“Un’opera veramente riuscita!”

Breve introduzione all’opera “Fedora” di Umberto Giordano, in programma al Politeama Greco di Lecce nelle serate del 26 e del 28 ottobre per la stagione lirica “Opera in Puglia 2018”.

 

di Fernando Greco

 

Insieme con “Andrea Chénier”, “Fedora” costituisce il titolo più famoso nel repertorio di Umberto Giordano (1867–1948), compositore di origine foggiana che, alle soglie del XX° secolo, si caratterizza per una formidabile inventiva melodica e quella perfetta “aderenza della musica all’azione” (per dirla con l’insuperato musicologo Massimo Mila) che ne fa uno degli interpreti più pregevoli della poetica verista.

 

SI VEDRÀ PIU’ TARDI!

Brillante studente di composizione nel Real Collegio di Musica San Pietro a Majella di Napoli, nel 1885 il diciottenne Umberto Giordano rimase folgorato dal dramma in prosa “Fédora” di Victorien Sardou, approdato al teatro Sannazaro.

La magistrale performance della grande tragédienne Sarah Bernhardt e la soggiogante incisività del testo indussero il giovane musicista a chiedere a Sardou il permesso per musicare la “Fédora”. La risposta fu lapidaria: “On verra plus tard!” (Si vedrà più tardi!).

L’altero drammaturgo francese non avrebbe mai affidato il suo capolavoro a un anonimo studente di conservatorio. Dopo ben undici anni, il trionfale debutto scaligero dell’”Andrea Chénier” (28 marzo 1896) convinse Sardou a concedere a Giordano quel permesso inizialmente negato. Del resto, Sardou si sarebbe comportato in maniera analoga anche con Giacomo Puccini, il quale avrebbe atteso sei anni prima di ottenere il permesso per musicare “Tosca”, assurgendo frattanto agli onori delle cronache con “Manon Lescaut” e “La Bohème”.

A braccetto con il poeta Arturo Colautti (che più tardi avrebbe scritto i versi dell’”Adriana Lecouvreur” di Cilea), Umberto Giordano si applicò con febbrile alacrità alla composizione dell’opera.

Ultimata la partitura, il Maestro scriveva al padre le seguenti parole: “Ho terminato questo lavoro faticoso, dopo quattro mesi di sacrifici e di tormenti. Ho lavorato, posso dirlo senza esagerazione, dalla mattina alla sera, senza mai un giorno di riposo. È inutile dirvi che sono contentissimo del lavoro nel quale spero moltissimo…”

 

UN TENORE GIOVANE E SCONOSCIUTO

L’autore, impegnato anche nella concertazione e nella direzione d’orchestra, non ebbe alcun dubbio sulla scelta della protagonista individuata nel soprano Gemma Bellincioni, già creatrice del ruolo di Santuzza in “Cavalleria rusticana” di Mascagni (1890).

In seguito alla morte del tenore Roberto Stagno (1840 – 1897), marito di Bellincioni, e poiché il celebre Fernando De Lucia aveva rifiutato l’ingaggio a causa di altri impegni professionali, grande fu la perplessità di Giordano quando Edoardo Sonzogno, editore della partitura nonché produttore dell’allestimento, gli propose un giovane e sconosciuto cantante napoletano di nome Enrico Caruso (1873 – 1921).

Bellincioni si limitò a commentare con sufficienza: “Basterà che non guasti!”, sicura del fatto che nella “Fedora” gli altri personaggi dell’opera fossero del tutto secondari rispetto al suo ruolo da primadonna assoluta.

Di parere contrario circa l’importanza del personaggio di Loris, il compositore mise sotto torchio il giovane tenore, imponendogli prove massacranti puntualmente registrate da un avveniristico fonografo a rullo, di cui il Maestro si serviva per far riascoltare al cantante eventuali errori.

 

QUINDICI CHIAMATE ALLA RIBALTA

Il teatro Lirico di Milano tenne a battesimo la “Fedora” di Giordano nella serata del 17 novembre 1898, in un’atmosfera di crescente entusiasmo.

Contrariamente alle previsioni di Bellincioni, gli applausi più calorosi furono indirizzati al tenore Enrico Caruso, costretto a bissare la sua aria “Amor ti vieta”, ma non furono meno festeggiati i duetti tra i due protagonisti e il drammatico finale; al termine dell’opera, Giordano ebbe quindici chiamate alla ribalta.

Per Caruso iniziava quella trionfale carriera che lo avrebbe reso uno dei tenori più famosi nella storia della musica.

All’indomani della prima, così scriveva il critico Colombari sul Corriere della Sera: “Fedora è un’opera veramente riuscita. Tutti gli elementi vi sono coordinati per ottenere l’effetto. Tutte le risorse vi sono sapientemente sfruttate così dal musicista come dal librettista: due gagliardi ingegni. Il musicista trovò accenti di passione di dolci tonalità. I commenti sono felicissimi. Rallegriamocene dunque per il nostro paese”.

Il Borelli, corrispondente stampa per “Il pungolo” di Napoli, precisava: “L’esecuzione fu ottima. Il tenore era il vostro Caruso, festeggiatissimo, vero trionfatore della serata. Egli sbalordì per la potenza e la soavità dei suoni e per la squisita maestria del canto. La Bellincioni si mostrò splendida attrice: indossò tre toilettes d’incomparabile splendore. Mai il Sonzogno fu più affettuosamente mecenate e prodigo”.

Non si fecero attendere i complimenti da parte del sindaco di Foggia, Emilio Perrone, attraverso il seguente telegramma inviato al compositore: “A voi genio dell’Arte che grande Italia onorate giunga saluto di Foggia superba avervi dato i natali plaudendo immenso lusinghiero successo”. A due anni dal debutto, la “Fedora” sarebbe stata applaudita anche nella città pugliese.

 

CARO E GRANDE ENRICO

Negli anni successivi, la “Fedora” di Giordano intraprese una circolazione internazionale mietendo successi durante tutto il Novecento. Singolare la tournée ad Amburgo, nel gennaio 1900, in cui l’opera fu presentata in traduzione ritmica tedesca e diretta da Gustav Mahler. Trionfali furono anche le repliche parigine, nel 1905, alla presenza di un entusiasta Victorien Sardou, che segnarono il debutto di Caruso nella capitale francese. Il tenore napoletano avrebbe fatto del ruolo di Loris un suo cavallo di battaglia, con grande soddisfazione del Maestro che, in data 12 dicembre 1906, così gli scriveva: “Caro e grande Enrico, sento il bisogno di inviarti di mio pugno un grazie di tutto cuore. Sei stato e resterai sempre il più grande, il solo Loris; quindi immagina quale sia la mia felicità ogni qualvolta mi vedo eseguire l’opera da te, cosa che mi assicura il trionfo. Ti sono grato e ti abbraccio. Tuo Umberto Giordano”.     

 

LA PERDITA DELLE CERTEZZE

Analogamente alla pièce di Sardou, tagliata su misura per una Bernhardt alle soglie dei quarant’anni, la drammaturgia dell’opera di Giordano si fonda sul divenire psicologico della principessa Fedora Romazoff, fascinosa vedova molto ricca e non più giovanissima, in procinto di nozze con il conte Vladimiro Andrejevic, aitante viveur per il quale nutre un amore talmente cieco da non accorgersi del fatto che per lui, usualmente dedito a costosi passatempi quali “le donnine… le carte… i cavalli… gli ebrei”, si tratti solo di un matrimonio di interesse (per capire cosa c’entrino gli ebrei bisogna riferirsi al testo di Sardou, che fa riferimento a un ricco gioielliere ebreo di nome Mirmann dal quale il conte acquista bijoux da regalare alle sue amanti).

L’uccisione di Andrejevic, figlio del capo della polizia imperiale, scatenerà negli ambienti diplomatici fra Pietroburgo e Parigi una serie di indagini incentivate dalla stessa Fedora, che sedurrà il conte Loris Ipanoff (rifugiatosi a Parigi per sfuggire all’arresto) fino a carpirgli la confessione.

Dopo aver comunicato frettolosamente al capo della polizia imperiale il nome dell’assassino, Fedora apprenderà come la furia omicida di Loris non fosse stata scatenata da motivi politici, bensì dalla scoperta di una tresca amorosa tra sua moglie e la stessa vittima. Da quel momento la principessa perderà ogni stima nei confronti del fidanzato fedifrago e si butterà tra le braccia di Ipanoff con un impeto che sarà sì desiderio di rivalsa, ma soprattutto comunione spirituale e affetto quasi materno nei confronti dell’attuale spasimante (“Un’altra madre tra le mie braccia hai tu”) con il quale cercherà di vivere un’autentica storia d’amore nella tranquillità delle montagne svizzere, lontane dalla mondanità parigina e dai complotti pietroburghesi (per fortuna la principessa Fedora ha ville dappertutto!). Gli eventi però le sfuggiranno di mano: il fratello di Loris, creduto complice dell’omicidio e arrestato dalla polizia imperiale, morirà in carcere; sua madre morirà di crepacuore.

Dinanzi allo sdegno di Loris nei confronti dell’ignota donna che, denunciandolo ingiustamente alla polizia, ha provocato la morte di due innocenti, a Fedora non resterà che rivelargli la verità, una verità talmente insopportabile da indurla ad avvelenarsi e morire tra le braccia dell’amato.

Di fatto Fedora sta in scena per tutta la durata dell’opera: all’inizio è la diva tutta d’un pezzo, tronfia delle proprie certezze e del proprio desiderio di vendetta; lungo lo svolgimento della vicenda tali certezze andranno sgretolandosi, facendo emergere la disarmante verità dinanzi alla quale la protagonista si troverà vittima della sua stessa presunzione. Guarda caso, la croce bizantina appesa al collo di Fedora, sulla quale ella giura di vendicare il fidanzato, sarà la stessa dalla quale attingerà il veleno.

Mutatis mutandis, si tratta della stessa dinamica che caratterizza la vicenda di Tosca, l’altra eroina uscita dalla penna di Sardou, la cui ingiustificata gelosia innescherà il precipitare degli eventi fino al claustrofobico suicidio.

Sia Fedora sia Tosca, eroine dal carattere già squisitamente novecentesco, assistono a un rovesciamento della realtà dal sapore quasi pirandelliano, pagando con il suicidio le conseguenze della loro intransigenza: Fedora, inizialmente sicura che dietro l’omicidio del partner vi sia un movente politico, dovrà constatare invece l’esistenza di un movente passionale, scoprendo per di più l’insospettata infedeltà del suo uomo; al contrario Tosca, inizialmente sicura dell’infedeltà del partner, dovrà invece fare i conti con fatti di politica in cui si troverà fatalmente invischiata.

 

IL SARDOUISMO DI FEDORA

Due anni prima di “Tosca”, capolavoro di Puccini, la “Fedora” di Giordano anticipa quella stringente immediatezza, quel dominio degli effetti musicali e scenici che dà conto di un andamento decisamente cinematografico della vicenda al pari di un thriller poliziesco.

Comune denominatore è la creatività di Victorien Sardou, ragion per cui il letterato George Bernard Shaw (1856 – 1950) coniò il termine sardouismo per identificare quel modernissimo mix di naturalismo, suspense, thriller e lirismo che caratterizza le partiture tratte da altrettanti drammi di Sardou, in particolare “Fedora”, “Tosca” e “Madame Sans-Gene”, altra pièce di Sardou musicata da Giordano nel 1915.

Questa particolare accezione del verismo musicale non manca di formidabili momenti melodici che, rispetto agli antichi pezzi chiusi, si fanno sempre più stringati e funzionali all’incedere narrativo, vere e proprie oasi liriche costruite su “reminiscenze melodiche” che, sulla scorta del leitmotiv wagneriano, sottolineano situazioni peculiari, particolari sentimenti o stati d’animo.

L’excursus drammatico e psicologico della protagonista trova riscontro in molteplici declinazioni musicali, a cominciare dall’affettuosa aria del ritratto (“O grandi occhi lucenti di fede”) seguita dal fatidico giuramento (“Su questa santa croce”), il cui tema musicale ricomparirà spesso durante il prosieguo dell’opera per significare il desiderio di vendetta, compreso il momento in cui Loris starà per scoprire l’identità di colei che lo ha denunciato. Nel duetto che conclude il secondo atto, all’austero giuramento si sostituirà la forza del sentimento, culminante nella splendida frase “Lascia che pianga io sola” e al liberatorio “T’amo!” finale.

Il terzo atto si svolgerà prevalentemente in uno stile di conversazione interrotto dal breve inciso “Dio di giustizia” e dal toccante finale (“Tutto tramonta”). Il personaggio tenorile di Loris ha una sola melodia, ma si tratta del momento più celebre e più atteso di tutta l’opera, quell’ “Amor ti vieta di non amar” che rimane scolpito nella memoria dell’ascoltatore e che riassume in poche battute la quintessenza di ogni dichiarazione amorosa, al contempo passionale e tenera, languida e virile. Lo stesso tema tornerà sia durante l’intermezzo, quasi a rammentare alla protagonista l’amore da parte di colui nei confronti del quale ella sta scrivendo una feroce denuncia, sia alla fine dell’opera, quando lei, finalmente perdonata dall’amato, gli morirà fra le braccia.

 

CIVETTERIA SALOTTIERA

Un momento di civetteria salottiera in stile belle époque è costituito dalle due canzoni intonate durante il ricevimento parigino dal diplomatico francese De Siriex (baritono) e dalla contessa russa Olga Sukareff (soprano), rispettivamente “La donna russa è femmina due volte” e “Il parigino è come il vino”, sorta di brillanti schermaglie in cui ognuno prende in giro le abitudini amorose dell’altro.

Inoltre, la canzone del baritono echeggia il popolare motivo musicale de “Le Rossignol” di Alexander Alyabyev (1787 – 1851), evocando un’atmosfera di grande valenza folklorica. Durante la festa, l’intervento di un immaginario pianista polacco di nome Boleslao Lazinski, “nipote e successore di Chopin”,  costituirà un ulteriore coup de théatre, poiché mentre sullo sfondo tutti gli invitati saranno intenti all’ascolto del suo Notturno (appositamente composto da Giordano sullo stile di Chopin), sul davanti si consumerà il febbrile dialogo tra Fedora e Loris, parzialmente occultati da un paravento.

All’inizio del terzo atto, l’Oberland svizzero è evocato dal suono del tipico ranz des vaches (richiamo degli armenti) intonato dai corni e, più avanti, dalla canzone “La montanina” cantata fuori scena da un piccolo savoiardo con accompagnamento di fisarmonica. Alla fine dell’opera, la stessa canzone accompagnerà in tono malinconico la morte della protagonista.

 

 

TRAMA DELL’OPERA

 

  • ATTO PRIMO – A Pietroburgo alla fine del secolo XIX, in casa del conte Vladimiro Andrejevich. Una notte d’inverno.

I servi del conte Vladimiro approfittano dell’assenza del loro padrone per bere e giocare a carte, sicuri del fatto che egli non rincaserà prima dell’alba. Dai loro salaci pettegolezzi si apprende che per il conte, avvezzo a sperperare denaro tra donne e sale da gioco, si tratta dell’ultima notte di libertà: dall’indomani metterà la testa a posto sposandosi con la principessa Fedora Romazoff, ricca vedova il cui patrimonio porterà una boccata d’aria fresca alle dissestate finanze della casa.

I domestici si ricompongono all’imprevisto arrivo di Fedora (soprano), giunta di persona a cercare il fidanzato dopo averlo aspettato invano per tutta la sera. Nell’attesa del ritorno del conte, la donna si inebria alla vista di un ritratto del suo uomo.

Giunge finalmente la slitta di Vladimiro, ma questi, sanguinante e privo di sensi, viene condotto da due portatori in camera da letto. Con loro è anche Gretch, ufficiale di polizia (basso), e De Siriex (baritono), diplomatico francese amico del conte. Giunge frettolosamente anche un chirurgo per assistere il ferito che, a quanto affermato da Gretch, ha ricevuto un colpo di pistola.

Il poliziotto, seduto a una scrivania dove Fedora ha deposto la croce bizantina che portava appesa al collo, inizia a interrogare i domestici. Il cocchiere Cirillo (baritono) racconta che, mentre attendeva il padrone per strada, aveva udito due colpi di pistola e subito dopo aveva intravisto un uomo che fuggiva lasciando macchie di sangue sulla neve; insieme con De Siriex, sopraggiunto lì per caso, il cocchiere aveva seguito a ritroso le tracce di sangue fino a un padiglione solitario dove i due avevano trovato Vladimiro ferito e in stato di incoscienza, con accanto la sua pistola. Gretch scopre che dall’arma manca un proiettile, probabilmente quello responsabile del ferimento dell’aggressore. Il cameriere Desiré (tenore) spiega al poliziotto che Vladimiro non usciva mai di casa senza la sua pistola poiché si sentiva minacciato dai nichilisti (anarchici anti-zaristi) in quanto figlio del capo della polizia imperiale.

Si scopre anche che il padiglione è usualmente abitato da un’anziana donna, la stessa che in mattinata ha consegnato una lettera a Vladimiro. Tale lettera però non viene ritrovata nel cassetto in cui, secondo Desiré, dovrebbe essere stata riposta dal conte; a tal proposito Dimitri, un altro giovane servitore, fa sapere che durante il mattino un uomo è entrato in casa, ma poi ne è uscito di corsa e senza dare spiegazioni. Secondo il portinaio si tratterebbe di Loris Ipanoff, che abita di fronte al palazzo del conte. Fedora, stringendo tra le mani la croce bizantina, giura di vendicare l’amato, mentre Gretch si precipita con i suoi uomini in casa di Loris.

La donna rimane a osservare con ansia dalla finestra l’incursione dei poliziotti. Frattanto il medico esce dalla camera da letto per annunciare che Vladimiro è morto. Gretch ritorna sdegnato poichè il presunto assassino è fuggito, mentre Fedora, affranta dal dolore, cade svenuta al suolo.

 

  • ATTO SECONDO – A Parigi, ricevimento in casa della principessa Fedora Romazoff.

Fedora ha organizzato una festa nella sua residenza parigina. Ella ha seguito Loris Ipanoff a Parigi e si è fatta corteggiare da lui sperando che, seducendolo, potrà fargli confessare l’uccisione di Vladimiro. La principessa rivela furtivamente il suo progetto all’amico De Siriex mentre accoglie gli invitati sotto lo sguardo geloso di Loris.

Al barone Rouvel (tenore) che ammira la croce appesa al collo di lei, Fedora spiega che si tratta di un antico oggetto in cui è riposto un farmaco “che sana ogni malor”.

La spiritosa contessa Olga Sukareff (soprano), anche lei in esilio a Parigi, civetta con De Siriex: russa lei, parigino lui, ognuno prende in giro con elegante complicità le doti amatorie dell’altro. In disparte Loris rivela il suo amore a Fedora, disperato del fatto che ella all’indomani ripartirà per Pietroburgo ed egli non potrà seguirla.

Frattanto un pianista polacco di nome Boleslao Lazinski, pomposamente presentato da Olga come “nipote e successore di Chopin”, inizia a suonare un Notturno attirando l’attenzione dei presenti, sicché Loris e Fedora possono continuare a dialogare indisturbati. Incalzato da lei, Loris le rivela di non poter tornare in patria poiché è accusato dell’omicidio di Vladimiro Andrejevich e a nulla varrebbe la sua discolpa contro il padre di lui e contro l’opinione pubblica che lo ha già bollato come assassino. Pressato dalle domande, l’uomo ammette di aver ucciso Vladimiro, ma di non sentirsi un assassino e di essere pronto a spiegarle in privato tutti i dettagli della vicenda. La principessa pertanto lo invita a ritornare da lei in nottata, dopo che gli altri invitati saranno andati via. Mentre tutti applaudono l’esibizione del pianista, Loris si congeda da Fedora.

La festa viene interrotta dalla notizia di un attentato perpetrato contro lo zar (si tratterebbe dell’uccisione dello zar Alessandro II da parte dei populisti, realmente avvenuta il 13 marzo 1881). La sala si sfolla rapidamente e la principessa, rimasta sola, si affretta a scrivere una lettera di denuncia nei riguardi di Loris.

Quindi, facendo uscire Gretch da un nascondiglio, gli fa sapere che finalmente Loris ha confessato il delitto e che fra poco tornerà da lei: l’ufficiale potrà appostarsi con i suoi uomini in giardino e arrestare il conte quando, a un loro segnale, ella lo manderà via. Apprendendo da Gretch che Loris ha ricevuto in segreto una lettera da parte del fratello Valeriano, Fedora aggiunge sulla denuncia il nome di Valeriano quale complice del fratello, quindi la consegna a Gretch affinché venga recapitata al capo della polizia imperiale di Pietroburgo.

Al giungere di Loris, Fedora lo accusa con veemenza di essere un nichilista come coloro che hanno appena colpito lo zar, ma egli si difende raccontandole di aver ucciso Vladimiro non già per motivi politici, ma bensì a causa di Wanda, una donna che egli aveva sposato in segreto contro il volere di sua madre e che viveva in una segreta dimora insieme con un’anziana fantesca. Vladimiro era stato loro testimone di nozze, ma poi ben presto era diventato amante di Wanda, sicché un giorno la vecchia fantesca, sorpresa da Loris mentre usciva dalla casa di Vladimiro, gli aveva confessato di aver recato all’uomo un biglietto da parte di Wanda.

Loris pertanto era entrato furtivamente in casa di Andrejevic e aveva sottratto il biglietto, su cui era scritto “Ti aspetto stasera alle nove”. Loris aveva sorpreso gli amanti e aveva ucciso Vladimiro con un colpo di pistola, rimanendo a sua volta ferito dal colpo sparatogli dal rivale. A riprova della veridicità della vicenda, Loris mostra a Fedora un pacco di lettere scritte a Wanda da Vladimiro. Leggendone una con rabbia crescente, la principessa scopre che l’uomo di cui era perdutamente innamorata scriveva all’amante di essere in procinto di nozze soltanto per interesse economico.

Loris si commuove fino alle lacrime pensando alla patria lontana e alla madre che non potrà più riabbracciare, ma Fedora, per la quale la rabbia e il desiderio di vendetta hanno lasciato il posto a una sincera passione amorosa, gli chiede scusa per aver dubitato di lui. All’udire dall’esterno il segnale dei poliziotti, la donna si getta fra le sue braccia e lo convince a passare la notte con lei.

 

  • ATTO TERZO – La villa di Fedora nell’Oberland, in Svizzera.

Fedora e Loris vivono la loro storia d’amore circondati dalla bellezza della natura. Con loro c’è anche Olga, che inizia a provare un po’ di nostalgia per la vita di città.

Loris si allontana per recarsi all’ufficio postale. Giunge De Siriex e saluta con affetto le due donne, rivelando a Olga che il pianista Lazinski, con il quale la donna ha appena interrotto una relazione a causa della gelosia di lui, in realtà è una spia al servizio del governo imperiale. I tre ci scherzano sopra, quindi il francese con modi galanti invita Olga a fare un giro in bicicletta: ella accetta con piacere e scappa via per prepararsi.

Rimasto a tu per tu con Fedora, De Siriex le rivela che Valeriano Ipanoff, fratello di Loris, è stato arrestato a Pietroburgo quale complice nell’assassinio di Vladimiro ed è stato rinchiuso in una fortezza sul fiume Neva, dove è morto annegato a causa dello straripamento del fiume; la loro madre, alla notizia della morte del figlio, è morta all’istante.

Fedora si mostra turbata, ma il loro discorso si interrompe al ritorno di Olga, che inizia a scambiare battute ammiccanti con De Siriex; i due si allontanano in bicicletta. Loris torna dalla Posta, meravigliandosi per non aver ricevuto notizie da parte dei suoi familiari. Giunge un domestico recando un telegramma e alcune lettere.

Dal telegramma inviato dall’amico Boroff, che annuncia il suo arrivo imminente, Loris apprende con gioia che gli è stata concessa la grazia: finalmente potrà tornare in patria e sposarsi con Fedora. La principessa, sempre più atterrita e perplessa, rimane stranamente in silenzio.

urtroppo, in una delle lettere, Boroff dà notizia della disgrazia incorsa a Valeriano e alla loro madre a causa della denuncia scritta da una donna russa residente a Parigi, denuncia che egli stesso sta per recare a Loris al fine di smascherare l’ignota accusatrice, contro la quale l’uomo inveisce ferocemente, mentre Fedora, sempre più affranta, cerca invano di giustificarla.

Al giungere della carrozza di Boroff, Fedora versa nella propria tazza da tè il veleno contenuto nella croce che porta appesa al collo, quindi trova finalmente il coraggio per rivelare all’amato di essere ella stessa l’artefice della denuncia. Loris non accetta giustificazioni: aggredendola con violenza, minaccia di ucciderla, ma lei, nell’atto di bere il veleno, lo implora di perdonarla poiché le restano solo pochi istanti di vita.

Quando Loris comprende il gesto fatale compiuto da Fedora, chiede disperatamente a Boroff di soccorrere l’amata, ma invano: la donna gli muore tra le braccia non prima di aver ottenuto il suo perdono, mentre in lontananza un piccolo savoiardo canta una struggente melodia.

 

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Info sull'autore

Fernando Greco

Pediatra di professione, si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia e si è specializzato con lode in Pediatria e Neonatologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Roma. Dal 2000 lavora in qualità di Dirigente Medico nell’Unità Materno-Infantile dell’ospedale “Cardinale G. Panico” di Tricase. Fin dalla più tenera età si diletta nel coltivare un’innata passione musicale. Negli anni Novanta ha fatto parte del coro “Nostra Signora di Guadalupe” di Roma diretto dal contralto Stella Salvati, sia in veste di corista sia di solista. Dal 2001 studia pianoforte con la prof.ssa Irene Scardia. In qualità di basso-baritono, cura il repertorio vocale con il maestro Michele D’Elia. Collabora con il magazine online “Il Tacco d’Italia” ed è accreditato come critico musicale per la Stagione Sinfonica della OLES, la compagnia “Balletto del Sud”, la Fondazione Petruzzelli di Bari, il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca. Viene spesso invitato a far parte di giurie e commissioni di concorsi e manifestazioni musicali.

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