Patience a Spigolizzi: un canto di lode perenne alle bellezze della natura e a quelle dell’arte

A poco più di un anno dalla pubblicazione della sua fortunata biografia, ora anche in edizione economica, continuano i successi editoriali legati al nome di Patience Gray, recentemente ricordata dai suoi amici, con sincere testimonianze di affetto, a Salve, nel giorno della sua nascita

 

di Antonio Lupo; illustrazioni di Corinna Sargood

 

Patience Gray giunge a masseria Spigolizzi, nell’agro di Salve, da Carrara nel marzo del 1970, con lo scultore Norman Mommens.

Insieme a lui era stata già in Catalogna (Vendrell, Tarragona), e nelle Cicladi (Naxos), luoghi ideali per chi, come il suo compagno, aveva bisogno di lavorare il marmo. Lasciava alle spalle un passato da giornalista dell’Observer e, come scrittrice, il successo conquistato col best-seller di gastronomia Plats du Jour, scritto con Primrose Boyd (Penguin Books,1957).

 

Nella quiete della campagna salentina avrebbe finalmente potuto riportare alla memoria tutto quello che aveva vissuto nei luoghi dove aveva soggiornato, non solo le abitudini alimentari ed i gusti culinari locali, ma le peculiarità culturali dei diversi ambienti e la particolarità delle situazioni umane. Nasce così, con grande sapienza di scrittura, Honey from a Weed (1986), un testo destinato a diventare un evento letterario per la sua qualità narrativa; sarà rieditato e ristampato, come il precedente, anche in edizione economica.

 

Con gli occhi di una attenta osservatrice di comportamenti (“Sapeva leggere nel pensiero dell’interlocutore” è stato detto di lei dal suo amico don Andrea Giovene), di attitudini e di usanze tipiche del contesto sociale, Patience si addentra nella documentazione di ricette di cucina “indigena”, senza trascurare di delineare tratti antropologici e umani del vivere quotidiano. Nelle parte dedicata al Salento, per fare un esempio, le pagine di An Apulian Bachelor costituiscono un significativo documento di vita sociale (uno spaccato di quotidianità) degli anni Settanta in uno stile gradevole e accattivante, di notevole valore espressivo. Si tratta di un vivido ritratto di uno scapolo pugliese nel contesto di una realtà di provincia, dal quale emerge a pieno la capacità di acuta analisi della scrittrice nel raccontare, con gradevole affabilità ed affidabilità, l’incontro con un personaggio edoardiano per “stile e frugalità” e dickensiano “per la sua avidità”. Il lettore viene avvicinato così alla realtà autentica del modus vivendi salentino, con preziosi riferimenti alla letteratura, al teatro, alla lirica.

In un’atmosfera goldoniana vengono infatti messe in luce radicate abitudini comportamentali, anche nei rapporti con le istituzioni , in un affresco che non trascura i dettagli della fisicità e della mimica facciale. Si passa così dalle usanze della tradizione locale (la processione), alla specificità dell’architettura dei luoghi (il giardino, gli interni), fin nei dettagli (la cucina, l’arredamento).

 

Come su un palcoscenico sotto gli occhi del lettore, la performance teatrale del personaggio “vera volpe” si conclude con una divertente citazione del Don Giovanni di Mozart.

Patience amava la lirica e, tutte le volte che poteva, accanto a Norman presenziava, incantata dall’atmosfera straordinaria creata dalla musica e dalle luminarie della piazza, “fantastiche apparizioni del futuro”. “Quello che mi piace nell’architettura delle feste – ha scritto – è che nell’immediato della luce presente c’è il presentimento di un altro mondo: che la favola vive ancora”.

 

Sulle sue esperienze artistiche ed esistenziali, sulle sue ricchissime conoscenze letterarie, tra le quali occupava un posto particolare la letteratura russa, e sul suo passato di ricordi, ritorna anche in Work Adventures Childood Dreams (1999), un volume che raccoglie scritti autobiografici vari (in alcuni casi si tratta di fascicoli già in precedenza donati agli amici).

 

Vi si racconta degli incontri della sua vita, dei luoghi e dei suoi svariati interessi: dalla creazione di meravigliosi gioielli lavorati con le sue mani, alla collezione delle numerose selci ritrovate sulla collina nelle sue passeggiate quotidiane tra Spigolizzi e Fani. Il libro viene pubblicato questa volta in loco, in seguito alla   proficua familiarità e alla stima incondizionata per gli amici della tipografia Levante Arti Grafiche, sede delle Edizioni Leucasia.

 

In tutto questo tempo la scrittrice ha ininterrottamente mantenuto contatti epistolari, in diverse lingue, con lettere spedite dall’ufficio postale di Presicce destinate a tanti amici sparsi nel mondo, spesso corredate da una immagine che fa tutt’uno col testo, riproduzioni di opere d’arte o di significative fotografie tratte dall’archivio personale, in fotocopia.

 

Altri due libri di Patience Gray mai tradotti in italiano sono Ring Doves & Snakes (Macmillan, 1989) e The Centaur’s Kitchen (Prospect Books, 2005).

 

Brevi scritti in italiano usciranno dal laboratorio delle Edizioni Leucasia, come la post-fazione di Lirica dell’insonnia ( 1992) e The Third Day di Andrea Giovene, (in collaborazione con Aldo Magagnino e Ada Martella), o A Maroccan Diary di Fred Uhlman, in seguito pubblicato da Guanda (Ricordando Fred Uhlman, 1996).

 

Qualche anno prima si era interessata, tra l’altro, di scrivere una affettuosa pagina per Antonio Verri, e di tradurre in inglese alcuni racconti di un altro salentino, decisamente apprezzato e amato fin dal suo arrivo: Ezechiele Leandro.

 

Fu questo, insieme a quello dei contadini del campo vicino, uno dei suoi primi incontri fertili di vitalità. Ne sarebbero seguiti tanti altri, tutti utili ad esaltare le bellezze dell’arte e della natura, a testimoniare e comunicare al mondo il suo amore per la vita. Ne parla anche Adam Federman nella recente biografia Fasting & Feasting: The Life of Visionary Food Writer Patience Gray (Chelsea Green, 2017).

(Ringrazio Aldo Magagnino per la traduzione di An Apulian Bachelor, tratto da Honey from a Weed, Prospect Books,1986).

 

 

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