The New York Times rilancia le inchieste del Tacco sul caporalato industriale di Tod’s

“Nell’economia sommersa d’Italia”: all’interno di un ampio reportage sul lavoro nero della moda italiana, le croniste del giornale statunitense riprendono un lavoro d’inchiesta durato sei mesi e costato fior di querele

 

“Made in Italy, ma a che prezzo?”: se lo chiedono Elizabeth Paton e Milena Lazazzera, redattrici del quotidiano The New York Times, che approfondiscono la piaga del lavoro nero dietro il glamour di una moda esaltata ed esportata in tutto il mondo.

Una piaga già esplorata da Marilù Mastrogiovanni, direttora del Tacco d’Italia, che nel 2013, in un’inchiesta pubblicata prima dal quotidiano il Fatto Quotidiano, poi da Dagospia e dallo stesso Tacco, ha svelato le condizioni dei lavoratori salentini in aziende calzaturiere locali, produttrici a costi bassissimi di scarpe, rivendute poi a prezzi da capogiro a marchio Tod’s.

Scarpe dal duplice prezzo: quello pagato dagli acquirenti, certo, ma soprattutto quello pagato dalle donne che cuciono in casa le tomaie, ricevendo dai 70 ai 90 centesimi di euro al paio; quello pagato da imprenditrici e imprenditori con retribuzioni imposte dall’alto e contratti “sulla parola”; quello che i vertici aziendali Tod’s, si legge nell’atto di citazione di una delle aziende vittima del caporalato industriale, hanno definito “flessibilità salentina”.

Il New York Times cita espressamente l’inchiesta di Mastrogiovanni, arricchendola di particolari da altre zone d’Italia.

 

L’INCHIESTA DEL NEW YORK TIMES

“All’interno di un mercato del lavoro in crisi, migliaia di lavoratori a domicilio, sottopagati, creano indumenti di lusso senza contratto o assicurazione”, scrivono Paton e Lazazzera, che raccontano storie di donne, soprattutto, sfruttate, (sotto)pagate in contanti e non assicurate: come una donna (ma lei stessa ammette di conoscere tante altre nella sua situazione) che a Santeramo in Colle (BA) cuce in casa cappotti MaxMara (rivenduti poi ad un prezzo che va dagli 800 ai 2mila euro) per un euro al metro: il compenso più alto mai ricevuto è stato pari a 24 euro, per un intero cappotto.

Citando un’indagine condotta da Università Bocconi e Fondazione Altagamma, l’inchiesta riporta che il settore della moda nel 2017 ha dato lavoro, direttamente e indirettamente, a oltre 500mila lavoratrici e lavoratori.

Le irregolarità si riscontrano soprattutto al Sud, dove si risente maggiormente di un’economia storicamente debole, ulteriormente gravata dalla situazione economica.

Dati Istat quantificano in circa 3mila e 600 il numero di lavoratori regolari da casa nel settore della moda, mentre non ci sono dati certi su chi lavora senza contratto.

Tra chi ha cercato di indagare in questo mondo sommerso, il NY Times cita Tania Toffanin, autrice del libro “Fabbriche invisibili”, che quantifica tra i 2mila e i 4mila i lavoratori irregolari dell’abbigliamento italiano.

“Quanto più si va a fondo nella filiera, tanto più crescono gli abusi”, sostiene Deborah Lucchetti, fautrice della Campagna Abiti Puliti. La struttura frammentaria del settore manifatturiero, fatto di migliaia di piccole e medie imprese, spesso a conduzione familiare, fa sì, secondo Lucchetti, che anche in uno Stato avanzato come l’Italia si verifichino forme di irregolarità come il lavoro non contrattualizzato da casa.

Ancora Lucchetti fa presente il caso dei brand di lusso che affidano a terzi il compito di individuare in altre aree geografiche, più convenienti, aziende manifatturiere che producano indumenti e accessori, negoziando direttamente le condizioni contrattuali.

 

IL “METODO SALENTO”

Quest’ultimo è il caso del triangolo tra Tod’s, Euroshoes e le aziende salentine sfruttate, direttamente o indirettamente, dal marchio di proprietà Della Valle.

Il New York Times dedica un lungo paragrafo al caso di Carla Ventura, la cui impresa calzaturiera, Keope Srl di Casarano (LE), è fallita proprio perché non in grado di sostenere i costi di produzione con i pagamenti, imposti dall’alto, per la produzione di scarpe Tod’s.

L'inchiesta del Fatto Quotidiano su Della Valle, poi censurataLe autrici del reportage hanno sentito Eugenio Romano, avvocato di Ventura in un processo ancora in corso (la prossima audizione in tribunale è fissata al 26 settembre): “Parte del problema, qui, è che i lavoratori accettano di rinunciare ai propri diritti pur di lavorare”, sostiene Romano, che riassume così il “metodo Salento”, “brevettato” dai caporali industriali, loro sì, in abiti griffati: “Sii flessibile, usa i tuoi metodi, tu sai come muoverti quaggiù”.

“Un report di Abiti puliti (“Il vero costo delle nostre scarpe”, ndr), che include un’inchiesta del giornale locale Il Tacco d’Italia, sul caso della signora Ventura, rivela che altre aziende produttrici di suole cucite a mano si servivano di donne che lavoravano irregolarmente da casa. La paga sarebbe stata dai 70 ai 90 centesimi al paio, il che significa che in 12 ore una lavoratrice avrebbe potuto guadagnare dai 7 ai 9 euro”, riporta l’articolo.

 

IL METODO DELLA VALLE

L’inchiesta oggi citata dalla prestigiosa ed autorevole testata statunitense ha creato non pochi problemi al Tacco e alla sua direttora, che si è vista querelata in prima persona da Andrea Della Valle e dal gruppo Tod’s in quanto autrice di quanto pubblicato.

Una querela ad personam, non alla testata Il Fatto Quotidiano o al portale Dagospia, entrambi con un’audience nazionale, ma alla giornalista, freelance, responsabile di una piccola redazione di provincia.

La querela temeraria è stata archiviata dalla gip Annalisa De Benedictis nel 2015, su richiesta del pubblico ministero Antonio Negro, della Procura di Lecce. La giornalista aveva solo esercitato il suo diritto di cronaca e di critica, su una questione, lo sfruttamento di lavoratori e imprenditori, di interesse pubblico.

I costi? Le spese legali e l’interruzione del rapporto professionale con Il Fatto Quotidiano, per limitarsi a quelli economici.

 

// PER SAPERNE DI PIU’

Inside Italy’s shadow economy

Tod’s e i Cinesi d’Italia

Diego Della Valle e il Fatto Quotidiano: maldestro tentativo di imbavagliare l’informazione

 

 

 

 

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Info sull'autore

Francesca Rizzo

Una laurea in Comunicazione, una specializzazione in Giornalismo e cultura editoriale. Dalla "cucina" (web) del giornale a quella di casa il passo è breve.

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