Focus sulla riforma delle Banche di Credito Cooperativo

di Michele Giannotta *

 

 

Il sistema delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali in Italia è gigantesco:

  • 271 BCC e Casse Rurali, pari al 52,9% delle banche operanti in Italia;
  • una rete estremamente capillare con ben 4.245 sportelli, pari al 15,9% degli sportelli bancari italiani;
  • un totale di 1.263.464 soci e 29.648 dipendenti (e se comprendiamo anche quelli delle Società di sistema arriviamo a 35mila);
  • il patrimonio complessivo, ovvero capitale e riserve, ammonta a 19,5 miliardi di euro.

Alla luce di questi numeri e, soprattutto della riforma del sistema di credito cooperativo, si capisce bene perché questi giorni siano così cruciali per il futuro del sistema finanziario italiano.

Le singole Bcc e Casse Rurali stanno infatti procedendo ad approvare i nuovi statuti, trendendoli compatibili con le adesioni alle capogruppo (Cassa Centrale Banca, con sede legale a Trento, ed Iccrea a Roma).

Le Bcc della provincia di Lecce sono state convocate per le prime settimane di dicembre; nel frattempo c’è già chi sta preparando il ricorso contro la riforma del credito cooperativo.

Ad esempio, ci sono 18 soci della Cassa Rurale di Rovereto che hanno votato contro il nuovo Statuto: guidati dalla commercialista Debora Pedrotti, i soci si sono rivolti al costituzionalista Valerio Onida, già presidente della Corte Costituzionale.

L’obiettivo è quello di presentare un ricorso al giudice ordinario contro la “Legge Padoan” entro breve tempo e poi arrivare alla Consulta, avendo la riforma in questione, secondo vari giuristi, profili di incostituzionalità, ed evidenziando una forte violazione del principio costituzionale di libertà di associazione.

Con questa riforma è impossibile per ogni singola Banca uscire una volta aderito alla Capogruppo; figuriamoci per un singolo socio.

Già un ricorso in merito è stato presentato dalla Banca Raiffesen di Aldino (BZ).

Due sono le osservazioni per l’operazione di adesione alla capogruppo poste sotto la lente di ingrandimento:

1) Le emissioni di Azioni di finanziamento

Le Bcc che si trovano in situazione d’inadeguatezza patrimoniale o in amministrazione straordinaria, possono emettere azioni di finanziamento, se autorizzate da Banca d’Italia.

La loro sottoscrizione è però riservata ai Fondi di Garanzia (dei Depositanti e Istituzionale) del Credito Cooperativo e ai Fondi mutualistici per lo sviluppo della cooperazione, cui spetta la designazione di uno o più amministratori e del presidente del collegio sindacale.

La novità introdotta dal comma 3-bis dell’articolo 22 del DL 91/2014, inserisce nel Tub l’articolo 150-ter per consentire alle Bcc di emettere, in caso di patrimonio inadeguato, le azioni di finanziamento disciplinate dall’articolo 2626 Cc. Per i soci finanziatori sono previste deroghe all’obbligo di aver sede nel territorio di competenza della banca e a quello di non detenere azioni per un ammontare superiore a 50 mila euro. L’intera operatività è posta sotto tutela della Vigilanza poiché emissione e rimborso delle azioni sono vincolati alla preventiva autorizzazione di Bankitalia.

Già la legge 191/2009  (commi 172-177) aveva consentito l’emissione di azioni di finanziamento alle nuove Bcc partecipanti al capitale della Banca del Mezzogiorno, ma la previsione è rimasta inattuata.

Le ragioni dell’intervento attuale sono riconducibili al modello societario delle Bcc, oltre che alla rilevanza attribuita dalla Vigilanza ai fondi propri (capitale e riserve) rispetto ai prestiti subordinati (il cui collocamento sul retail è sempre più ostacolato da Consob).

Il voto capitario e gli stringenti vincoli antispeculativi (limite massimo dei dividendi, indivisbilità delle riserve e devoluzione del patrimonio finale ai fondi mutualistici) inibiscono ai soci la possibilità di realizzare capital gain sulle azioni della banca, condizionandone la patrimonializzazione, storicamente elevata ma affidata all’accumulazione alle riserve indivisibili. Negli scenari attuali, con la redditività bancaria compressa e le riserve intaccate  dalle svalutazioni sui crediti, mentre le banche lucrative fanno ricorso al mercato per gli aumenti di capitale, per le Bcc questa strada resta di fatto preclusa.

Le azioni di finanziamento, allora, consentono alla mutualità di sistema (attuata mediante i Fondi di Garanzia e i Fondi Mutualistici) forme di intervento innovative, ovviamente nei limiti stabiliti dalla sostenibilità finanziaria di sistema e dalla normativa europea in tema di garanzia dei depositi e di risoluzione delle crisi bancarie.

La previsione per le Bcc di poter emettere azioni di finanziamento segue il chiarimento, disposto dal Dl 66/2014, che consente alle cooperative di distribuire utili ai soci finanziatori senza ricostituire prima le riserve indivisibili utilizzate per coprire le perdite.

2) I Soci

Ai Soci delle Bcc il diritto di recesso è negato per legge.

Non è un problema finanziario. Si tratta di una questione sociale e quindi politica. I cittadini italiani, soci delle banche di credito cooperativo, stanno perdendo il loro diritto di vendere le quote rappresentative in qualità di proprietari delle banche. Sono circa 1,3 milioni gli italiani, soci cooperatori delle Bcc, che stanno per essere espropriati per legge e senza indennizzo del capitale che hanno messo nella loro banca.

Si sta sottovalutando il problema del recesso dei soci delle Bcc e delle Banche Popolari, che si porrà quando andrà in vigore la riforma prevista dalla Legge n.49/2016. Un problema che la maggior parte dei soci – e forse anche degli esponenti aziendali delle banche territoriali – non conosce affatto.

La Legge n. 49/2016 (riforma del credito cooperativo), con l’articolo 2 comma 1, che autorevoli giuristi considerano incostituzionale, sta provando ad affermare che l’articolo 2437 del Codice Civile non si debba applicare alle modifiche statutarie necessarie per l’ingresso delle banche di credito cooperativo nel gruppo, anche se tali modifiche dovessero comportare un cambiamento significativo dell’attività o una compressione dei diritti dei soci.

Recita infatti l’articolo 2437 del Codice Civile che quando una società cambia in modo significativo la sua attività o i diritti dei soci, chi di questi ultimi non è d’accordo ha il diritto di recedere e di recuperare il capitale versato.

In parole semplici, ai soci che voteranno a favore dell’adesione al gruppo e a tutti quelli che non partecipano alla votazione non si applicherà l’articolo 2437 lettere a) e g) del Codice Civile: gli si negherà quindi per legge il diritto di recedere e di vedersi restituito l’importo delle quote sottoscritte.

 

*Ragioniere amministrativista e contabile – esperto in materia cooperativistica fiscale e del lavoro.

 

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