Uccio Preite siamo noi

di Thomas Pistoia

All’indomani dell’arresto del pm Emilio Arnesano della Procura di Lecce, del direttore generale della Asl di Lecce Ottavio Narracci e di alcuni dirigenti medici abbiamo aperto “l’armadio della vergogna” della Asl salentina. Non una metafora: un armadietto che conteneva numerosi fascicoli relativi ad altrettanti procedimenti amministrativi su appalti pubblici, assegnazioni di incarichi diretti, procedure poco chiare, era stato svuotato all’indomani della soppressione della Commissione Legalità da parte di Narracci.

Siamo venuti in possesso di quei fascicoli, decine, e sottoposti al vaglio giornalistico, stanno diventando altrettanti capitoli di “Sanità papers“, un’inchiesta di cui non vediamo la fine. Tra le prime puntate pubblicate, quelle sulla mancanza del collaudo per i grandi macchinari diagnostici: la pet ha eseguito oltre 16mila esami sui pazienti, pur in assenza di collaudo, arrivato pochi mesi fa; due risonanze magnetiche, sprovviste di collaudo, obbligatorio per legge, continuano a funzionare ancora oggi come se nulla fosse. Chi tutelerà il diritto alla salute di quelle migliaia di persone? Chi proteggerà le tasche dei cittadini da sprechi e contenziosi milionari? La gran parte dei giornali locali hanno ignorato le nostre denunce, fino a che non sono arrivati gli inquirenti a sequestrare i documenti presso la Asl. Le indagini della Procura sono in corso. Con un pm arrestato, accusato di manipolare le indagini per agevolare gli interessi di alcuni dirigenti Asl e di politici, la Procura di Lecce si gioca la faccia. M.L.M.

Il commissario Lubellu si arrotolò una sigaretta. Provò a far finta di niente e a scavalcare con gli occhi tutto il caos che si stava svolgendo attorno a lui. Tentò di guardare il mare, ma non lo trovò.

Sulla spiaggia di San Cataldo la folla di poliziotti, giornalisti, cittadini curiosi, che attorniava lo strano oggetto piantato verticalmente nella sabbia, nascondeva il litorale per decine e decine di metri. Il commissario accese la cicca e, buttando dentro la prima boccata di fumo, non poté fare a meno di pensare che quel giorno, chi avesse voluto fare una passeggiata sul bagnasciuga, avrebbe fatto meglio ad andare a Frigole.

Come se non bastasse arrivò anche l’esercito. Quattro elicotteri verde militare solcarono il cielo. Uno di essi atterrò in una campagna nelle vicinanze, gli altri tre cominciarono a fare giri di ricognizione intorno alla zona. Il velivolo atterrato trasportava il colonnello Paparabella, decorato più volte al valor militare e veterano delle missioni in Kosovo, in Iraq, in Kuwait e in Libia. Un uomo rotto a tutte le esperienze, che però, anche lui, quando giunse sul posto e vide quel coso, non potè fare a meno di esclamare un rauco “pellamadonna!”, che niente aveva di blasfemo, anzi, sembrava quasi un’invocazione.


Lubellu pensò che, come pubblico ufficiale, fosse educato farsi incontro all’ufficiale e presentarsi. Lo fece con fare annoiato. Uno accanto all’altro, i due erano in evidente contrasto. Tanto uno era marzialmente in ordine, tanto l’altro sembrava sciatto, scompigliato, male in arnese, tipo il tenente Colombo ma con un look ancora più barbone.

-“Colonnello Paparabella”, si presentò il militare, portando la mano alla visiera.

-“Commissario Lubellu della Questura di Lecce, piacere”, disse l’altro.

-“Orbene, che roba è quella, commissario?”

-“Non saprei. Sembra un enorme componente cilindrico, forse appartiene a un’astronave aliena. Il primo a segnalarlo è stato un tizio che faceva jogging sul bagnasciuga. Dice che ha sentito un fischio come di qualcosa che cade dal cielo, poi un forte boato e ha visto una nuvola di sabbia sollevarsi. Quando si è reso conto che tutto era avvenuto a causa di questo coso che si era piantato nella spiaggia, ci ha subito chiamati”.

-“Vedo che avete circoscritto il luogo dell’impatto. Bene”.

-“Sì, ma tenere a bada la folla è una parola. Per quanto ne sappiamo quell’affare potrebbe contenere sostanze tossiche e… Ma cosa succede? Accidenti! Guardi lì, sulla cima. Sta uscendo qualcosa, anzi, qualcuno!”


Poliziotti e militari spianarono le armi all’unisono e allontanarono le persone intorno. La gente, in preda al panico, si diede a un corsa disordinata, mentre il cilindro di metallo veniva accerchiato.

Dalla parte superiore dell’oggetto venne fuori un braccio magro, ossuto. Poi un altro. Le due braccia, con gran fatica, poggiando le mani sui bordi della fenditura, sollevarono il resto del corpo e, lentamente, sorse da lì sotto una testa calva, un volto anziano, infine un mezzobusto nudo.


Era un uomo, anzi no, un vecchio. Anzi no, un vecchio in mutande. Il poveretto, che recava addosso evidenti lividi ed escoriazioni, cadde dalla sommità del cilindro e precipitò sulla sabbia.

Poliziotti e militari fecero un “ooooooh” di meraviglia, ma continuarono a tenerlo sotto tiro.
La folla, che ora si trovava alle spalle di Lubellu e Paparabella, cominciò a mormorare. In quel tumulto di voci si distinse chiaramente una domanda ripetuta più volte da più persone: ma cicazzu ete?

Il commissario lesse lo stesso quesito nello sguardo del colonnello ed ebbe un’illuminazione. Si voltò verso un attendente e gli disse con urgenza: “Chiamami il Vito Fazzi”.


Poi si fece dare il telefono e chiese di parlare col reparto radiologia.
Dopo una breve conversazione, ebbe la conferma che cercava e interruppe la chiamata.

Il colonnello lo fissava. In preda alla suspense, attendeva una spiegazione. Lubellu scoprì che si vergognava, si vergognava lui più dei veri responsabili.

Chinò il capo, prese ad arrotolarsi un’altra sigaretta e, piano, mormorò: “Non hanno fatto il collaudo”.

“Cosa?”, Paparabella non capiva.

“Il collaudo. Quel coso non è il componente di un’astronave. E quel vecchio non è un alieno. Il tubo è una delle macchine per la risonanza magnetica del Vito Fazzi e il vecchio è il paziente che si trovava al suo interno al momento dell’esplosione”.

“Esplosione?”

“Sì. Pare che, per anni, nessuno abbia fatto il collaudo alla macchina. Oggi, a causa di chissà quale guasto, a seguito di una deflagrazione, l’apparecchiatura è stata sparata via dal reparto come un missile, ha attraversato il cielo con dentro quel poveretto, è arrivata qui a San Cataldo e si è piantata nella sabbia”.

“Ma… Ma è incredibile!”


Il vecchio e improbabile extraterrestre, frattanto, circondato dai militi, aveva alzato le mani e stava dando le sue generalità. Era un contadino, disse di chiamarsi Uccio Preite e di abitare a Supersano. Spiegò che si trovava nella macchina per fare una diagnosi. Da tempo non si sentiva tanto bene e temeva… Temeva quel male lì, quel male di cui muoiono molti, che manco riusciva a nominarlo.

“L’idea che degli strumenti che servono per diagnosticare le malattie non siano tenuti in perfetto ordine, a me spaventa. Perché vengono usati su dei pazienti, su delle persone che spesso sono in pericolo di vita”, disse Lubellu, osservando la scena.

“Qualcuno pagherà per quanto accaduto oggi?”, chiese Paparabella.

“Mah! Al responsabile basterà ottenere un trasferimento per evitare qualsiasi provvedimento restrittivo”.

“La salute delle persone, per alcuni, è meno importante dei più svariati interessi economici e politici – finì il militare, e tese la mano al poliziotto. La missione poteva dirsi conclusa – Mi stia bene, commissario”.

“Già. Mi stia bene, è proprio la frase adeguata”, rispose Lubellu, e seguì con lo sguardo l’arrivo del soccorso medico. Il contadino, posto sulla lettiga, scomparve nel retro dell’ambulanza, insieme agli infermieri. Il mezzo ripartì a sirene spiegate, probabilmente verso lo stesso Vito Fazzi. Di nuovo.

Militari e agenti raccolsero armi e bagagli e sgomberarono la spiaggia alla spicciolata.
Restò, ultimo, il commissario.
La macchina per la risonanza magnetica era ancora lì, piantata nella sabbia, come un inquietante relitto cyberpunk.

“Uccio Preite ci rappresenta tutti – pensò Lubellu, allontanandosi – Uccio Preite siamo noi, quando entriamo in un ospedale con la speranza di uscirne, prima o poi, sani e salvi. O quantomeno vivi”.
Sospirò, poi salì in auto e mise in moto.

Mentre accelerava, laggiù, sull’orizzonte, un sole rosso Salento baciava dolcemente il mare.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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