La bellezza dell’amore

di Barbara Toma

 

All’improvviso

ecco che qualcosa non va più,

un meccanismo perfettissimo

funzionante a meraviglia

di colpo si inceppa

i giorni diventano secoli

la mente non conosce più il tempo.

L’istinto scatta affannoso

alla ricerca di un’ancora antica,

ma qualcosa, irreparabile e grandioso,

è successo. Il passato è uno stagno,

il futuro ancora più oscuro.

L’idea di morte è qui, a un passo da me,

posso coglierla,

come sollevare un bambino.

La mia idea di morte si fa

chiara in questo vuoto,come l’idea di Dio.

A me Dio piace indovinarlo

in una pietra qualunque

in un ‘infanzia serena

in un frutto maturo

nell’onda del mare

che come la morte cancella il mio nome

——-

Salvatore Toma

 

 

In qualche modo, grazie alla poesia, grazie alla musica, e sopratutto grazie al mio lavoro, sono sempre riuscita a convivere con i miei traumi. Quando rimasi orfana attraversai un paio d’anni di profonda sofferenza, oltre al dolore lancinante ero in preda ad un’autentica crisi d’identità. Non ero più figlia, non ero ancora madre, non sapevo più chi fossi veramente.

Anni difficili che culminarono con uno spettacolo: “Orbata” ( ovvero: privata di tutto ciò che ti è più caro).

Un assolo intimo e spiazzante, triste senza alcun pudore ma affrontato con una certa, seppur macabra, ironia. La drammaturgia di Orbata è costruita tutta intorno ad un unico collante: i testi del mio diario privato in quegli anni. A dire il vero, più che un diario, un quaderno di appunti. Studiavo il mio dolore, lo osservavo, ne annotavo le declinazioni e il decorso, già prendevo appunti pensando a possibili messe in scena…

 

Sebbene fossi partita con l’idea di creare un lavoro basato unicamente sul corpo e sulla coreografia, alla fine del processo di creazione, sono arrivata a mettere in scena uno spettacolo quasi completamente privo di movimento.

Sul palco regna una postazione da dj: due piatti, una cuffia, un mixer e un microfono. L’unico colore usato per oggetti e costumi: il verde, il colore della speranza, ma anche della decomposizione. La scena ha una estetica elegante, appariscente e seducente. I costumi, ricchi di piume, paillettes e inserti preziosi, sono ispirati agli spettacoli di varietà anni ’30, in particolar modo ai costumi di Josephine Baker. Mentre la scenografia, spettacolare ma minimal, è costituita unicamente da specchi. “Orbata” è la spettacolarizzazione del lutto.

Vestita come una diva, in scena parlo e metto dischi.

Introduco ogni pezzo dando informazioni storiche, traducendo i testi, raccontando aneddoti e poi mi allontano dalla postazione dj per raggiungere il centro del palco e danzare, salvo non riuscirci.

E così per tutta la durata dello spettacolo.

Metto musica, parlo, cambio costume, ma ogni volta che raggiungo il centro per danzare, il mio corpo resta fermo, immobile, paralizzato.

La sofferenza a volte paralizza. In tutti i sensi.

 

A volte invece siamo noi a scegliere di restare immersi nel dolore. Perché anche soffrire ha il suo fascino, la sua bellezza, o magari perché mantenendo vivo il dolore abbiamo l’impressione di mantenere viva la presenza di qualcuno che ci ha lasciati.

 

Era così per me quando persi mio padre, mi concentravo sul dolore, sceglievo di aggrapparmi ad esso, per timore che anche mio padre diventasse un dolce ricordo, una fotografia. Preferivo sentire il dolore, mantenere fresco il lutto per avere l’illusione che mio padre fosse appena morto, non parte del passato ma ancora presente.

 

La natura è furba, ci permette di desiderare ancora di avere figli, cancellando dal nostro ricordo il dolore del parto. Affievolisce i ricordi per agevolare lo scorrere degli eventi.

 

E così, presi dal quotidiano tran tran, dalle preoccupazioni, dai fastidi, dai problemi, tendiamo a dimenticarci quanto possa essere crudele e spietata la vita.

Se tutto va bene tendiamo a trasformare le esperienze in un insegnamento, un aneddoto, addirittura una leggenda, altrimenti, semplicemente, rimuoviamo tutto. Andiamo avanti senza ricordare il dolore fisico, il peso al petto, la disperazione, la solitudine, l’ingiusta crudeltà della tragedia. Non del tutto almeno. Nemmeno quando l’abbiamo vissuta in prima persona.

 

Invece, a volte, è bene concentrarci sul dolore, rievocare il nostro, ricordarci la sensazione fisica che procurava, tornare a sentire il peso al petto, per riuscire ad essere solidali, per non perdere empatia.

Per non sbagliare.

 

Questa è la volta in cui uno dei miei più cari amici ha avuto un tragico lutto. Se n’è andato un mio coetaneo. Un altro. Lasciandoci con la consapevolezza che d’ora in poi sarà sempre più normale perdere pezzi. Che ci siamo fatti grandi e la morte di un amico inizia a smettere d’essere un’eccezione…

Questo è il momento in cui guardiamo in faccia il nostro peggior incubo: un figlio che va via prima dei suoi genitori e un altro che resta orfano troppo, troppo, troppo presto.

 

Questa è la volta in cui mi sono ritrovata a cercare bellezza nel male. Nella melma. Nel marcio. Nel dolore profondo. Acuto e straziante.

Questa è la volta in cui la bellezza nella tragedia, è stata accorgersi di amare talmente tanto un amico da soffrire oltre ogni immaginazione di fronte al suo dolore.

La bellezza della presenza. Presenza che testimonia un sentire comune, come la folla silenziosa a un funerale.

La bellezza dell’esserci e, nonostante tutto, riuscire a guardarsi negli occhi e sorridere.

La bellezza dell’amore.

 

 

 

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