Come la mafia è arrivata al nostro cibo

Dai campi fino alle tavole, la criminalità organizzata italiana si è insinuata nell’intera filiera alimentare. Con margini di guadagno che arrivano al 700%, ad esempio, i ricavi dell’olio d’oliva possono essere persino maggiori di quelli della cocaina

Fonte https://www.ft.com/content/73de228c-e098-11e8-8e70-5e22a430c1ad

Versione italiana a cura della redazione del Tacco d’Italia

Giuseppe Antoci, ex presidente del Parco Nazionale dei Nebrodi

Giuseppe Antoci era stato avvertito più di una volta. “Finirai con la gola tagliata”, recitava un messaggio composto da lettere ritagliate dalle pagine dei giornali.

E a maggio 2016, qualcosa accadde. Antoci, allora presidente del Parco Nazionale dei Nebrodi, un’area protetta nel nord-est della Sicilia, stava tornando a casa da una riunione, accompagnato dalla scorta. Mentre la sua Lancia Thesis blindata attraversava la foresta di Miraglia, la presenza di rocce sul manto stradale costrinse l’autista a fermarsi. Apparvero, a stretto giro, due uomini armati che spararono contro le ruote del veicolo per immobilizzarlo. Poi ne seguì un conflitto a fuoco.

Antoci ricorda il terrore di quella notte: “La polizia ha cercato di trasferirmi su un’altra vettura ma, nella paura del momento, non li ho riconosciuti. Pensavo mi rapissero. Ho pensato alla mia famiglia e ho pregato che fosse al sicuro”. Antoci riteneva che il tentativo di colpirlo fosse stato ordinato dalla mafia siciliana in rappresaglia per le nuove regolamentazioni che bloccavano milioni di euro in sussidi UE per i terreni agricoli. È il più grave attacco di mafia a un rappresentante dello Stato, dopo gli assassini di magistrati italiani negli anni Novanta.

Sfruttare le sovvenzioni agricole non attira la stessa attenzione del racket o del traffico di droga solitamente associato alla mafia. Ma rappresenta un flusso di denaro molto redditizio per il crimine organizzato. E le incursioni nell’agricoltura riguardano anche la filiera alimentare.

Approfittando della decennale crisi economica in Italia, la mafia ha acquistato terreni agricoli, bestiame, mercati e ristoranti, riciclando i propri soldi attraverso quella che è una delle industrie leader del Paese

Stefano Masini (foto: Green News)

Il valore del cosiddetto business dell’agromafia è quasi raddoppiato, passando da 12,5 miliardi di euro nel 2011 a oltre 22 miliardi di euro nel 2018 (con una crescita media del 10% all’anno), secondo l’“Observatory of Crime in Agriculture and the Food Chain”. Ora rappresenta il 15% del fatturato totale della mafia. “L’affidabilità del business nella crisi ha determinato l’interesse della mafia”, afferma Stefano Masini, professore di Legge all’Osservatorio. “È redditizio e non pericoloso come il mercato della droga”.


Dalle zone del Chianti agli antichi uliveti pugliesi, le organizzazioni mafiose italiane hanno messo radici nel settore agroalimentare, dalla produzione all’imballaggio, al trasporto e alla distribuzione. I dati della polizia indicano che tutti i principali gruppi criminali italiani – camorra, cosa nostra siciliana e ‘ndrangheta – investono nell’agricoltura.

Umberto Santino (foto: Gianni Barbacetto)

Secondo il professor Umberto Santino, storico della mafia di Palermo, gli interessi mafiosi nel settore agricolo si estendono ora a “tratta di esseri umani, riciclaggio di denaro sporco, estorsione, usura, allevamento illegale, macellazione e interramento di rifiuti tossici su terreni agricoli. È un ciclo integrato, un pacchetto completo di interazioni sistematiche”. In un’industria globalizzata, la portata della mafia si estende oltre i confini dell’Italia, influenzando il percorso del cibo in tutto il mondo.

Spesso i metodi rimangono vecchi: corruzione, intimidazione, contraffazione ed estorsione. Ma i cartelli hanno anche sviluppato la competenza dei colletti bianchi nell’infiltrarsi nei Consigli e nelle Commissioni locali che assegnano gare e sussidi.

Secondo quanto scoperto da Antoci, i mafiosi e i loro affiliati affittavano centinaia di migliaia di ettari di terreno pubblico nel “Parco dei Nebrodi”, usando l’intimidazione nei confronti di offerte rivali. Antoci, nel 2013, è venuto a conoscenza del fatto che l’80% delle locazioni del Parco era sotto il controllo mafioso, compreso un affitto a Gaetano Riina, fratello di Salvatore “Toto” Riina, noto anche come “La Belva”, il capo della mafia siciliana morto all’ergastolo.

Una famiglia mafiosa potrebbe richiedere circa 1 milione di euro l’anno in sussidi UE su 1.000 ettari, mentre per il leasing un minimo di 37.000. “Con margini di profitto fino al 2000%, senza rischi. Perché vendere droga o fare rapine quando puoi semplicemente aspettare che arrivi l’assegno?”, dice al telefono dalla sua casa nel villaggio costiero di Santo Stefano di Camastra (ME), dove vive sotto scorta.

Il cinquantenne Antoci potrebbe non sembrare un tipico eroe che combatte il crimine; piccolo di statura e portatore di occhiali senza telaio, è stato direttore regionale di una banca prima di entrare in politica nel 2013. Eppure Antoci non solo ha identificato il sistema mafioso, ma ha escogitato la soluzione: nuove regole che costringano anche i più piccoli affittuari a superare i controlli di polizia, applicati in modo retrospettivo, con numerose confische di terre. “Quando prendi soldi dalle loro tasche, è allora che reagiscono”, dice.

Gli aspiranti assassini di Antoci non sono stati consegnati alla giustizia e il caso è stato archiviato. È stato rimosso come Presidente del Parco da parte del nuovo governatore della Sicilia all’inizio del 2018. “Molti in carcere brinderanno” ha commentato. Ma le sue misure sono state ora implementate in tutta Italia. Nel 2016 gli è stato conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana, l’onore più alto in Italia, per “coraggiosa determinazione nella difesa della legge e contro il fenomeno della mafia”.

Eppure, dice di aver sottovalutato l’effetto che questo lavoro avrebbe avuto su di lui e sulla sua famiglia. “Non sarò più la stessa persona dopo quella notte”. Con i soldati che trasportano mitragliatrici sulla strada sottostante, le sue tre figlie non vogliono più invitare gli amici. “Questa non è vita per loro. Ho appena fatto il mio dovere, ma in un Paese normale non dovresti rischiare la tua vita per farlo”.

I sodalizi mafiosi in Italia hanno un fatturato annuo stimato di 150 miliardi di euro, secondo un rapporto del Comitato parlamentare antimafia del 2017. Si tratta di 40 miliardi di euro in più della maggiore holding italiana, Exor, che comprende Fiat Chrysler e Ferrari. La loro influenza nel paese è vasta; quattro italiani su dieci, intervistati da Libera Terra, un consorzio cooperativo, hanno affermato che dove vivono la mafia “è un fenomeno preoccupante e la sua presenza socialmente pericolosa“.

Giuseppe Governale, dal 2017 a capo della Direzione Investigativa Antimafia (DIA)

Nel 1991, Giovanni Falcone, poi assassinato dalla mafia, istituì la Direzione investigativa antimafia (Dia). Oggi è guidata dal generale Giuseppe Governale, un siciliano che ha avuto una lunga carriera combattendo il crimine organizzato. Governale, 59 anni, narra la storia della mafia in Sicilia. In un modo o nell’altro, dice, le organizzazioni criminali hanno sempre avuto le mani nel suolo del Sud Italia: “Fino a quasi tutto il XX secolo c’era un sistema di vassalli e signori feudali, con gli intermediari mafiosi che gestivano le fattorie per conto dei proprietari terrieri”.

I clan mafiosi sono stati a lungo legati al mondo contadino, e sia Toto Riina che Bernardo “Il Trattore” Provenzano, suo successore, erano contadini quasi analfabeti.

Negli anni Ottanta, il business dell’eroina spostò l’attenzione della mafia sulle città. “Ma sono i legami con la terra a tenere insieme i membri dei sodalizi, anche quando questi hanno sviluppato i loro tentacoli fin verso Stati Uniti, Canada e Australia. Hanno uno straordinario senso di appartenenza, quasi religioso” dice. “Se fossero semplici organizzazioni criminali, li avremmo battuti”. La parola italiana per clan è cosca, che significa cuore di carciofo, spiega: “Perché la mafia è come un carciofo. Tutte le foglie si collegano al cuore”.

Se le radici rurali della mafia rendono l’industria alimentare un settore ovvio di interesse, la presenza mafiosa nei nostri carrelli dei supermercati è stata accelerata dalla crisi finanziaria. La stretta creditizia ha costretto le aziende a rivolgersi alla mafia per chiedere aiuto. “L’Italia è la terza potenza agricola in Europa“, afferma il professor Santino, “ma il settore è vulnerabile perché è molto frammentato e molte aziende sono in difficoltà finanziarie. La mafia abbassa i costi di produzione e può assorbire gli effetti della crisi”.

Santino e sua moglie Anna, nel centro di Palermo, 40 anni fa, hanno trasformato la loro casa nel primo Centro Studi antimafia italiano, “perché la gente diceva che la mafia non esisteva”. Prende il nome dal loro amico, Giuseppe Impastato, ucciso per il suo attivismo.

La loro casa è una biblioteca, con giornali, file, foto e documenti giudiziari originali. Contenute in 35 cartellette rilegate in pelle blu sono le condanne emesse nel cosiddetto maxi processo del 1987 in cui furono condannati più di 300 mafiosi.

Santino collega il “marcato aumento dello sfruttamento delle terre” da parte della mafia alla riduzione dei guadagni derivanti dal commercio di stupefacenti e dal calo di denaro per l’acquisizione di appalti pubblici. Aggiunge che l’infiltrazione nel business alimentare riflette anche la crescente propensione dell’organizzazione a entrare in imprese legittime, assumendo la forma di imprenditori. “La mafia ha sempre avuto successo nello sfruttare la vulnerabilità del Paese grazie alla sua capacità di adattamento” afferma.

Roberto Moncalvo (foto: Coldiretti)

Per Roberto Moncalvo, a capo della più grande associazione italiana dell’industria agricola, Coldiretti, “la ragione principale dell’aumento della presenza mafiosa nel settore è il potenziale di grandi entrate”. Poiché i consumatori sono diventati più attenti alle origini del cibo, alcuni prodotti sono diventati eccezionalmente redditizi.

Con margini fino al 700%, i profitti derivanti dall’olio di oliva, per esempio, possono essere maggiori di quelli derivanti dalla cocaina e con un rischio minore

L’espansione nell’agrobusiness, inoltre, “fornisce un modo per riciclare i profitti derivanti da attività come il traffico di droga”. La ‘ndrangheta, che controlla circa l’80% del commercio di cocaina in Europa, ha tanto denaro che i suoi leader sono pronti ad accettare perdite fino al 50% investendo nel business dell’agricoltura per ripulire i soldi, dice Governale. Si ritiene che il latitante Matteo Messina Denaro, in fuga da 25 anni, abbia investito molto nelle olive.

Il mercato all’ingrosso di Palermo apre alle 3 del mattino. Ad agosto, la polizia vi ha fatto irruzione. Gli investigatori hanno detto che c’era una “sala di controllo invisibile” che stabiliva il prezzo delle merci, il trasporto, il facchinaggio, il parcheggio e il materiale di imballaggio. Qualcuno ha detto che, fino al raid, la mafia era attiva. “Sarebbero venuti al nostro chiosco, una volta alla settimana, a chiedere soldi. Le persone qui sapevano chi erano e quindi hanno pagato. Ma un box non ha pagato, così è stato incendiato e il nostro chiosco si è bruciato comunque”.

Negli ultimi anni, un numero crescente di mercati di prodotti italiani è finito sotto il controllo del mondo criminale. La polizia crede abbiano formato alleanze interregionali per dividersi il bottino, con le mafie napoletane e siciliane che hanno stretto un accordo nel 2016 per imporsi come fornitori e trasportatori da e verso i maggiori mercati all’ingrosso dell’Italia centrale.

Per il consumatore, la contraffazione è il principale pericolo. “La falsificazione dei prodotti alimentari è la seconda attività più redditizia in Ue dopo il traffico di droga” afferma Chris Vansteenkiste di Europol. “Il cibo è dove c’è il profitto. Le donne comprano una borsa ogni pochi mesi, ma si deve mangiare tutti i giorni”.

Il cibo biologico contraffatto è l’area più redditizia. In un’operazione, i clan italiani hanno importato grano dalla Romania etichettandolo come biologico, con un prezzo da tre a quattro volte superiore. Le imitazioni di prestigiosi prodotti italiani come la mozzarella di bufala campana e il formaggio Parmigiano Reggiano sono entrati sempre più nel mercato.

La DIA controlla le operazioni contro l’agromafia, condotte dalle forze dell’ordine. Gli specialisti lavorano per scoprire cibi adulterati, specialmente l’olio d’oliva. Le loro papille gustative sono considerate così precise che i risultati sono persino ammissibili nei tribunali italiani. Tante le frodi alimentari: la mozzarella sbiancata con detergente, l’olio d’oliva mescolato con olio nord africano importato a buon mercato, il pane fatto con amianto o segatura e il vino economico riconfezionato come Brunello di Montalcino.

Nel febbraio 2017, 42 membri del clan Piromalli in Calabria sono stati arrestati e 40 aziende agricole sequestrate in relazione all’esportazione di olio contraffatto negli Stati Uniti, venduto come extravergine, per almeno 7 € al litro.

Secondo la polizia, circa il 50% di tutto l’olio extravergine venduto in Italia è adulterato da petrolio a basso costo e di scarsa qualità. Globalmente la proporzione è ancora più alta

Quando il cibo è contraffatto, dice Roberto Moncalvo, il consumatore “non è solo defraudato, c’è anche un rischio per la sua salute“. L’indebolimento dell’esportazione culturale più prestigiosa del Paese colpisce anche il cuore dell’identità italiana, aggiunge: “È un problema di reputazione. L’Italia è conosciuta in tutto il mondo per il suo buon cibo”.

Vincenzo Linarello (foto: Vita.it)

All’infiltrazione della mafia nella catena alimentare si oppongono sacche di resistenza. In alcune aree, gli agricoltori si sono uniti in consorzi. In Calabria, una delle regioni più povere d’Europa, l’attivista Vincenzo Linarello ha fondato nel 2003 Goel, un’associazione di 30 aziende agricole biologiche. I suoi prodotti sono venduti a prezzo elevato, ma molti dei suoi membri sono stati presi di mira dalla ’ndrangheta.

La mafia vuole scoraggiarci, impedirci di mostrare che puoi essere libero e disobbediente” dice Linarello. “Vogliono mandare il messaggio che in Calabria nulla è possibile senza la ‘ndrangheta”. Spiega come la mafia tenda ad avvicinarsi agli agricoltori: “Ti chiederanno un piccolo favore, di assumere qualcuno, di comprare il tuo nuovo trattore… In questo modo, a poco a poco perdi il controllo della tua terra e poi ti arrendi”.

Annalisa Fiorenza, proprietaria della fattoria “A Lanterna”

In una posizione idilliaca sulla costa ionica, una fattoria, “A Lanterna”, produce peperoncini, olive e limoni. L’azienda ha subito sette attacchi incendiari in sette anni, uno dei quali ha causato 200.000 € di danni. Le continue aggressioni ti “abbattono” dice la proprietaria, Annalisa Fiorenza: “Cominci a pensare se ne vale la pena”.

La 39enne, legale per il Ministero delle Politiche agricole, ha acquistato la fattoria. Gli attacchi non sono mai stati preceduti da alcun messaggio o richiesta, dice: “Nessuno ti dice chi sono o cosa vogliono. Vogliono che tu cerchi protezione, sottomissione”. Da quando è entrata a far parte della cooperativa Goel, nel 2012, Fiorenza ha imparato a difendersi, usando gli attacchi subìti per fare pubblicità e raccogliere fondi per riparare il danno. “Poi facciamo una grande festa per dimostrare che è inutile attaccarci” dice. “Se ne colpisci uno, colpisci tutti. Lo stare insieme ci dà più forza”.

La legge 109 del 1996 stabilisce che terreni e beni confiscati alla mafia debbano essere convertiti. Da allora, sono state confiscate 11.000 proprietà mafiose. A Corleone, la vecchia casa di Salvatore Riina è ora un’azienda agricola biologica di 150 ettari, che produce pomodori e legumi; vi lavorano  ex tossicodipendenti, persone con problemi di apprendimento e comportamentali, rifugiati.

Attraverso il programma Campi della Legalità, la cooperativa realizza formazione di due settimane in fattoria. Il suo fondatore, Calogero Parisi, racconta di essere stato coinvolto nell’attivismo negli anni Novanta, dopo aver preso parte alla Carovana antimafia, un convoglio che percorre la Sicilia ogni estate. La fattoria della famiglia Riina, che la cooperativa ha preso in carico nel 2001, ha subìto molti attacchi da parte della mafia.

La terra rappresenta il potere della persona, spiega Parisi: “Puoi dire ‘tutta questa terra è mia’”, dice. Ricorda come le viti venissero bruciate. “Poi – ridacchia – abbiamo piantato un bosco, ma hanno mandato le loro pecore a pascolare lì tutto il tempo in modo che le piante non crescessero mai”. Il proprietario del terreno era il nipote di Riina, Giovanni Grizzaffi. È stato rilasciato l’anno scorso dopo più di 20 anni di carcere, e Parisi dice che è imbarazzante vederlo in giro per la città.

Ad aprile, due dei trattori della cooperativa, due rimorchi e un camion del valore di € 70.000 sono stati rubati, costringendo Parisi a ottenere un prestito che richiederà 5 anni per essere ripagato. “Dobbiamo lavorare sodo e facciamo tanti sacrifici. Abbiamo persino seminato il ​​giorno di Natale. A volte ti chiedi se ne valga la pena”.

L’ultimo anello della filiera è costituito da ristoranti che forniscono il principale canale per il riciclaggio di denaro sporco.

Secondo l’Osservatorio, circa 5.000 ristoranti in Italia sono nelle mani della mafia. A Roma e Milano, si stima che i clan ne possiedano uno su cinque

Daniele Marannano, fondatore dell’associazione antiracket Addiopizzo

A Palermo, dei laureati che volevano aprire un pub sono rimasti scioccati nell’apprendere che avrebbero dovuto pagare i soldi per la protezione o il pizzo. In spregio, hanno fondato Addiopizzo, un’organizzazione che supporta le aziende che resistono alle minacce di estorsione. L’attivista Daniele Marannano afferma: “Abbiamo invaso in un intero quartiere con volantini che dicevano ‘Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità’“.

Marannano, 33 anni, ricorda il giorno del 1992, quando Paolo Borsellino fu assassinato: “Avevo otto anni e tornavo dalla spiaggia con mio padre. Non lo dimenticherò mai. Penso che, per quelli di noi che hanno vissuto questo a quell’età, tutto abbia avuto un impatto maggiore”. Nella sede di “Addiopizzo”, Marannano indica una mappa che delinea i confini del territorio delle famiglie mafiose nella città.

Molte aziende che pagano non sono spinte dalla paura, ma dall’abitudine e dalla convenienza, dice. “Se sono un macellaio e un altro macellaio apre nella mia zona con prezzi competitivi, è un fastidio per me. Se ho pagato il mio pizzo, la mafia andrà dal concorrente e spiegherà: “Amico, questo è il prezzo”.

Natale Giunta, un noto chef di Palermo, ha ricevuto una visita del genere quando ha aperto un nuovo ristorante nel 2012. “Erano in tre, tra cui uno che conoscevo, che ha fatto le presentazioni. Hanno detto che non avevo chiesto il permesso e hanno imposto 2.000 € al mese, più il doppio a Natale e Pasqua”. Giunta si rifiuta di pagare. Ma dopo la visita, riceve proiettili per posta. Poi l’incendio a uno dei suoi furgoni di catering per € 100.000 di danno.

Giunta ora è protetto dalla polizia. Marannano dice che quando “Addiopizzo” è nato, nel 2004, quelli che denunciavano potevano essere contati sulle dita di una mano. “Ora, invece, le persone scelgono”. Il coraggio di coloro che resistono e l’esistenza di movimenti antimafia sono incoraggianti. Da soli, però, è impossibile costringere i clan ad allentare la presa.

Oltre a una legge speciale introdotta per proteggere l’olio d’oliva italiano nel 2013 (Legge Mongiello), l’attuale legislazione contro i crimini agricoli è straordinariamente indulgente. Una nuova legge è stata proposta da Elena Fattori, parlamentare del M5S, per cercare di punire “disgrazie per la salute pubblica”, l’avvelenamento o la contaminazione di cibo o acqua e “l’agropirateria“, la vendita di cibo contraffatto.

“In Italia abbiamo molti controlli sul cibo, ma nessuna conseguenza – afferma Fattori –. “Il rischio è troppo basso: gli autori pagano solo una multa e vanno avanti. Per proteggere la salute pubblica e contro la distruzione del lavoro onesto dobbiamo fare molto di più”. La calendarizzazione di una legge di questo tipo non è chiara: la proposta di Fattori non fa parte del programma governativo approvato con i partner della coalizione.

Oltre alla legislazione, anche i consumatori possono fare la loro parte, provando ad acquistare prodotti di provenienza trasparente. Ma Governale, a capo della DIA, crede che la soluzione a lungo termine sia una governance migliore.

Nelle aree svantaggiate in cui lo Stato non garantisce i diritti o i servizi di base – dai letti d’ospedale ai trasporti per i lavoratori agricoli –, le persone sono più propense a rivolgersi ai capi clan che alle istituzioni per prestiti o protezione.

“Dal 1992, a livello investigativo, siamo all’avanguardia. Ma per vincere, non è sufficiente investigare, dobbiamo migliorare la società, altrimenti la mafia insidierà ogni settore. In agricoltura, la sua presa è parassitaria –, dice Governale –. “Si tratta, fondamentalmente, di un’erbaccia, e c’è bisogno di un forte diserbante per rimuoverla”.

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