Festival della Valle d’Itria: Rossini e dintorni

Di Fernando Greco

(Foto di Paolo Conserva, Marta Massafra, Fabrizio Sansoni, Cecilia Vaccari)

 

L’impeto creativo e la proverbiale goliardia di Gioachino Rossini (1792 – 1868) hanno trovato rinnovato sfogo nelle iniziative realizzate dal 44° Festival della Valle d’Itria in occasione del 150° anniversario della scomparsa del grande compositore. Prima fra tutte lo spettacolo “Figaro su, Figaro giù…! Rossini e il Barbiere: tutta un’altra storia”, originale rivisitazione del “Barbiere di Siviglia” nata dall’incontro tra la popolare opera rossiniana e la tradizione tutta meridionale del tarantismo, incontro rivelatosi di singolare coerenza grazie all’intelligente progetto drammaturgico di quel geniaccio irriverente (e perciò squisitamente “rossiniano”) di Gianmaria Aliverta, regista già noto al pubblico martinese per aver allestito un’insolita “Incoronazione di Poppea” nel 2015. Testi originali di Francesco Micheli.

 

PIZZICHI D’AMORE

Il morso della tarantola infondeva tra i nostri antenati quell’“infinita voglia di amare” (secondo le parole dello stesso Aliverta), era quel dionisiaco “pizzicu d’amore” che implicava la perdita delle buone maniere a vantaggio di un approccio più carnale e più diretto alle relazioni umane. La società attuale, escludendo la tarantola e costringendola a nascondersi sotto le pietre, ha allontanato da sé l’ancestrale fuoco dell’imprevedibilità, privandosi della gioia di vivere più autentica.

Ma la tarantola ha ancora assi nella manica, può tornare a “scazzecare” le persone mettendo scompiglio nella loro vita, come succede nella trama del Barbiere, opportunamente attualizzata, in cui il tarantolato Figaro innesca la miccia delle pirotecniche vicende che tutti conosciamo. In scena c’è sempre lei, la tarantola, interpretata con irresistibile simpatia da Elio (quello delle Storie Tese), che tra i diversi momenti musicali recita l’apologia di sé stessa, mordendo di tanto in tanto i protagonisti e scatenando “quella smania, quel pizzicore” in cui tutti resteranno invischiati, compresa la cameriera Berta che alla fine si accoppierà con lo stesso Elio – tarantola. Peraltro nel secondo atto si scoprirà un importante antefatto (liberamente tratto da “Le nozze di Figaro”, seconda parte della Trilogia di Beaumarchais): Figaro è figlio inconsapevole dell’austero dottor Bartolo, essendo stato concepito in seguito al morso della tarantola per cui il giovane dottore aveva intrapreso un’avvincente passione amorosa, terminata bruscamente con lo smarrimento dell’amata tra i carri del Carnevale. Da allora Bartolo ha rinnegato per sempre il suo desiderio d’amore, uccide le tarantole e sparge triste grigiore nel paesino meridionale di cui frattanto è diventato sindaco, ignorando di essere padre di Figaro, un tarantolato congenito.

L’adattamento della partitura effettuato da Daniele Durante ha previsto, accanto all’orchestra sinfonica tradizionale, numerosi interventi dell’Ensemble strumentale de “La Notte della Taranta” di Melpignano, facendo spesso scoprire all’ascoltatore quanto l’immortale musica di Rossini si adattasse in maniera ottimale al ritmo del tamburello, a partire dalla Sinfonia iniziale. Molto suggestivo, ad esempio,  l’inserimento della pizzica nel recitativo tra Figaro e Rosina che precedeva il duetto “Dunque io son”. La presenza di alcuni brani tratti dal Barbiere di Paisiello ha sottolineato ancor meglio l’elemento pre-tarantola rappresentato dalla staticità e il rigore in contrapposizione con l’invasato turbine rossiniano. L’orchestra sinfonica era quella della ICO-Magna Grecia diretta da Giuseppe Grazioli: durante la sera della prima, il 21 luglio, la microfonatura ha impietosamente amplificato fastidiosi scollamenti sonori presenti soprattutto tra gli archi. Ammirevole la freschezza del corpo di ballo de “La Notte della Taranta” con i solisti Laura Boccadamo, Carla Del Giudice, Fabrizio Nigro e Nicola Simonetti.

Molto omogeneo il cast vocale, in cui tutti hanno mostrato grande motivazione scenica nei confronti di questo inconsueto allestimento. In particolare si è fatta apprezzare la spigliata Rosina di Maria Aleida, soprano dal pregevole virtuosismo. Il Don Bartolo di Marco Filippo Romano ha sfoderato voce e vis scenica impagabili, come già nella “Margherita d’Anjou” dell’anno scorso. Delizioso aplomb scenico e bella voce baritonale per il Figaro di Daniele Terenzi. Il tenore David Ferri Turà ha vestito i panni di Almaviva in maniera impeccabile, senza però eseguire il rondò finale. La possente voce del basso Peter Kellner ha dato vita a un singolare Don Basilio visto dal regista come un effeminato mangiauomini. Irresistibile la Berta di Hannah Fraser, allieva dell’Accademia Celletti. Giustamente caricaturale l’attore Davide Gasparro nel ruolo di Ambrogio.

Tra le coloratissime scene di Benito Leonori e i costumi in stile Grease di Sara Marcucci e Francesco Bondì, si inserivano anche alcune grandi maschere realizzate dalla fondazione Carnevale di Putignano, che sembravano ricordare personaggi felliniani: Gelsomina e Zampanò de ”La Strada” e la prosperosa tabacchina di “Amarcord”.

Applausi sinceri e divertiti da parte di un pubblico abbondante nei confronti di questo spettacolo tutto pugliese che sarà replicato nel Fossato del Castello di Otranto il prossimo 3 agosto.

 

RAGIONE E SENTIMENTO

Molto interessante la Soirée Rossini del 18 luglio in cui, nella suggestiva cornice del chiostro di San Domenico, il direttore artistico del Festival Alberto Triola e il presidente Franco Punzi hanno consegnato il Premio Celletti 2018 al basso Michele Pertusi, voce rossiniana di gran pregio, che ha regalato al pubblico la commovente testimonianza della sua relazione artistica e personale con il compianto Rodolfo Celletti (1917 – 2004), storico direttore artistico del Festival. Erede della vocalità di Filippo Galli ovvero il destinatario delle pagine più impegnative scritte da Rossini per voce di basso, Pertusi ha inoltre incantato l’uditorio con l’autorevole esecuzione del brano “All’invito generoso” tratto dal Maometto II e della popolare “Calunnia” tratta dal Barbiere di Siviglia, facendosi apprezzare ancora una volta per una comicità sempre controllatissima e mai caricaturale, secondo le indicazioni di Celletti per il quale “Un artista è diviso in due: una parte razionale e una emotiva. Nessuno di questi due elementi deve prevaricare sull’altro”.

La serata, nel più puro spirito di un concerto da salotto, è stata impreziosita da altri solisti degni di nota. Il soprano Maria Aleida ha eseguito alla perfezione alcuni brani tratti dalle Soirées Musicales e l’aria “Là pugnai; la sorte arrise” tratta da “Aureliano in Palmira”, opera con cui la cantante ha debuttato al Festival nel 2011. Giusta dose di emotività e razionalità da parte del clarinettista Nicolai Pfeffer e del violinista Yury Revich (Giovane Artista dell’anno 2015 per l’International Classical Music Awards) alle prese con brani di estremo virtuosismo ispirati a famosi temi rossiniani, tra cui le Variazioni per violino sull’aria “Non più mesta” scritte da Niccolò Paganini (1782 – 1840) e la Fantasia per clarinetto sull’aria “Ecco ridente in cielo” composta da Ivan Muller (1786 – 1854). Non ha suscitato particolari impressioni la scolastica performance del pianista Simone Di Crescenzo.

 

DEDICATO A ZEDDA

Dal chiostro si è passati al Palazzo Ducale per lo spettacolo “Tra dolci e cari palpiti” del 20 luglio, nuovo itinerario rossiniano dedicato alla memoria di Alberto Zedda (1928 – 2017), imponente figura di musicologo e musicista nonché massimo artefice della Rossini Renaissance. Non a caso il programma comprendeva la cantata intitolata “La riconoscenza”, scritta da Rossini nel 1821 per Maria Luisa di Borbone duchessa di Lucca, ma idealmente dedicata da parte del Festival al grande studioso, come riportato da Giovanni Vitali sul programma di sala: “La riconoscenza è quella che gli dobbiamo per quanto ha fatto e, soprattutto, per la competenza, la passione, l’entusiasmo che ha riversato nelle sue molteplici attività. Alberto manca a tutti noi, manca alla musica, manca a Rossini, il compositore al quale ha dedicato tutto se stesso”.  Deliziosa l’esecuzione martinese, che ha consentito all’ascoltatore di scoprire, tra le atmosfere pastorali della cantata, esplicite anticipazioni della “Semiramide” nonché virtuosistici momenti di canto in squisito stile rossiniano, tra cui le pirotecniche pagine destinate al tenore, ricordando che il compositore le scrisse per il famoso Giovanni Battista Rubini. A Martina il tenore David Ferri Turà ha comunque fatto valere il suo squillo e la sua coloratura in perfetto sodalizio con gli altri tre interessanti solisti: accanto alla sempre inappuntabile Carmela Remigio e al corretto basso Christian Senn, è emerso l’impressionante volume e il carezzevole velluto timbrico del mezzosoprano Teresa Iervolino. Altri dieci solisti del Festival, tra cui Maria Aleida, Kim-Lillian Strebel, Davide Terenzi, Marco Filippo Romano e Vasa Stajkic si sono affiancati ai quattro per l’esilarante pezzo concertato tratto dal “Viaggio a Reims”, che dava il titolo alla serata. In programma anche l’“Introduzione, tema e variazioni” per clarinetto e orchestra, con la partecipazione del sempre perfetto clarinettista Nicolai Pfeffer e le sinfonie de “La gazza ladra” e del “Guillaume Tell”, brani in cui il direttore Fabio Luisi ha fatto suonare l’orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala in maniera strepitosa, al pari di orchestre più blasonate, ottenendo sonorità sempre plastiche e coinvolgenti, quasi proto-verdiane nell’infuocato finale della sinfonia del Tell che ha innescato l’infiammato e scrosciante applauso al termine della serata.

 

INTORNO A CENERENTOLA

Vivere il Festival della Valle d’Itria significa non soltanto godersi gli spettacoli serali del Cartellone ufficiale, ma anche lasciarsi inondare da tanta buona musica che irrompe nel borgo barocco quando meno te l’aspetti, come in occasione dei Concerti del Sorbetto che si svolgono nel chiostro di San Domenico alle ore 17,00, iniziative a ingresso gratuito con vero sorbetto finale offerto dallo storico Caffè Tripoli di Martina Franca.

Nel pomeriggio del 21 luglio  si è svolto un ulteriore itinerario rossiniano, intitolato “Cenerentola, vien qua!” dedicato alla favola di Cenerentola filtrata attraverso la celebre opera rossiniana, di cui si è ascoltata la sinfonia iniziale nella trascrizione per pianoforte a quattro mani scritta da Giulio Castronovo, e il balletto “Cinderella” di Sergej Prokof’ev (1891 – 1953), di cui è stata eseguita la suite trascritta per due pianoforti da Mikhail Pletnev. Il pluripremiato duo pianistico formato dalle due sorelle lettoni Anastasia e Liubov Gromoglasova ha letteralmente galvanizzato l’attenzione del pubblico nei riguardi di un’esecuzione in linea con la grande scuola pianistica russa di cui le due esecutrici si sono fatte eredi, trasmettendo rigore tecnico e fervida passionalità. Tra i due brani strumentali, il soprano Kim-Lillian Strebel, attualmente allieva dell’Accademia Celletti, ha interpretato l’aria “Seule je partirai, mon père” tratta dalla “Cendrillon” di Jules Massenet (1842 – 1912) accompagnata al pianoforte da Anastasia Gromoglasova: senza timore di esagerare, si può dire che si sia trattato di una delle migliori performance del Festival, grazie a una voce meravigliosa e perfettamente partecipe di quelle palpitanti mezze-tinte tipiche dello stile di conversazione massenettiano, accompagnata da un eccezionale tessuto pianistico che respirava e soffriva con lei, provocando la sincera commozione dell’ascoltatore.

Alla fine, sorbetto per tutti!

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Fernando Greco

Pediatra di professione, si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia e si è specializzato con lode in Pediatria e Neonatologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Roma. Dal 2000 lavora in qualità di Dirigente Medico nell’Unità Materno-Infantile dell’ospedale “Cardinale G. Panico” di Tricase. Fin dalla più tenera età si diletta nel coltivare un’innata passione musicale. Negli anni Novanta ha fatto parte del coro “Nostra Signora di Guadalupe” di Roma diretto dal contralto Stella Salvati, sia in veste di corista sia di solista. Dal 2001 studia pianoforte con la prof.ssa Irene Scardia. In qualità di basso-baritono, cura il repertorio vocale con il maestro Michele D’Elia. Collabora con il magazine online “Il Tacco d’Italia” ed è accreditato come critico musicale per la Stagione Sinfonica della OLES, la compagnia “Balletto del Sud”, la Fondazione Petruzzelli di Bari, il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca. Viene spesso invitato a far parte di giurie e commissioni di concorsi e manifestazioni musicali.

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!