto gli occhi di tutti, addirittura in piazza, nella piazza di Soleto così come in quella di Parabita.

E’ oggi tempo di illuminare ogni cosa, non più di mettere la testa sotto la sabbia.

Però serve coraggio: tutti un passo indietro, perché nessuno indietreggi.

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Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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