Suspiri e lacrime

di Thomas Pistoia

Forse tra centinaia di anni gli uomini saranno diversi.
Forse saranno cambiati fisicamente, avranno più cervello e, per contenerlo, delle teste enormi.
Oppure avranno tre braccia, o un occhio in più in mezzo alla fronte.
Forse.

O forse saranno gli stessi, sempre peggiori, sempre più stronzi e si stermineranno a vicenda definitivamente, estinguendo per sempre la specie umana.
Forse sulla Terra ci saranno popoli alieni, o magari niente di vivo, soltanto robot. Sei miliardi di androidi sparsi per il mondo.
Forse non ci sarà più nemmeno il Salento, o sarà sempre lì, ma irriconoscibile, avvelenato dalle discariche mafiose. Oppure, più furbescamente, seguendo la deriva dei continenti, il Salento si sarà spostato. Lo ritroveranno magari alle Maldive, mimetizzato perfettamente.
Forse.

Ma chiunque in futuro si troverà su questa terra, di qualunque natura egli sia, scoprirà prima o poi, per caso, per gioco, per fortuna, oppure seguendo un percorso archeologico studiato e preciso, una testimonianza, un reperto di qualcosa cantato da lei.
Possiamo immaginare l’homo superior, l’alieno o il robot, che scavano nei meandri della realtà virtuale e spostano blocchi di codice binario in una Matrix simile a un dolmen, a un trullo, a una grotta affacciata sulla costa e ritrovano, nel mare sfonnatu della rete primordiale, dei frammenti di mp3, di mp4, o magari un intero file avi.

Lo guardano come noi guardiamo oggi i graffiti rupestri, i geroglifici egizi, la Stele di Rosetta… Poi si domandano come riprodurlo. E’ roba che si ascoltava o si guardava su Youtube, con le piattaforme streaming, con quei sistemi antichi…
Ma, dopo questo primo momento di smarrimento, si scuotono… Siamo nel futuro, perdio! Vuoi che non riusciamo a visualizzare un filmato?
Ed ecco, passato qualche giorno di tentativi, ottengono il risultato.
La riproduzione non è perfetta, certo. Ma l’audio… Oh, anche se non è nitido, questa voce che attraversa i secoli è qualcosa di…
Traducendo l’antico alfabeto a video, gli abitanti del domani scoprono che la moltitudine che acclama la ragazza sta assistendo a una sorta di festival. Sì, è abbastanza chiaro… C’è scritto “Notte della Taranta“. Non è la prima volta che vengono trovati reperti che parlano di questo raduno oceanico, che ballava al ritmo di una particolarissima musica di quell’epoca.

No, no, certo il valore storico e archeologico di questa scoperta è inestimabile, ma… Ma lei… Dio! Ma cos’è questo canto? E’ possibile che venga proprio da dentro di lei questa voce? Possibile che sia quella bella ragazza dal volto bambino a cantare?
E cosa dice?

cantu e pensu te paru a tie
suspiri e lacrime
ieu l’amore nu ttegnu cchiui
eri tie lu miu bene

e di nuovo

bella ci dormi retu a ste mura
e ieu qua fore senza paura
senza paura fino a murire
alzate bella e famme trasire

e ancora

‘ntisi le ranocchiule cantare.
A una a una ieu le sintia cantare,
ca me pariane lu rusciu te lu mare,
Lu rusciu te lu mare è mutu forte,
la fija te lu re se tae alla morte

 

Gli uomini del futuro non riescono a capire cosa dicono queste canzoni, è una lingua troppo antica. Ma se non colgono il significato delle parole in sé, comprendono comunque il sentimento che le unisce in strofe e le fa correre lungo la melodia, quello sì.
Quella voce non può che parlar d’amore, sembra nata per farlo. E non parla alle orecchie, ma canta all’anima.
Gli homo superior, gli alieni o i robot, si siedono davanti al monitor e, quella voce, la fanno andare in loop.

Incantati, seguono il labiale di quella ragazza vestita semplicemente, con un neo sospeso su un lato delle labbra e quel lieve sorriso che nasce ogni volta che sale di tono e va a catturare dolcemente le note più alte. Non perdono nemmeno uno di quei vocalizzi che rincorrono un idillio finito. Chiudono gli occhi e la lasciano raccontare. La voce attraversa quel momento di domani e loro, tutti, ad un certo punto, sulla parola “amore”, sentono le palpebre inumidirsi, colpite dal rimbalzo di quell’incantesimo che, battuto col piede, ritorna su dal terreno.
La riascoltano. E la riascoltano. E ogni volta che lei canta fa rinascere quella musica e quelle parole, come fosse la prima volta.
Sì, ecco, possiamo immaginare che andrà in questo modo.

Quelli che verranno dopo di noi si lasceranno portare via dalla melodia vivente che oggi, con il suo canto, ci racconta il Salento e i sospiri e le lacrime delle sue storie.
E ci invidieranno.
Perché noi, questo miracolo, lo abbiamo visto e ascoltato dal vivo.
E conosciamo il suo nome.
Si chiama Alessia.
Alessia Tondo.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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