Dalla Bulgaria a Foggia: la mafia delle “brutte facce” che gestisce il caporalato

La mafia bulgara, nucleare, spietata, “adhocratica”. E’ la mafia 4.0. I 16 migranti morti a Foggia mentre tornavano dal lavoro sui campi di pomodori viaggiavano su camioncini rubati di targa bulgara. Ecco come è attiva in Italia e con chi collabora

di Marilù Mastrogiovanni

 

Viaggiavano su furgoncini con targa bulgara i 16 braccianti africani schiavizzati dai caporali nelle campagne del foggiano e morti tra le lamiere.

La mafia bulgara ha un ruolo centrale nello sfruttamento dei migranti sui campi.

Le relazioni della Direzione nazionale antimafia e della DIA mappano da dieci anni le infiltrazioni della mafia bulgara nell’economia agricola, i suoi contatti con le mafie autoctone, le reciproche convenienze e collaborazioni.

E’ agromafia, e ci arriva direttamente nel piatto.

In particolare la mafia bulgara ha radici solide nel foggiano e risponde all’esigenza di fornire manodopera a basso costo alle aziende agricole.

In Italia sono 30mila quelle che ricorrono al caporalato illegale. Di queste, il 40% ricorre al caporalato contiguo alle mafie.

Le stime arrivano dal quarto Rapporto sul capolarato dell’Osservatorio Placido Rizzotto per Flai Cgil e danno uno spaccato che non lascia spazio ai dubbi.

La Bulgaria, il paese più povero dell’Europa, per la sua posizione di cerniera con il mar Nero, offre base logistica per lo smistamento di migranti verso il Vecchio Continente. E’ lo smuggling, il “contrabbando di esseri umani”, oppure il traffiking, cioè la “tratta degli esseri umani”: due attività gestite collaborando o senza pestare i piedi alle altre mafie, africane, indiane, pakistane, albanesi, cinesi, russe, ucraine, nigeriane.

 

INDICE INCHIESTA:

L’ESERCITO DEGLI SCHIAVI NEL NOSTRO PIATTO

I BRACCIANTI REGOLARI

IL LAVORO IN GRIGIO DEI FANTASMI

IL MODELLO NUCLEARE

LE INCHIESTE SUL CAPORALATO

LA MAFIA DELLE “BRUTTE FACCE”

LE PRINCIPALI ATTIVITA’ DELLA MAFIA BULGARA

CHE COSA SI PUO’ FARE

INFO DI SERVIZIO

L’ESERCITO DEGLI SCHIAVI NEL NOSTRO PIATTO

Tutte le mafie alimentano il gran mercato degli esseri umani, che in Italia, nel settore agricolo, conta 430mila persone.

Delle 430mila persone soggette a lavoro irregolare o capolarato, si stima siano 130mila sui campi quelle a rischio schiavitù.

 

I BRACCIANTI REGOLARI

La Uila Uil ci fornisce i dati dell’anagrafe Inps, da cui risulta che la provincia di Foggia è la provincia italiana con il maggior numero di braccianti regolari iscritti: 50.185.

Il gruppo più numeroso è quello degli italiani (28.225, cioè il 56,2%); gli stranieri sono 21.960, pari al 43,8%.

Gli stranieri residenti nella provincia di Foggia sono l’8% della popolazione, contro la media nazionale dell’1,6%.

La comunità più grande di stranieri regolari a Foggia è quella dei rumeni (9.759), seguita dai bulgari (3.879).

Dall’Africa in totale arrivano 4.960 lavoratori, soprattutto dal Marocco (1.102), Mali (1.090), Gambia (430), Guinea (239).

 

IL LAVORO IN GRIGIO DEI FANTASMI

Per accedere al sussidio di disoccupazione cui ha diritto, il bracciante agricolo deve lavorare 50 giornate l’anno, con contratto regolare e contributi.

La maggior parte dei braccianti iscritti all’anagrafica Inps di Foggia, cioè quelli “teoricamente” regolari, lavorano meno di 30 giornate l’anno: sono 18.515 persone che, dopo aver lavorato si trovano senza rete e dunque soggette a lavoro “grigio”, come è definito dagli addetti ai lavori, cioè un limbo fatto di una promessa di regolarità contributiva che non arriverà mai.

Di questi lavoratori e lavoratrici deboli, 5.675 sono italiani e 12.840 sono stranieri.

Queste persone, finite le giornate di lavoro regolare, ripiombano nel giogo del ricatto: la retribuzione passa da 6,56 euro l’ora per un massimo di quattro ore, a 2-3 euro l’ora per 12 ore sui campi.

Questi braccianti sono di fatto schiavi, anche se non sono sotto il ricatto delle mafie: non sono costretti a comprare l’acqua, il panino, ad utilizzare il trasporto abusivo dei caporali, non dormono nelle tendopoli.

Per noi sono fantasmi, con un vita apparentemente normale, per tutelare la quale non sono disponibili a parlare e a denunciare. Sono vittime di un sistema imprenditoriale paramafioso che i sindacati cercano di far emergere.

 

IL MODELLO NUCLEARE

Le lavoratrici e i lavoratori vittime innocenti di mafia invece, quell’esercito di 430mila schiavi, sono sottomessi ai caporali.

La mafia più dinamica e violenta e quella che gestisce il gruppo più numeroso di schiavi è quella bulgara.

Scrive la Direzione nazionale antimafia nell’ultima relazione che i reati di questa mafia organizzata su base etnica sono soprattutto “relativi al traffico di stupefacenti, al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, al contrabbando di T.L.E., nonché al traffico di armi, alla tratta di esseri umani ed alla riduzione in schiavitù finalizzata allo sfruttamento sessuale, lavorativo e nell’accattonaggio delle vittime.

Gli ultimi anni hanno, tuttavia, evidenziato segnali di alleanze con gruppi criminali di altra matrice etnica, nonché segnali cooperazione tra soggetti bulgari e sodalizi ‘ndranghetisti”.

A Foggia, leggiamo nelle relazioni della Dia e della DNA degli ultimi 10 anni, la mafia bulgara come la maggior parte delle mafie straniere ha un modello nucleare e reticolare: piccoli gruppi che collaborano tra loro e che non necessariamente rispondono ad un vertice nella terra d’origine. Sono nuclei disposti ad accordarsi o a stringere accordi di non belligeranza in base a precisi obiettivi criminali. Per la loro struttura flessibile, collaborano volentieri con le mafie italiane per le quali, spesso, fungono da agenzie di servizi. E’ la mafia “adhocratica”, quella che si allea con altre per raggiungere obiettivi specifici. Dimentichiamo il vecchio schema di “Cosa nostra”, superato. Questa è la mafia 4.0.

Potremmo dire che le mafie collaborano tra loro per delinquere e assoggettare persone, territori, economie, più di quanto siano in grado i cittadini di collaborare con lo Stato per contrastarle. Più di quanto siano in grado di collaborare tra di loro i vari livelli dello Stato e le diverse pubbliche amministrazioni, per creare un argine, sottraendo dalla filiera alcuni dei “servizi” garantiti dalle mafie agli stessi schiavi. E’ molto difficile contrastare le mafie nucleari, perché anche se si smembra un nucleo o si assicura alla giustizia il vertice di un gruppo, gli altri nuclei si riorganizzano immediatamente per coprire quel vuoto.

Immaginiamo una piscina piena di palline colorate: le mafie nucleari sono così. Tolta una, le altre si ridistribuiscono per coprire gli spazi.

Ho raccolto dalla viva voce dei migranti schiavizzati, poi diventati testimoni di giustizia, dopo aver denunciato il loro aguzzini, le modalità di funzionamento dei nuclei criminali, che per il traffiking, la tratta degli esseri umani, funzionano come i nuclei terroristici: quando con l’efficacia dell’azione degli inquirenti viene smembrato un nucleo, subito viene sostituito da un altro, senza compromettere la fitta rete internazionale che “tiene” compatto il sistema.

L’ho fatto in un documentario finanziato dal premio “Ilaria Alpi-Biocr” e andato in onda su Rai News 24 nello spazio “Reporter” di Maurizio Torrealta.

Il racconto di quel viaggio e quel reportage, è stato pubblicato ora sulla rivista scientifica “De Genere”, nello speciale su Migrazioni e archivi culturali TransMediterrAtlantici, curato dal gruppo di ricerca “S-Murare il Mediterraneo”: un gruppo di ricercatori dell’Università di Bari che si pone l’obiettivo di abbattere i muri che sono fuori e dentro di noi.

In quel caso ho ripercorso fino al confine tra Turchia e Siria le tappe del viaggio, in cui i migranti sono staffette passate di mano in mano da un gruppo criminale all’altro e ho appreso dalla voce del direttore dell’Europol Rob Wainwright, che ho incontrato all’Aia e dal capo della Polizia greca, che mi ha

ricevuto presso la sede centrale ad Atene, le dinamiche di funzionamento delle mafie internazionali specializzate nella tratta di esseri umani. Tutte, funzionano come agenzie di servizi per soddisfare le esigenze della fortezza Europa.

E l’estate, a Foggia, sui campi di pomodori per l’agroindustria, cioè quelli con cui viene fatto il sugo per il nostro ragù invernale, l’esigenza delle imprese – ITALIANE – è di trovare forza lavoro a basso costo che faccia competere sul prezzo i prodotti agroindustriali, lanciati sul mercato globale.

 

LE INCHIESTE SUL CAPORALATO

La Puglia, riveste un ruolo di primo piano nei traffici internazionali degli esseri umani, sia perché è una base logistica centrale, sia perché il settore agricolo ha bisogno di braccia sempre più giovani e forti.

La procura di Lecce, tra le prime in Italia a configurare il reato di tratta e caporalato, nell’inchiesta per la morte di Abdullah Mohamed, sudanese morto il 20 luglio del 2015 nella campagne di Nardò, ha rinviato a giudizio nel marzo scorso, contestando il reato di caporalato, il caporale di nazionalità sudanese e l’imprenditore locale: Mohamed Elsalih di 37 anni e Giuseppe Mariano di Porto Cesareo, 80 anni, marito della titolare dell’azienda omonima.

Abdullah Mohamed aveva 49 anni ed era lavoratore stagionale. Stava raccogliendo pomodori tra Nardò e masseria Boncuri. La temperatura accertata era di 40 gradi all’ombra quando si è accasciato per un malore. L’autopsia ha accertato che il suo cuore è scoppiato, stremato dalla fatica.

L’indagine dei Ros, coordinata dalla pm Paola Guglielmi, ha verificato che fino al 2015 i pomodori raccolti da Abdullah, che non aveva contratto ed era vittima del caporale, erano destinati ad alcuni dei più noti marchi per la

trasformazione del pomodoro:

  • Mutti,
  • Conserve Italia (Cirio),
  • La Rosina.

Le aziende blasonate se ne sono lavate le mani, precisando che si fidano delle dichiarazioni delle ditte locali, le quali assicurano che la filiera è garantita.

Un sistema che, è evidente, fa acqua da tutte le parti. E che per questo conviene a tutti.

 

LA MAFIA DELLE “BRUTTE FACCE”

Secondo Tihomir Bezlov, Senior Analyst del Centro per la Ricerca e la democrazia di Sofia, esperto di criminalità bulgara, la criminalità organizzata in Bulgaria è caratterizzata da ex agenti dei servizi segreti, membri della vecchia nomenclatura, professionisti ed anche ex atleti di lotta e di atletica pesante chiamati “mutri” (ovvero brutte facce).

Per la DNA la “mafia bulgara” è tra le più pericolose, con quella albanese, romena, nigeriana, marocchina/tunisina, colombiana, russa e cinese. Scrivono gli inquirenti: “I sodalizi criminali bulgari, sono organizzati con meccanismi militari o paramilitari e manifestano una eccezionalmente sviluppata capacità di intimidazione violenta dei testimoni delle proprie imprese criminali, nella sperimentazione pratica non si esita il ricorso all’omicidio”.

Nel 2015 in Italia gli imputati bulgari per mafia sono stati 31, gli albanesi a 351 e i romeni a 314. L’azione di contrasto da parte delle forze dell’ordine dunque raccoglie dei risultati tangibili ma non sufficienti ad arginare un fenomeno diffuso e ben accetto dall’economia “sana”.

Questo perché i servizi offerti dalle mafie sono richiesti dalle aziende italiane.

Sono circa 150-250 affiliati alla mafia bulgara e gestire i traffici in Italia, organizzati da 30-50 capi, i vertici ad alta specializzazione criminale e pericolosità sociale.

Organizzata sul modello nucleare delle mafie transnazionali e delle reti terroristiche, è molto probabile che a questi 30-50 vertici corrispondano altrettanti nuclei mafiosi, che collaborano in reti, flessibili e agili, tra di loro e con altre mafie.

Si tratta di gruppi criminali con modalità di azione diversa in base alle diverse specializzazioni, capaci di garantire i diversi servizi e braccia fresche per lo sfruttamento sui campi: una volta fatti arrivare a destinazione i migranti clandestini, fungono da intermediari per trovare aziende che vogliono farli lavorare in nero, contrattano con queste le retribuzioni e garantiscono i successivi servizi, cioè il trasporto, la fornitura di acqua, cibo, baracche.

Ognuno di questi diversi passaggi è gestito da un gruppo criminale diverso e specializzato.

I migranti, a cui spesso sono sottratti i documenti, sono così stretti in una morsa da cui è difficile liberarsi.

Vittime dello stesso gioco sono i bulgari di etnia Rom, incluse donne e bambini, sfruttati per la prostituzione e l’accattonaggio.

 

LE PRINCIPALI ATTIVITA’ DELLA MAFIA BULGARA

Questi sono i principali reati associativi relativi all’immigrazione irregolare, alla tratta di esseri umani, al lavoro nero e forme di grave sfruttamento (Anni 2006/2017, fonte: DNA)

  • Narcotraffico, questua forzosa, traffico di armi, stampa e commercio di valuta falsa in euro/dollari
  • Borseggio, accattonaggio forzoso, traffico di armi, compravendita di macchine
  • Narcotraffico connesso alla compravendita auto di lusso rubate
  • Narcotraffico connesso al contrabbando sigarette
  • Borseggio, accattonaggio forzoso, cybercrime, auto rubate
  • Falsificazione documenti di ingresso per migranti irregolari, tratta di minori, anche Rom
  • Caporalato, asservimento di gruppi di connazionali nel settore agricolo
  • Falsificazione documenti di ingresso per migranti irregolari, tratta di esseri umani, anche Rom
  • Sfruttamento sessuale e lavorativo, asservimento di connazionali mediante forme diverse di caporalato, riduzione in schiavitù
  • Falsificazione documenti, ingresso migranti irregolari
  • Ricerca lavoro dietro pagamento, sfruttamento lavorativo
  • Tratta di esseri umani
  • Sfruttamento della prostituzione, caporalato
  • Ingresso migranti irregolari, tratta di esseri umani, specialmente Rom e altri gruppi di stranieri
  • Sfruttamento sessuale, sfruttamento lavorativo di connazionali mediante forme diverse di caporalato.

 

CHE COSA SI PUO’ FARE

Oltre all’azione di contrasto portata avanti dagli inquirenti e dalla magistratura, più efficace anche grazie alla legge su caporalato, la numero 199 del 2016, e all’azione di sensibilizzazione e sostegno dei sindacati e delle associazioni, è necessario sottrarre alle mafie nucleari pezzi di business.

Lo Stato cioè deve garantire i servizi che altrimenti sono coperti dalle mafie.

Ecco perché Flai Cgil è impegnata da tempo sui vari tavoli prefettizi attivati nelle provincie pugliesi, perché il servizio di trasporto sui campi sia garantito da mezzi pubblici.

Eppure, per fare un esempio, il “tavolo” di discussione presso la prefettura è stato rimandato fino ad oggi, 8 agosto, in contemporanea con la manifestazione a Foggia. Ad oggi, denuncia Monica Accogli – Flai Cgil Lecce, il tavolo è stato convocato con un nulla di fatto e il trasporto sui campi è in mano ai caporali.

Intanto, possiamo condire la pasta e la pizza con sugo di pomodoro e con pomodori pelati prodotti dalle cooperative in cui i braccianti, migranti, siano soci lavoratori: uomini liberi, che percepiscono uno stipendio equo fissato dai contratti nazionali di categoria.

Ci sono. E così almeno non diventiamo complici, come invece lo siamo quando mangiamo i prodotti delle agromafie.

 

INFO DI SERVIZIO

Per chi volesse acquistare bottiglie di pomodoro “Sfruttazero”, contattare 327.5306166 – 333.5445346 – venditedirittiasud@gmail.com .

Oppure rivolgersi a Associazione Diritti a Sud, via Salvatore Napoli Leone, 13 – 73048 Nardò (LE), tel. 340.8550770 – 320.0281401

 

foto di Marco Nicastro, vicepresidente Confeuropa, postata su Facebook con il commento: “SS 16 STAMATTINA ! Dopo la disgrazia di ieri, NIENTE È CAMBIATO !
Ma chi è IL VERO COLPEVOLE ???”

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Info sull'autore

Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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