E tu, in cosa hai fallito?

Di Barbara Toma

IO SONO UNA FALLITA

Bisognerebbe rivalutare l’immagine del fallito. E non sono l’unica a pensarlo.

In questi giorni, allo Smith College, in Massachusetts, schermi disseminati per il campus accolgono le matricole con video dove gli studenti raccontano i propri insuccessi. «Mi hanno bocciata ai test d’ammissione», «Ho preso 2 in filosofia». È il programma Failing Well (fallire bene), una delle tante iniziative in tutti gli Usa. Al Davidson College, in Nord Carolina, il Fondo Fallimento assegna borse fino a mille dollari per perseguire attività creative probabilmente destinate all’insuccesso. E analoghi progetti nascono nelle scuole. Allo Smith s’insegna che le sconfitte sono cose della vita, e a tener duro. E a fine corso è rilasciato un attestato. Di fallimento.

E anche qui in Italia, a Modena, è nata la prima Scuola di Fallimenti ed Errori.

Insomma, il Fallimento è diventata una specie di cultura.

Per cui ora posso dirlo ad alta voce!

Immagina: scrivere un curriculum elencando tutti i propri fallimenti, presentarsi alle persone e dover rispondere alla domanda: ‘E tu, in cosa hai fallito?’

Io non amo la retorica e non mi metterò certo a dire che ogni sbaglio è positivo perché porta un insegnamento. Io di errori ne ho commessi tanti e alcuni, insegnamento o no, sinceramente preferirei cancellarli.

Ma si può fallire in tanti modi diversi, e non tutti hanno a che fare con uno sbaglio

La mia vita lavorativa, per esempio, è segnata da grandi fallimenti che ho scelto consapevolmente.

1995 – Uno dei miei primi ingaggi. Nonostante avessi superato il provino brillantemente venni licenziata accora prima che le prove avessero inizio, il coreografo non aveva più intenzione di lavorare con me per via del mio atteggiamento supponente e per le troppe domande in merito alle condizioni di lavoro.

2007 – Decisi di combattere per i diritti di tecnici e dipendenti del teatro che mi ospitava e mi produceva, il cui direttore, detto l’innominabile, mi aveva anche affidato la direzione di un festival internazionale. Alla fine continuarono tutti a lavorare lì.

Io persi tutto.

2003 – Dopo l’ennesima lite in cui gli rimproveravo di essere arrogante, ingiusto e aggressivo con i danzatori, il coreografo per il quale lavoravo mi cacciò su due piedi dalla compagnia (lasciandomi letteralmente in autostrada durante una trasferta in Francia).

2014 – In tempi in cui qualsiasi finanziamento o bando promuoveva e premiava la collaborazione e il ‘fare rete’, dirigevo un teatro chiudendo le porte a qualsiasi collaborazione con teatri, festival o persone poco limpide. Avevamo creato un’isola felice nella periferia di Milano… dove la programmazione veniva fatta secondo una logica estranea a scambi, mode o reti.

Fui licenziata in tronco dalla mecenate. Allontanata dal posto di lavoro con la massima urgenza, nemmeno fossi una ladra. Neanche la possibilità di congedarmi dopo 9 anni di lavoro ben fatto, nel massimo rispetto e con onestà e, sopratutto, costellato di successi.

Perché? Per essere stata la solita me. Per aver tentato di restare integra e professionale nel mio ruolo e non aver concesso alcun compromesso, neanche a lei!

Ho sempre difeso i miei ideali, i miei diritti, i miei sogni. Così come ho sempre parlato pubblicamente delle mie preferenze politiche e urlato il mio antifascismo.

Ho sempre detto la mia. E, nonostante me lo sconsigliassero tutti, ho sempre continuato.

All’inizio sembrava essere una cosa positiva.

Per esempio a 17 anni, quando ricevetti la lettera in cui mi si diceva che non avevo superato nemmeno la prima delle 3 selezioni da fare per poter studiare in Accademia ad Amsterdam.

Senza nemmeno pensarci su andai dritta in segreteria per reclamare.

C’era sicuramente stato un errore, io non potevo essere stata scartata, io ero nata per studiare lì!

Fui così convincente che la direttrice mi invitò a restare per fare un provino privatamente.

Mi dissero: ‘Hai poca tecnica e probabilmente non supererai il primo anno, ma ti diamo una chance’.  A casa venni letteralmente osannata per il mio coraggio.

Di aneddoti vincenti per via della mia sfacciataggine ne ho altri. Ma, ahimè, temo che gli schiaffi in faccia e i calci nel sedere siano in netta maggioranza.

Chissà dove sarei ora se non avessi sempre detto in faccia alla gente quello che pensavo. Se non avessi rifiutato compromessi. Se fossi stata più furba…

Ho fatto scelte che mi hanno penalizzato non poco e per le quali ho pagato e pago ancora.

Se oggi dipendo dai bonifici che aspetto, se non posso permettermi alcun lusso, è perché ho scelto di fare un mestiere che non arricchisce, in un Paese che in cui è già difficile mantenersi di sola danza, e in un modo che, se possibile, penalizza ancora di più.

Nel mio mondo utopico le persone fanno carriera per meritocrazia e il loro lavoro viene rispettato e tutelato. Impossibile pensare di abbinare un idea così bislacca al lavoro in Italia!

E allora oggi, che un amico collega mi dice: ‘Barbara fregatene di tutto, concentrati solo sul tuo, fai bene il tuo lavoro e vai avanti’, a me vien da pensare che no, non basta solo questo, che fare bene il mio lavoro, sopratutto alla mia età e dopo tutto quello che ho passato per arrivare qui, significa anche scegliere con chi lavorare e quali progetti sostenere

Perché se tutti continuano a chiudere gli occhi e fare il proprio lavoro senza badare al contesto e accettando condizioni inaccettabili niente cambierà mai.

Io non ci sto.

Non sono arrivata fino a qui, morta di fame e fallita, per accettare compromessi, calpestare diritti e sostenere progetti che non stimo.

Allora rimanevo dove stavo.

La mia prima stagione da direttora si intitolava ‘Cosa me ne faccio del teatro?’.

La stagione in cui venni licenziata titolava ‘Cosa ci serve per essere felici?’.

Secondo me ci serve il coraggio di perseguire le proprie idee e restare fermi su alcuni punti vitali, il coraggio di dire di no. II coraggio di scegliere di fallire.

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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