Costanti e Varianti nella poesia verbovisiva

di Antonio Lupo

“Parola + immagine= poesia visiva”, a voler semplificare, mutuando un’espressione del linguaggio futurista, movimento di origine storica delle ricerche verbovisive. Non si tratta però solo di parole in libertà: tante sono le sfaccettature e le varianti della sperimentazione visuale, tante le esperienze di creatività, spesso provocatoria, di questi artisti. Nelle loro opere, significante e significato si intersecano e si combinano secondo esiti che mettono insieme qualsiasi segno grafico collegandolo all’immagine, oppure rendendolo autonomo. Anche una sola lettera dell’alfabeto, in sequenza o in scala, può essere rielaborata secondo suggestioni grafiche e cromatiche differenti, così come la scomposizione di una parola, o di una frase.

Nel caleidoscopio della poesia visiva gli autori si avvalgono di testi di vario registro linguistico, da quello lirico a quello giornalistico, manipolando a volte solo frammenti minimi che vengono  assemblati con tecniche come il  collage o il decollage.

Scritti più o meno corposi, più o meno estesi, si alternano così a slogan pubblicitari o a  componimenti poetici, in vesti grafiche diverse per materia, spessore, carattere, secondo un campionario veramente eclettico. Alcuni artisti verbo-visuali comunicano infatti la loro originale  espressività, dando più spazio all’aspetto verbale, o riprendendo testi ritrovati, altri fanno prevalere quello iconico: tutto viene comunque modificato secondo rinnovate esigenze  comunicative e semantiche.

Costanti concettuali  e  varianti  verbovisive e/ o  viceversa, strutture narrative de-strutturate e/o straniate dal senso spesso ironico e destabilizzante, si ritrovano nelle opere dei diciassette artisti  in mostra al Palazzo della Corte (ex Pretura) di Noci (Bari) fino al 6 gennaio 2019, in un evento a cura di Salvatore Luperto e Lorenzo Madaro.

Costanti/ varianti, titolo che deriva dall’omonima opera in esposizione di Michele Perfetti, è una rassegna artistica che ha dato il via al programma del Piccolo Festival della parola, progetto di cultura partecipata alla sua terza edizione.

// L’INTERVISTA Chiediamo a Salvatore Luperto, co-curatore della mostra, come nasce la sperimentazione della poesia visiva e come si dirama tale movimento artistico, diffuso in tutto il mondo.

“All’interno della Poesia Visiva insistono varie e articolate espressioni; tra le più note, oltre quelle già definite (Poesia Concreta, Poesia Visiva, Nuova Scrittura), vi sono la Poesia Fonetica e Sonora, la Poesia Gestuale e la Scrittura sul Corpo, ed altre ancora diversamente aggettivate.

La ricerca dei poeti sperimentali risente di contaminazioni e di tecniche derivate da fenomeni del linguaggio letterario e artistico, che spaziano dal libro d’artista alla mail art, dall’installazione agli interventi sul territorio, dai video alle performances. Per questo motivo alcune espressioni sfuggono ad ogni definita classificazione, rientrando nella definizione più generica di Poesia Visuale. Negli anni Cinquanta e Sessanta esperienze novopoetiche, in cui la connessione di segni, scrittura e immagini è interdipendente, giungono in Italia dal Brasile e dal Giappone, dando luogo a tendenze di poesia visuale come la poesia concreta, la poesia visiva e la nuova scrittura, dalle quali discenderanno ulteriori derivazioni approfondite dai singoli autori in nuove categorie come la poesia sonora, liquida, ginnica e altre forme diversamente denominate.

Le prime città che attuano ricerche su questa neoavanguardia sono Genova e Napoli, luoghi in cui si organizzano le prime mostre e nascono le prime riviste che si occupano di poesia sperimentale”.

 

Che cosa ci può dire degli artisti presenti in questa mostra e delle loro tendenze?

“Per quanto riguarda la Poesia Sonora, Giovanni Fontana è tra i protagonisti indiscussi di questo ambito. In mostra, Senza titolo: i segni, le macchie, le parole, proponendosi dinamicamente e aritmicamente, interagendo con il colore, la forma, il suono, s’inseriscono nel pentagramma come se fossero note musicali. Ogni segno, nella funzione di nota, manifestandosi nella sua corporeità e componendosi in forma spettacolare, attende, di fronte a un pubblico interessato, di vibrare suoni e armonie nuove.

Tra gli esponenti storici della Poesia Visiva Lamberto Pignotti. A Firenze già nel 1962 sperimenta espressioni poetiche che denomina Poesia tecnologica; l’anno successivo fonda con Eugenio Miccini il Gruppo 70 del quale fanno parte (oltre a Lucia Marcucci e Luciano Ori), Michele Perfetti, Mirella Bentivoglio, Roberto Malquori, presenti nella mostra. Si forma così il movimento Poesia Visiva, assumendo lo stesso nome del vasto fenomeno a carattere mondiale. Il Gruppo 70 attua una “battaglia semiologica” avvalendosi di vere e proprie contestazioni verbovisive contro i poteri occulti della stampa, della pubblicità e del consumismo in particolare. Con spiccato senso ironico manipolano spot pubblicitari, espressioni giornalistiche e politiche riportate sui quotidiani e sulle riviste.

Estrapolando immagini dai quotidiani e dalle riviste, Pignotti concepisce riflessioni sul presente, inserendo nelle sue opere riferimenti a guerre, manifestazioni, scontri, ma anche immagini femminili, sensuali e glamour, come è possibile vedere nella rassegna intitolata “Diario Corale”.

Riferimenti filosofici si rintracciano nella ricerca di Eugenio Miccini, mentre sul solco di una colta ironia si sviluppa il lavoro di Michele Perfetti.

Nuova cultura, Rivoluzionario libera e bella è l’opera in mostra di Roberto Malquori: tante foto di volti femminili decontestualizzate dai rotocalchi e dai giornali di moda si affollano, ricontestualizzate con un fine opposto a quello per cui ogni immagine era stata pensata e collocata. La scritta centrale, Rivoluzionario libera e bella, richiamando lo slogan di un noto shampoo, lancia un messaggio rivoluzionario: una donna che sfugge al condizionamento pubblicitario e alle opprimenti convenzioni sociali è libera e bella”.

 

Dell’opera di Mirella Bentivoglio ci si è occupati recentemente anche a Lecce, a proposito della pubblicazione di un suo testo presso l’editrice Milella. È da inserire tra i componenti della poesia cosiddetta “concreta”?

“La Poesia Concreta nasce in Brasile ad opera dei fratelli Augusto e Haroldo De Campos e Decio Pignatari. Si diffonde e si evolve alla fine degli anni Cinquanta in Italia, ma anche in Svizzera e in Giappone. La caratteristica preminente di questa tendenza è l’assenza di un ordine sintattico tra le parole all’interno del verso. L’elemento fondamentale è la costruzione, la composizione di una parola o di un verso nello spazio del foglio. La singola parola o la reiterazione della stessa determina una costruzione tipografica, ordinata e dinamica, creando efficaci rappresentazioni spaziali. Un tipico esempio di poesia concreta è l’opera Sogno del 1977, di Arrigo Lora Totino.

Tra le presenze in mostra, anche Il cuore della consumatrice ubbidiente, opera iconica di Mirella Bentivoglio. L’ironia ha luogo mediante la duplicazione speculare dell’iniziale della sigla grafica della Coca Cola. La parola “oca”, che fa parte della sigla, viene fuori da sé, in quegli stessi particolari caratteri grafici. È il nome del bipede simbolo della stupidità. In quest’opera l’artista interviene sul linguaggio pubblicitario, in chiara polemica con i mezzi di comunicazione che abbindolano gli sprovveduti, ingabbiati dalla persuasione occulta. Fanno parte della poesia concreta, tra le opere esposte, Permanenze ricavate dalla stessa roulette di Adriano Spatola. In questo collage una piccola pioggia di numeri rossi e neri si affollano e precipitano nella parte più bassa del foglio bianco, per annullarsi nella parola “Zero” ovvero azzeramento, per poi ricominciare. L’opera Senza titolo di Nanni Balestrini rivela la sua attenzione verso il corpo delle lettere, la loro forma e le relazioni formali che intercorrono tra loro”.

 

Nell’opera di Xerra si fa riferimento a Matera, con la sovrapposizione della scritta “vive”: a quale significato rinvia?

“VIVE-Matera è una delle due opere in mostra concepite da William Xerra; VIVE nel lessico editoriale significa “sta bene”, un efficace messaggio di speranza per ricordare che tutti gli errori si possono rimediare, che tutto può essere recuperato facendo rivivere ciò che si crede perso per sempre: in questo caso i Sassi di Matera quand’erano abbandonati, prima del 1980 (data dell’opera). Il movimento di riferimento di Xerra è la Nuova scrittura o Scrittura Visuale, che nasce in Liguria negli anni Cinquanta. Autori che scrivono rigorosamente a mano oppure con i letraset, rifiutando la macchina per scrivere, creano opere con chiari riferimenti alla pittura segnico-pittorica. Ed è proprio la scrittura, il segno del significante che oltre a comunicare il significato, diventa esso stesso segno pittorico, che unito al colore, alla forma grafica, assume un aspetto estetico proprio. A Genova i neo-amanuensi Anna e Martino Oberto sperimentano la scrittura visuale e con Ugo Carrega fondano nel 1959 la rivista Ana Etcetera. Ugo Carrega, trasferitosi a Milano, fonda il Centro Tool, divenuto poi Mercato del sale, frequentato attivamente da molti altri autori che si riconoscono nei modi e nei principi della scrittura visuale.

Ugo Carrega è autore de I quattro continenti: una macchia bianca materica su fondo nero, segno ancestrale che riporta alla mente l’origine dei quattro continenti, al caos da cui ha avuto origine il cosmo. Per Carrega la parola non è il solo segno a dare forma al pensiero, ed essendo tutto un segno anche una macchia, un segno grafico, un piccolo legno, sono parole che come le altre fanno parte di un linguaggio totale.

Ferruccio Cajani affida alla scrittura visuale riflessioni sull’uomo e sull’esistenza, con un afflato poetico a tratti lirico. “E sono assente dal tuo pensiero come luna nuova in cielo”: questa frase di Liliana Ebalginelli, che, tra l’altro, ha partecipato all’inaugurazione della mostra con un sua performance, scandisce lo spazio dell’opera esposta, tracciata sopra al profilo di una luna su un fondo nero. L’opera è l’occasione per approfondire temi legati a un comune sentire, universale. Anche il salentino Enzo Miglietta (presente nella sezione dedicata alla Puglia) è stato tra i protagonisti di questa tendenza, nelle sue opere si riverberano riflessioni sulla vita e sul presente.

Alla scrittura poetica si allaccia poi Tomaso Binga, ma attraverso il linguaggio del corpo (Scrittura del corpo). In Rami e Rime in fiore immagini reiterate di un corpo nudo, sotto forme di erre, si alternano ai segni grafici e alla consonante R. Quest’ultima sfuggendo dal profilo di una coppa, vaga nello spazio del foglio, libera dall’incasellamento dello schema metrico e dall’allitterazione musicale nel verso Rami e rime in fiore. Tomaso Binga (Bianca Pucciarelli in Menna; il marito era lo storico e critico d’arte Filiberto Menna) è un’autrice di poesia visiva, sonora e performativa. Negli anni Settanta ha assunto un nome maschile in segno di critica nei confronti delle paradossali disparità che caratterizzano la relazione uomo-donna”.

 

Uno spazio importante ha avuto la ricerca verbovisuale in Salento, dove la sperimentazione di tale linguaggio innovativo trova un campo fertile…

“Nel 1971 Enzo Miglietta fonda a Novoli, in Salento, il Laboratorio di Poesia (LPN), dove, a partire dal 1980, ospita mostre e performance di Ugo Carrega, Eugenio Miccini, Luciano Caruso, Lamberto Pignotti e molti altri protagonisti italiani delle indagini verbovisuali. In queste geografie, oltre a Miglietta, già operavano Vittorio Balsebre (che aveva aderito al collettivo Gramma nei primi Sessanta) e Francesco Saverio Dòdaro, che dopo aver abbandonato la pittura informale si dedica, a partire dagli anni Settanta, alla poesia sperimentale. Nel 1976 Dòdaro fonda a Lecce il Movimento d’arte genetica, che pubblica la rivista Ghen con gli interventi, le adesioni e le testimonianze di autori nazionali e internazionali. L’opera Un giorno all’Università di Balsebre rivela la sua attenzione verso la fotografia e l’interesse per le tracce, i segni e la scrittura “trovata” nei luoghi delle comunità e della formazione, che egli ha frequentato anche in età adulta, confrontandosi con le giovani generazioni”.

 

Molte opere verbovisive di questi autori si trovano anche presso il MacMa, il Museo di arte contemporanea di Matino (LE): com’è nata questa raccolta?

“Dal 2006 è stata costituita una sezione dedicata agli autori della scrittura visuale nel palazzo marchesale Del Tufo di Matino. Vi figurano artisti di talento, già noti alla critica, le cui opere sono presenti in collezioni pubbliche e private. Il museo è nato, si potrebbe dire, grazie a un effetto domino di eventi che ne hanno facilitato la realizzazione, a partire dalle prime mostre e dalle prime donazioni (Balsebre nel 2006, Miglietta nel 2008). Tali fortunate circostanze hanno subito suscitato interesse e hanno portato a contatti preziosi per il reperimento di altre opere, nonché  del materiale necessario per una migliore rappresentazione del fenomeno culturale cui appartengono. Il contributo e la donazione di Mirella Bentivoglio sono stati poi fondamentali per il prosieguo organizzativo e per la collaborazione di tanti altri generosi artisti”.

 

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