Ilva, la marcia per i bambini morti

Reportage. Taranto, sfilano le mamme delle vittime dell’inquinamento. Anna Scalfati ha raccolto le voci e le denunce di chi non si arrende

Di Anna Scalfati

Le chiamano le tombe rosse dei bambini e ti invitano a visitarle per non doverti dire niente di più rispetto al dolore di questi anni. Sono le lapidi coperte dalla polvere rossa dell’Ilva, l’acciaieria più grande e più produttiva d’Europa che ha scaricato con i suoi 215 camini industriali, alti fino a 210 metri, una quantità di diossina pari a due tre volte quella fuoriuscita dalla Icmesa a Seveso.

 

Alessandro Marescotti, presidente PeaceLink (foto: PeaceLink.it)

“Nel 2001 ricevemmo delle foto che venivano dalle cockerie (una delle fasi più inquinanti della lavorazione dell’acciaio, perché nel processo si formano molti sottoprodotti gassosi, liquidi e solidi, contenenti sostanze tossiche e cancerogene che finiscono in parte nell’aria), foto terrificanti con operai che lavoravano avvolti in nuvole di polvere, foto scattate di nascosto per denunciare una situazione di cui non si aveva contezza nella città di Taranto – dice Alessandro Marescotti, Presidente di PeaceLink, classe ’58, laureato a Bari in Filosofia, uno di quelli impegnati a fare diventare l’Ilva una questione internazionale di violazione dei diritti umani.

“Con la mia associazione – racconta – abbiamo avuto modo, in quegli anni, di avere accesso a un database ambientale europeo e lì abbiamo saputo effettivamente quello che in 50 anni era avvenuto: sette, otto chilogrammi di diossina sparsi nell’ambiente. Basti pensare che questa sostanza è pericolosa anche in miliardesimi di grammo. E’ stato un puro caso trovare queste informazioni, e da lì nasce tutta l’inchiesta della magistratura con il processo Ambiente Svenduto e il successivo sequestro degli impianti a caldo da parte del giudice delle indagini preliminari Todisco“.

“Nel 2008 – continua Marescotti – facemmo analizzare del pecorino prodotto con latte di animali allevati nelle campagne tarantine e trovammo la diossina e fu così che finalmente si capì che la popolazione non era stata informata, non era stata protetta. Qui c’è una questione che va al di là di chi ha inquinato – continua il presidente di PeaceLink -, riguarda la responsabilità giuridica e morale, una questione etica, perché le persone che dovevano svolgere il ruolo di “buon padre di famiglia” prima hanno ignorato il problema e poi lo hanno sottovalutato. Adesso la diossina è entrata nel latte materno, è entrata nel sangue delle persone e nella catena alimentare . E’ vietato l’allevamento per chilometri e chilometri perché il terreno è contaminato. Il sito continua a essere pericoloso e stiamo dunque parlando di un’area ampia che costituisce un grave problema per la salute. A Taranto abbiamo una incidenza di tumori tra i bambini che è del 54% in più rispetto al resto della regione. Vi è un eccesso di mortalità con tutte le patologie correlate alle polveri sottili che nei wind days, ovvero quando il vento soffia dall’Ilva verso la città, si depositano ovunque”.

Le foto delle piccole vittime dell’inquinamento ambientale, nel manifesto che annuncia la fiaccolata di questo pomeriggio (Foto: Genitori Tarantini – Associazione ETS)

Anche lui sarà lunedì pomeriggio davanti all’ingresso dell’Arsenale di Taranto, dove alle 18 partirà la marcia silenziosa delle madri dei bambini morti per l’inquinamento ambientale. L’ultimo, il piccolo Giorgio Di Ponzio ritratto insieme agli altri bambini nel manifesto affisso per le vie di Taranto in questi giorni.
Per la manifestazione sono arrivati soldi di semplici cittadini, anche di emigrati, e si è costituito un fondo per aiutare nelle cure, anche costose, le famiglie dei meno abbienti. Che poi parliamo di gente che lavora in fabbrica e che si dice fortunata se ha perso “solo due persone”. Così dice uno degli organizzatori della marcia, Massimo Castellano: “Per fortuna non ho perso un figlio, ma solo mio padre e mio fratello”.
Chissà cosa ne pensano quelli di Arcelor Mittal, che a Natale hanno contribuito economicamente a comprare le luminarie della festa e hanno regalato ai bimbi tarantini biglietti gratis per andare a pattinare sul ghiaccio in piazza.

La pediatra Grazia Parisi (foto: msn.com)

Grazia Parisi è da 23 anni la pediatra del quartiere Tamburi, la zona di Taranto dove le case sono separate dai camini dell’Ilva da una semplice rete di metallo. Lei è il presidio delle famiglie che sono ostaggio del veleno. Di tutti quelli che ti rispondono da finestre semichiuse per dirti che non credono più a niente perché anche alle ultime elezioni c’era chi voleva comprare il loro voto. Di quelle donne che non possono stendere i panni, non possono portare i bambini a giocare nei giardini, di quelle mogli rimaste vedove .

“Ho lavorato – dice Parisi – con le mani sporche di minerale, di tutte quelle sostanze che dovevano essere coperte e invece sono state impunemente disperse nell’aria . Visitavo mentre la polvere si depositava ovunque. La scrivania, la bilancia, le carte di lavoro. Conosco la sensazione del ferro tra i denti, del minerale masticato.

E’ una cosa inaccettabile che dei bambini vengano materialmente sporcati: polvere nera nelle pieghe dell’orecchio, tra le dita dei piedini, sui tendalini dei passeggini. Si combatte senza armi.

Qui non si dovrebbe comprare la frutta sui banchetti, non si dovrebbe andare nei giardini a passeggiare, ci si dovrebbe lavare lasciando i vestiti fuori dalla porta e sciacquando anche i capelli, come in Siria con il cloro. Ho visto morire pochi mesi fa una ragazza di 26 anni che avevo cresciuto: morta di osteosarcoma del bacino. Stava per laurearsi, Roberta, una bambina che ho visto diventare adulta. Qui non si sa più se si riesce a nascere perché gli effetti dell’inquinamento si fanno sentire già nel periodo in cui il bambino è nella pancia della mamma. Una donna che porta avanti una gravidanza esposta a questo disastro ovviamente porterà conseguenze anche al bambino che nasce. Poi il bambino cresce, vive, arriva all’età adulta come Roberta, a un passo dalla laurea e, per essere stato esposto per anni al veleno dell’Ilva, muore”.

L’Ilva nasce come Italsider nel 1964, produce tre milioni di tonnellate all’anno di acciaio con 4.500 addetti. Nel 1975 passa a 11 milioni di tonnellate, ma il boom e’ nel 1981 quando gli addetti all’impianto arrivano a 43mila unità con una produzione quattro volte superiore rispetto all’inizio.
Non che fosse sconosciuto il pericolo, tanto che nel 1990 il Governo dichiara Taranto “provincia ad alto rischio ambientale” ma nulla accade, per oltre venti interminabili anni, fino al 2012, quando interviene la Procura. Vent’anni.
Nel 1995 il gruppo passa dal pubblico al privato nel quadro delle privatizzazioni e viene acquistato dalla famiglia Riva che lo detiene fino al 2015, quando l’acciaieria viene commissariata. Degli ultimi anni sono i sequestri degli impianti e gli arresti con le accuse contenute nell’ordinanza della gip Patrizia Todisco: “Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Il provvedimento della giudice stabilisce in otto miliardi di euro il costo della bonifica. Sempre nel 2012 viene alla luce un “tesoretto” della famiglia Riva su un conto Ubs in Svizzera con 1,3 miliardi di euro posseduti da un trust riconducibile ai Riva, frutto – secondo la magistratura – di una frode fiscale. Tale somma sarebbe destinata oggi al risanamento ambientale dell’Illva, ma non si è ancora conclusa la procedura giudiziaria necessaria per il trasferimento dei fondi dalla Svizzera all’Italia.

Il 5 giugno 2017 Il Ministero dello Sviluppo Economico ha firmato il decreto di aggiudicazione dell’Ilva al gruppo AM Investco Italy composto dagli indiani di Arcelor Mittal e, per il 15%, dal gruppo Marcegaglia Carbon Steel. Tra i punti dell’offerta vi è l’adesione al Piano Ambientale le cui misure di risanamento sono però prolungate fino al 2023.

Una dilatazione dei tempi di intervento sul sito che ha sollevato proteste da parte di associazioni, di istituzioni pubbliche come l’Arpa, e infine una mobilitazione di tutta la comunità cattolica, già da tempo protagonista – sotto l’egida del Vescovo mons. Filippo Santoro – di una mediazione di tipo scientifico tra le forze politiche, gli imprenditori e la magistratura. Le analisi dell’Arpa rilevano infatti un dato incontrovertibile, e cioè che la mancanza di innovazioni tecnologiche avanzate nelle proposte di modifica agli impianti da parte del gruppo Mittal porterebbero a una infrazione delle norme comunitarie. La decisione più grave sarebbe la riaccensione dell’altoforno numero 5, quello ritenuto maggiormente cancerogeno.

 

Annamaria Moschetti (foto: Taranto Buonasera)

La memoria storica di quanto accaduto in questi anni in tema di danno alla salute è una donna di 62 anni, pediatra, già rappresentante delle associazione ambientaliste negli anni delle indagini della Procura e degli esposti di Peacelink: Annamaria Moschetti. E’ lei oggi la principale interlocutrice del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano.
“Dovrebbe essere normale interagire con chi ha il polso nei territori”, afferma non senza amarezza Moschetti, riferendosi al giorno della visita di Matteo Renzi. Quello che ha detto all’allora premier lo va ripetendo da anni. La “pioggia” sulla città di inquinanti killer come il piombo neurotossico riduce il quoziente intellettivo dei feti esposti. La dottoressa in uno dei tanti documenti presentati alle istituzioni parla di “strage di uomini, donne, bambini, lattanti, operai”, e indica l’azione del governo in questi anni in continuità con il passato, laddove la politica ha “più o meno coscientemente e direttamente sacrificato alla produzione dell’acciaio la vita e l’integrità fisica, psichica ed esistenziale dei cittadini e degli operai di Taranto, la vita e il futuro dei loro bambini, la bellezza e le innumerevoli risorse della terra ereditate”. La pediatra, insieme ad altri rappresentanti del mondo universitario e istituzionale, è entrata a fare parte di una commissione scientifica istituita dal vescovo di Taranto, che rappresenta all’interno del mondo cattolico una esperienza unica, e che viene adesso studiata per essere adottata anche in altre realtà regionali.

Don Antonio Panico, sociologo, vicario del vescovo di Taranto per la questione Ilva (foto: Agensir)

“Il nostro vescovo- dice don Antonio Panico, sociologo professore alla Lumsa di Taranto, vicario del Vescovo per i problemi dell’Ilva- viene da anni passati in Brasile. Da quel Paese arriva il ferro che poi viene lavorato all’Ilva, caricato a un ritmo di cinque volte l’anno anno su una nave di 330 metri di lunghezza e 57 di larghezza, di proprietà del gruppo Riva”.
Il vescovo dunque, secondo don Antonio Panico, aveva ben chiari i problemi causati dai minerali, perché proprio in Brasile una delle associazioni che con PeaceLink si muove per portare il caso Ilva a Strasburgo, la International Federation for Human Rights (FIDH), aveva documentato le violazioni dei diritti umani commesse dalle attività industriali della multinazionale Vale nella regione di Acailandia nel nord del Brasile.
E’ stato grazie alla mobilitazione della comunità locale di Piquià e di quella internazionale del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite che il governo brasiliano ha poi adottato una serie di misure di salvaguardia per le popolazioni gravemente danneggiate dall’insediamento industriale di Acailandia.

Il fil rouge che lega la produzione di acciaio dalla sua estrazione in Brasile alla sua lavorazione in Italia ha rappresentato per il vescovo un presupposto per agire nel solco della Enciclica “Laudato si’”.
“Era venuta da più parti in questi anni la richiesta abbastanza esplicita che la Chiesa mettesse sullo stesso piano i vari diritti: alla vita, alla salute, al lavoro – continua don Panico – ma, ancor prima dell’Enciclica, la stessa Dottrina Sociale della Chiesa dice chiaramente che il diritto alla vita viene prima di tutto. Se si è malati e la vita è a rischio, come si fa a lavorare?”

La protesta di molti operai per il temporaneo sequestro dell’acciaieria pur in presenza di un pericolo grave per la salute è stata funzionale ai dieci decreti legge emanati dal Governo per fare proseguire l’attività industriale minacciata dai provvedimenti della magistratura. Con il decreto n.98 del 2016, oltre ad estendere l’attuazione del Piano Ambientale per ulteriori 18 mesi, viene garantita l’immunità penale e amministrativa per le condotte poste in essere per l’attuazione del Piano non solo al commissario e ai suoi incaricati, ma anche agli acquirenti o affittuari. Una bonifica sul piatto d’argento e con tempi biblici, cui la Curia vescovile risponde con la mobilitazione della coscienze.

“Noi siamo quelli che celebrano i funerali di chi muore per l’Ilva – afferma don Panico – e a chi ci chiede di occuparci solo dei sacramenti rispondiamo non solo con le parole di Francesco, ma anche con il senso di fondo di Caritas in Veritate, dove si dice: ‘se i beni sono solo beni, se l’economia è solo economia, se stare insieme significa solo essere vicini, se il lavoro è solo produzione, le relazioni sociali implodono’”.
E’ del 23 marzo scorso la sentenza n.58 della Corte Costituzionale, che allinea la Carta all’Enciclica, stabilendo che il diritto a vivere viene prima di ogni altra cosa, bocciando dunque tutti i decreti cosiddetti “salva Ilva” del Governo. E’ da qui che è partita la richiesta alle Corti di Giustizia europee per una condanna esemplare dell’Italia, da cui fare nascere una nuova idea di sviluppo e di produzione. Ma intanto la coscienza dei tarantini si mobilita e concretizza le richieste ad Arcelor Mittal: filtri moderni ed efficaci negli impianti e rapida copertura dei Parchi minerari.

Sarà una marcia silenziosa ma di gente che si sta mettendo in rete: alla stessa ora e lo stesso giorno, anche le madri della terra dei Fuochi marceranno, e con loro associazioni abruzzesi nate dopo il terremoto.
Le madri, le donne, le anziane e le giovani. C ‘è da augurarsi che la TV di Stato segua l’evento e che i giornali diano spazio e risalto perché qualcosa sta cambiando e c’è da credere che Greta, adolescente svedese più fortunata, lunedì sarà idealmente con le famiglie tarantine e con tutti quei cittadini che alla politica chiedono un vero cambiamento e non il baratto posti di lavoro-salute.

 

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