“Palombari”, tracce di identità estraniate

di Antonio Lupo

Le prestigiose stanze di palazzo Comi, a  Gagliano del Capo (LE) ospitano fino all’undici agosto alcune opere di Ingrid Simon e Fernando Schiavano. I due artisti hanno alle spalle una collaborazione già consolidata che li ha visti co-protagonisti in altre performances, a partire dal sodalizio collettivo Starter fin dal 2005.

Ingrid Simon si affida alle potenzialità video-fotografiche offerte dalla immersione in acqua, elemento primario al centro della sua ricerca e focus della sezione dedicata all’artista di origine viennese, formatasi nel campo dell’incisione e della serigrafia.

Nelle numerose occasioni artistiche personali e collettive maturate in questi anni, ha realizzato lavori che rinviano ad una dimensione  identitaria e allo stesso tempo di estraniamento, quasi di identità estraniate. Così gli indumenti abbandonati a terra da chi è costretto a fuggire (Present Continuous), o i paradigmi di un verbo lontano dalla propria lingua (Pronom Personnel, 1989), si  affidano anche al mezzo linguistico, alla parola che accompagna le immagini. Una ricerca che continua con controfigure fluttuanti nell’acqua (Muta,mutando e Controfigura, 2009), o con indumenti che prendono forma sul gioco delle onde (Ronda,  2014) in una fluidità plasmabile del convivere con l’acqua, nell’acqua ( Nobody. Nel gioco delle onde, 2018).

Scava in un passato ancora vivo nel presente Fernando Schiavano, attraverso un caleidoscopio di segni (Labirinto mistico, 2016) e di oggetti, ormai sfuggiti alla vista, eppure presenti nella memoria, in una dimensione quasi a  specchio (Doppio padre, 2010), una matrice originaria da ritrovare.

Così la vecchia busta da lettere, obliterata nell’era di internet, pur decontestualizzata nella sua tridimensionalità, può riportare ai primi disegni dell’infanzia, ma anche a riflessioni filosofiche, come l’insieme di casette costruite con fragili legnetti  (Considerazione geometrica dell’Etica, 2018, Opera fragile, 2018).

Forse fragile, ma certamente non effimera, è perciò l’eco dei rimandi e delle suggestioni. Uno scavo dentro esistenze trascorse, nel vissuto di identità estraniate: le sue combinazioni di oggetti e scritture desuete  ritrovano la memoria, in un viaggio mnemo-visivo.

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