Leggenda d’amore

di Thomas Pistoia (foto Leccenews24)

 

Il giovane scostò la tenda ed entrò nella bottega dell’artista. Lo accolse una prima stanza in penombra. Là in fondo, dal laboratorio, provenivano colpi metallici secchi e ridondanti, insieme a una parvenza di luce solare che sembrava fatta di polvere.
– E’ permesso? – provò a dire l’avventore, ma l’artista non udì, preso com’era a dare di scalpello. Stava col busto inclinato davanti al tavolo di lavoro e colpiva che sembrava preso da sacra ispirazione.
Andò avanti così per circa dieci minuti, del tutto ignaro della presenza del ragazzo, finché non diede tre colpi più lunghi, più secchi, definitivi, all’altezza della chioma. Le ultime escrescenze di materiale saltarono via e rivelarono finalmente, nella sua completezza, il volto di donna che la pietra aveva per lungo tempo celato dentro di sé.
Lo scultore si fermò e lo guardò per un tempo indefinito, incantato, con le braccia ancora piegate ad angolo retto e gli strumenti nelle mani. Poi sospirò e cambiò posizione, si rilassò. Il lavoro era terminato.

– E’ bellissima.
Soltanto adesso Mesciu Gonzalu si rese conto che era in compagnia di un’altra persona.
– Vito! Scusate, non vi ho sentito entrare. Venite, venite! Ho terminato!
L’artista si spostò e indicò il tavolaccio col braccio teso, come fa l’istrione quando presenta la commedia.
Il giovane si fece avanti a passi lenti, fissando con estasiata tristezza quel volto, come in preda a un’ipnosi.
– E’ proprio lei – mormorò.
Sul piano, un bellissimo volto di donna, lo guardava con occhi assenti. Non sorrideva. Con l’artista era stato chiaro sin dall’inizio, l’espressione del volto doveva generare il sentimento di un dolore patito e ingiusto.

Mesciu Gonzalu si pulì le mani polverose con uno straccio. Non si aspettava complimenti, né ammirazione. Sapeva il motivo per cui gli era stata commissionata quella testa femminile, conosceva la pena di quel giovane, tutta Lecce la conosceva, da lui non avrebbe potuto avere altro che denaro. Una somma sufficiente anche a sopportare che gli raccontasse per l’ennesima volta quella storia.

Era cominciato tutto un paio d’anni prima. Niente di straordinario, due sguardi che si incontrano per caso, per strada, sotto casa, in una tiepida giornata d’Aprile. Lui, il garzone del ciabattino, all’epoca aveva diciassette anni. Lei, di due anni più piccola, passeggiava elegante, con l’ombrellino a proteggersi dal sole, lungo il centro storico, in compagnia di sua madre. Di famiglia non nobile ma ricca, suo padre era uno dei commercianti più facoltosi della zona, la ragazza aveva incrociato il passo frettoloso del bel giovane che veniva dalla parte opposta e, senza rendersene conto, aveva indugiato con gli occhi. Lui, invece, stava già sorridendo da prima che lei lo notasse. Un sorriso che scaturiva dalla semplice gioia dell’aver avuto a pochi passi di distanza una bellezza così… così pulita.
Non che non si conoscessero. Figuriamoci! Abitavano sulla stessa strada. Ma quel giorno fu come se si vedessero per la prima volta, quel giorno si accorsero l’uno dell’altra.
E fu la loro dannazione.

La casa di Vito distava da quella di lei poche decine di metri. La ragazza abitava proprio lì, all’angolo, di fronte. E cominciarono a condividere un segreto. La sera, dopo cena, quando entrambi si recavano nella propria stanza, accendevano una candela. Era quello, il segnale.

La fiammella tremolante equivaleva a un “io son qui”. Allora si affacciavano alla finestra

Lei doveva sporgersi un po’, altrimenti lui non avrebbe potuto vederla. Poi, niente. La candela, il lume a petrolio del lampione sulla strada e il chiarore della luna, creavano una sorta di luminaria fatata, che disegnava perfettamente le sagome, dava un significato agli sguardi e un senso alla notte. Null’altro, neanche una parola, solo quel guardarsi da lontano, sorridendo. Si innamorarono l’uno dell’altra in silenzio.
Per mesi vissero le loro giornate nell’attesa della notte. Sapevano che l’unica distanza che li separava davvero era quella economica, ma non vollero pensarci subito. O forse, nell’incoscienza della loro giovane età, non vollero pensarci affatto.

Finché, un giorno, qualcuno non si accorse di quell’amore muto e lontano che i due facevano tutte le sere. E lo disse al padre di lei.
L’uomo, una mattina, fermò Vito per la strada e gli ordinò di lasciare in pace sua figlia.
– Non posso – rispose lui -, la amo.
Lo disse con voce ferma e occhi sinceri, gli stessi che la ragazza avrebbe usato in casa per confessare che lei ricambiava quel sentimento.
Non servì a nulla.
Agli occhi della gente lui divenne il povero disgraziato a caccia di dote, lei la ragazzina ingenua, o peggio, ingrata e poco seria.
Il padre, che era uno che andava per le spicce, risolse il problema non facendo più uscire la figlia di casa e murando la finestra.
Per i due giovani cominciò un supplizio che soltanto chi ha davvero sofferto per amore può comprendere. Soltanto chi, almeno una volta nella vita ha sentito di aver trovato l’altra metà di se stesso, ma non ha potuto stringerla a sé fino alla fine dei propri giorni, soltanto costui può immaginare l’atrocità di quel dolore.
I due ragazzi non ebbero più un giorno felice.
Ma fu quando il commerciante comunicò alla figlia il nome del promesso sposo che aveva scelto per lei, che avvenne la tragedia. La trovarono davanti alla finestra murata. Prima di uccidersi aveva acceso, inutilmente, la candela.

– Ecco la vostra ricompensa – disse Vito, al termine del suo racconto, con gli occhi pieni di lacrime, porgendo a Mesciu Gonzalu un sacchetto di monete – Qui dentro c’è anche il denaro… per quell’altra cosa… che abbiamo pattuito.
– Sono tanti soldi… Mi viene da pensare a quanti sacrifici debba esservi costato far fronte a questa spesa. Ma… Ma perché? Perché volete farlo? Ecco, perdonatemi, ma… Lei non tornerà in vita.
– Perché… Perché tutti devono sapere… E nessuno deve poter dimenticare. E soprattutto… Perché io ho bisogno che le mi guardi ancora.
Lo scultore chiamò a gran voce due nomi. Accorsero i suoi garzoni. Disse loro, indicando la testa scolpita: “E’ per stanotte”. Quelli annuirono, presero la scultura e si eclissarono.

La mattina dopo Vito si affacciò sulla strada e vide l’amato volto incastonato in una nicchia, proprio nel muro del palazzo di fronte, all’altezza della finestra dalla quale lei era solita affacciarsi. Era sicuro che il padre della ragazza mai avrebbe trovato il coraggio di demolire e profanare il viso della figlia, che una mano misteriosa aveva fatto porre nottetempo in quel punto. Avrebbe indovinato, sì, chi fosse il responsabile. Lo avrebbe capito e avrebbero capito anche tutti gli abitanti della zona. Ma ci sarebbe stata solo commozione e nient’altro.
Di nuovo, al calare del buio, il tremolìo di una candela accesa, il lume a petrolio del lampione della strada e il chiarore della luna crearono una luminaria fatata e immensamente triste, lì, dove giaceva quel bellissimo volto di pietra.
Vito, ogni notte, dalla sua finestra, continuò a guardare negli occhi il suo amore.
Continuò a guardarlo.
Fino alla fine dei suoi giorni.

2 Commenti

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    Maurizio Madaro

    Una sola parola: Bella! Se potesse sempre venire a galla la parte migliore di noi umani non ci sarebbero tante sofferenze nel mondo. E non solo in amore!

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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