L’albero di Ivan

Il 21 giugno del 2015 il corpo di Ivan Ciullo viene ritrovato impiccato ad un albero d’ulivo con un cavo del microfono, in località Calìe, ad Acquarica del Capo (Lecce). Le gambe erano piegate, quasi genuflesse, ma il cavo non presentava segni di cedimento e le tracce sul collo erano più simili a quelle da strangolamento. La pm Carmen Ruggiero chiede l’archiviazione per suicidio, i genitori si oppongono chiedendo l’autopsia, mai concessa. Chiedono anche che si ipotizzi il reato di istigazione al suicidio a carico di ignoti, perché non credono nel contenuto della lettera d’addio. Il gip Vincenzo Brancato nega l’archiviazione e dispone una serie di indagini: il tracciato delle celle telefoniche, dei messaggi, i tracciati gps. Non dispone però che si esegua l’autopsia. Il 5 febbraio 2018 arriva la seconda richiesta di archiviazione, cui si oppongono i genitori di Ivan, presentando contestualmente una formale denuncia presso la Procura di Potenza, per omissione di atti d’ufficio. Ben due criminologhe hanno tracciato il profilo psicologico di Ivan: Isabel Martina e Roberta Bruzzone, che rilevano l’orientamento bisessuale di Ivan, escludendo in lui ogni tendenza suicida; aveva 34 anni, faceva il fonico e il dj presso Radio Skylab e Radio Salentuosi, componeva musica, stava scrivendo un libro, era solare e pieno di amici. Il sospetto dei genitori e dei loro consulenti legali, è che l’uomo che aveva  una relazione con Ivan si sia voluto liberare del giovane, che non si rassegnava alla fine del loro rapporto. I messaggi tra Ivan e un uomo del posto di 65 anni sono contenuti nel fascicolo delle indagini.

Il criminologo Roberto Lazzari ha ipotizzato che Ivan sia stato strangolato e poi appeso all’albero d’ulivo, per simulare un suicidio. Dopo la sua perizia le criminologhe Bruzzone e Martina hanno abbandonato il caso.

Nell’ottobre del 2018 il gip Brancato ha archiviato il procedimento. I legali dei genitori di Ivan hanno chiesto nuovamente la riapertura delle indagini, perché mancano diversi elementi probatori: i video dei viaggi fatti da Ivan con l’uomo di 65 anni; alcune pendrive, delle telecamere di proprietà di Ivan, delle chiavi.

Inoltre non è stata eseguita la perizia calligrafica sulla scritta rinvenuta sulla busta contenente la lettera di addio di Ivan: una lettera scritta al pc.

 Questo racconto è il nostro modo di rendergli giustizia: il Tacco, grazie all’intuizione di Prisca Manco e alla sua caparbietà, è stato il primo giornale a sollevare il caso. M.L.M. (ha collaborato Prisca Manco)

 

di Thomas Pistoia

Scusate…
Ehi!
Sì, dico a voi!
Come “Chi sta parlando”? Sto parlando io! Io! Qui, voltatevi! Sì, lo so non ci potete credere, ma sono proprio io a parlare. Sono l’albero, sì, l’ulivo che avete di fronte.
Siete venuti a portare altri fiori?
Eravate suoi amici, vero?
Immagino quanto abbiate sofferto.

Come faccio a parlare? Non lo so. Da quel giorno… Da quel giorno è stato un crescendo. L’udito no, quello noi piante ce l’abbiamo dalla nascita… Non ve l’aspettavate, eh? Eh, sì! Quando un contadino dice “Quistu tocca lu tagghiamu“, noi lo sentiamo, eccome se lo sentiamo!
Il tatto anche, a modo nostro, non ci manca. La vista e la voce, invece, a me sono venute piano piano.
Non so come spiegarvi. E’ cominciato tutto quella sera. C’era quel bel caldo piacevole di inizio estate, quel tepore che si libera nell’aria quando il sole si accomiata. Il caldo di giugno è carezzevole e clemente, non è ossessivo come quello di Luglio e Agosto… Sapeste quanta sete soffriamo, noi piante, in quei mesi, quando tuona il solleone! Provate voi a star fermi qui, con le gambe piantate nella terra nell’aria incandescente!

Era un bel fine di giornata, dicevo. I grilli e le cicale cantavano e la brezza che viene dal mare mi penetrava tra i rami e mi agitava le foglie. Ero tranquillo. Tutto, qui intorno, era tranquillo.
Quando… Ho udito movimenti veloci, sincopati, frettolosi. Forse un motore, poi passi di qualcuno, respiri faticosi, ma neanche una parola. Ho sentito qualcosa che mi afferrava un ramo, una corda, ho pensato. Poi, sullo stesso ramo, improvvisamente, ho percepito un peso.
Un peso.
Infine più niente. Di nuovo il vento. E il silenzio. Son rimasto lì, tutta la notte, senza capire.

All’alba ho visto la luce. Sì, quella stessa luce di cui mi son sempre nutrito, quella che mi fa scorrere dentro, più forte, la linfa, che mi dà la vita, ora si apriva come una finestra davanti alla mia corteccia e distinguevo le forme e i colori.
Inizialmente ho avuto paura, non capivo cosa mi stesse succedendo, poi però mi sono abituato e… E tutto mi è sembrato meraviglioso e normale. E’ stato così, almeno finché non ho… Non so come dire… “rivolto lo sguardo” verso quel ramo che sentivo tanto pesante e… e ho visto.
Lui, quel giovane uomo… attaccato a me così, come un mio prolungamento.
Un cavo intorno al collo, i piedi poggiati scompostamente sul terreno, le ginocchia piegate, le braccia lungo i fianchi. Accanto, uno sgabello.

Noi piante possiamo “sentire” la vita, perché il nostro udito ci consente di percepire il battito dei cuori. Il cuore di quel ragazzo non batteva più. Solo un ciuffo di capelli, a tratti, si alzava a uno sbuffo di vento.
Io non… Non sapevo che fare. E come può un albero fare qualcosa? Però capite, nella mia lunga vita ho sentito la morte di piante, di animali, di insetti, ma mai… Mai mi era accaduto di avere così vicino il corpo esanime di un essere umano.
Ho provato, stupidamente, sfruttando quel vento leggero, a portare il ramo più in basso. Magari mi stavo sbagliando ed era ancora possibile salvarlo. Ovviamente non ci sono riuscito.
No. Non potevo fare altro che aspettare.

Più tardi è passato da qui un contadino. L’ho visto spaventarsi, agitarsi, mormorare bestemmie e preghiere, finché non si è deciso a telefonare.
E sono arrivati tutti.
Hanno fotografato, misurato… Poi hanno preso il giovane e lo hanno portato via.
Io so. So cos’è successo dopo, perché me lo avete raccontato voi, voi che venite qui a portare fiori e rievocate nei vostri discorsi come procedono le indagini. E ho capito. Ho capito che qualcosa non va.
Ho visto i genitori del vostro amico. Hanno pianto qui, davanti a me.
Io sono soltanto un albero, ma le piante sono esseri senzienti, sapete? Altrimenti perché usereste i nostri fiori per celebrare i morti?
Noi sappiamo che le lacrime di una madre hanno lo stesso insostenibile peso delle foglie d’autunno e che il suo lamento di dolore è come un silenzioso grido animale levato verso il cielo. Ascoltare una madre che soffre è come dilaniarsi il cuore.

Dicono che il ragazzo si sia impiccato. Dicono suicidio. Ma i genitori e gli amici ribattono che no, è impossibile, amava troppo la vita e la musica.
La vita e la musica.
Io sono solo un albero, ma penso che questi due elementi a volte coincidano, proprio come coincide il movimento dell’onda col fragore del suo schiaffo sullo scoglio.
La musica è il rumore che fa la vita quando si muove.

Quella sera non avevo ancora ottenuto questa strana capacità di vedere. Peccato. Altrimenti saprei e proverei a dirlo io cos’è successo. Direi io se il ragazzo è arrivato qui già morto, o se davvero ha scelto lui di porre fine alla propria esistenza. Ma, come ripeto, ho udito soltanto passi, respiri e il cavo su di me.
Penso alla povera mamma e a quel suo supplizio che pesa di un chiodo in più, una punta arrugginita che le centra perfettamente l’anima e la spezza come vetro: il sospetto che, per qualche motivo, le indagini siano state compiute poco e male, per semplice trascuratezza oppure per proteggere qualcuno. L’assassino.
Oh, lo so, cosa voglio capire io di queste cose! Sono solo un albero.

Sì, però…
Sono solo un albero, ma non ho mai visto impiccati con i piedi per terra. E se vuoi simulare un’impiccagione e metti il cadavere in piedi e uno sgabello vicino, o non sarai mai un genio del crimine, oppure sei molto molto sicuro che resterai impunito.
Sono solo un albero, ma c’è un perito che dice che quel cavo non avrebbe mai potuto allungarsi fino a portare il corpo a terra. E un altro perito dice che quel segno sul collo sembra la traccia di uno strangolamento avvenuto prima.
Per carità, io sono solo un albero, un albero leggermente ricurvo sulla sinistra, ma… dicono che qui, vicino a me, c’era l’impronta di un piede estraneo.

Questa è la scritta su cui non è mai stata eseguita la perizia calligrafica. Secondo i genitori non si tratta della calligrafia di Ivan.

E sono solo un albero, però ho sentito dire che la grafia della frase scritta all’esterno del biglietto d’addio stampato al computer, non fosse quella del ragazzo.
E i suoi vestiti? Che fine hanno fatto i suoi vestiti? Quanto DNA c’era lì sopra?

Io sono solo un albero, ma penso che, se davvero esiste qualcuno che ha delle amicizie così potenti, ma davvero tanto potenti, da potersi assicurare la loro connivenza e da restare impunito se commette un omicidio… Beh, bisogna fermarlo e fare in modo che lui e i suoi alleati non possano nuocere mai più.
Sono soltanto un ulivo, forse ho contratto pure la xylella, ma credo che, se davvero c’è il sospetto che ci fossero dei festini e che il ragazzo possa aver visto qualcosa di tanto losco da aver avuto l’intenzione di denunciare, allora il traffico telefonico avrebbe dovuto essere recuperato, e magari predisposta una serie di intercettazioni.

Ma ora voglio dirvi quello che mi fa più incazzare.
L’autopsia.
Ascoltate: io sono solo un albero, ma (correggetemi se sbaglio) un’autopsia immediata non avrebbe risolto molti dubbi? Non avrebbe dato ai genitori delle risposte più certe che propendessero per il suicidio o per l’omicidio? O forse non è stata fatta proprio per il timore che desse risultati favorevoli alla seconda ipotesi? Ho sentito dire che il corpo è stato dato in ritardo alla famiglia proprio perché c’era l’intenzione di fare l’autopsia!
E che pensare dell’esumazione? Io sono un albero, lo so com’è fatta la terra, ci tengo dentro le radici. La terra copre e, lentamente, si riprende tutto quello che ha dato. Ciò nonostante, perché non provare a farle, questa esumazione e quest’autopsia? Forse ormai è tardi, forse non darebbe grandi risposte, ma perché negarla? Perché non tentare di porre rimedio all’errore compiuto in passato?

Io sono solo un albero.
E forse ho già parlato troppo.
Ma quel giovane era un artista e, se la vita di una persona è sacra, quella di un artista ha un valore inestimabile. Gli artisti sono come noi piante: vengono sulla terra per dimostrare agli altri quanto tutto questo che ci circonda sia meraviglioso.
Smetterò di parlare. Credo che qualche misteriosa magia abbia voluto darmi la vista e la voce, perché io potessi raccontare questa storia. L’ho fatto, il mio compito è finito.

Venite, venite, avvicinatevi senza paura, lasciate pure qui i vostri fiori. Avrò cura io di loro.
E mi raccomando, non dite in giro che vi ho parlato! Altrimenti vi prenderanno per matti!
Sorridete?
Beh, sono davvero in gamba, se sono riuscito a farvi sorridere in questo luogo di morte.
O forse un po’ dello spirito del vostro amico artista è ancora qui, dentro di voi, e in qualche modo continua a cantare, a suonare, a diffondere la sua allegria. Chissà.
Come mi chiamo?
Ma cosa dite? Io sono solo un albero, non ce l’ho mica un nome!
Sono solo un albero.
Sono l’albero di Ivan.
Ecco, se proprio volete.
Chiamatemi così.

 

// LE FOTO Pubblichiamo le foto contenute nel fascicolo delle indagini perché riteniamo siano di interesse pubblico: le gambe genuflesse di Ivan sono ben visibili. È questo uno dei motivi che fanno pensare all’assassinio camuffato da suicidio

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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