L’appello di Maria Grazia Mazzola alla città di Bari: “Ribellatevi al sonno della cultura mafiosa!”

La testimonianza di Maria Grazia Mazzola, inviata speciale della Rai che il 23 maggio 1992 da cronista ha raccontato sul posto ciò che ha visto

 

In piazza del Redentore, parrocchia-presidio antimafia nel quartiere Libertà, un gruppo di cittadine e cittadini per alzata di mano s’impegnano in un “noi” corale contro la mafia.

Sotto la pioggia sottile, gli sguardi vigili delle pattuglie di polizia, carabinieri, Digos, tra palloncini, bandiere arcobaleno e capannelli di bambini festosi è nato il “Movimento antimafia di Base a Bari”. Ieri, che era il 23 maggio, anniversario della strage di Capaci, sedute su una panchina di fronte alla chiesa dei Salesiani, un centinaio di persone hanno alzato la mano per aderire ad un percorso di “occupazione pacifica” degli spazi della città dove si sente soffocante la pressione mafiosa. Prossimo appuntamento nel quartiere Carbonara.

Pubblichiamo la lettera che l’inviata Rai Maria Grazia Mazzola, picchiata poche settimane fa da una donna-boss del clan Caldarola-Strisciuglio proprio nei pressi della parrocchia,  ha indirizzato alle cittadine e ai cittadini di Bari, letta da una ragazza nella sala parrocchiale dinanzi a vari rappresentanti delle istituzioni, tra cui il sindaco Antonio De Caro e l’assessora Paola Romano.

 

Di Maria Grazia Mazzola

 

Per il cronista che ha chiaro il compito ineludibile della testimonianza, ciò che indichiamo come memoria in realtà si trasforma in una lettera testimoniale scritta, perenne che diventa più viva man mano che passano gli anni. Dalle stragi di mafia  sono trascorsi ben 26 anni . C’ero. A Capaci fui inviata per Samarcanda e arrivai tra i primi nonostante provenissi da Roma. Ero lì la stessa sera, l’attentato avvenne alle 17,56 .

Maria Grazia Mazzola

La scena è di quelle che lasciano una firma mostruosa: 500 chili di esplosivo per disintegrare i nemici di Cosa Nostra. Non tutti i magistrati o tutti i rappresentanti dello Stato sono nemici di Cosa Nostra, ma solo quelli che hanno inferto duri e implacabili colpi alla mafia scavando FINO IN FONDO  e cercando i collegamenti con quella politica sporca, con l’imprenditoria marcia. I nemici da abbattere sono quelli che non si accontentano, che non si fanno fermare come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La prima auto di scorta non c’è più, scavalco il guardrail e cammino per centinaia di metri: sotto i miei occhi e quelli della telecamera solo brandelli indescrivibili. Gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro non sono più. Mi sposto verso l’auto dove viaggiavano Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, con l’autista giudiziario Giuseppe Costanza, sopravvissuto. Accanto le scarpe di Francesca Morvillo, sono lì, adagiate sull’asfalto sventrato.

L’auto di Falcone è rannicchiata su sé stessa, schiacciata, mutilata. Dietro, l’auto della scorta che chiudeva il corteo: gli agenti sopravvissuti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello. Chi racconterà mai l’umanità degli abitanti vicini accorsi per primi?

La donna che consolò Francesca Morvillo, che l’abbracciò, che la implorò di resistere, di attendere i soccorsi, di non mollare, lei con quei grandi occhi pieni d’amore per Giovanni e pieni dell’orrore vissuto… Francesca era cosciente.

Corro lì dove erano stati ricoverati gli agenti sopravvissuti. I dimenticati: sì, perché salirono sull’ambulanza con i loro stessi piedi, fermandola nel caos dei soccorsi. In ospedale non furono piantonati ma lasciati nei corridoi, come ho potuto documentare con la telecamera.

L’unico che si ricorda della scorta sopravvissuta è Paolo Borsellino, è lui che va ad abbracciare i ragazzi sotto choc in ospedale.

I tre sopravvissuti raccontano gli ultimi attimi: il boato, il calore, loro sollevati e poi coperti dall’asfalto in briciole. Il caposcorta che risorge dalla terra col piccolo mitra in mano che urla: ’GIOVANNIIII’

Lui che va da Francesca Morvillo ancora viva e lei che gli chiede: ”NON PENSATE PER ME, AIUTATE GIOVANNI!”. Ma Giovanni ha uno sguardo spento, assente. Quella sera del 23 maggio 1992 Giovanni Falcone emette l’ultimo respiro mentre l’amico e collega Paolo Borsellino lo tiene tra le sue braccia nella stanza d’ospedale. Paolo dirà che una parte di lui è morta lì in quell’istante con Giovanni. D’ora in poi il suo sguardo sarà stravolto fino a quando – due mesi dopo – l’autobomba piazzata sotto casa della madre farà saltare in aria anche lui e i ragazzi della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

C’è un protagonista del dolore e dello strazio di quei giorni successivi alla strage di Capaci, che documentai nella Chiesa di San Domenico per i funerali dei servitori dello Stato: la società civile, quei cittadini, quei nonni, le insegnanti, le donne, i familiari di altre vittime di mafia che urlavano ‘GIUSTIZIA!’, ‘VERGOGNA’ quando passavano alcuni politici discussi. Vale la pena citare alcune frasi: “Ci dovrete ammazzare tutti! Noi siamo con i magistrati onesti!”. Un ragazzo dice al microfono: “Avevo deciso di emigrare in cerca di lavoro, ma ora non lascerò mai più questa terra, voglio giustizia”. “Bastardiiiii, assassiniiiii! Cosa sono carne da macello i ragazzi delle scorte?? Una madre fa un figlio e poi che fa?? MUOREEEE”. La vedova Schifani urla all’obitorio: “Non c’è amore, sono stati lasciati soli..”.

Mi guarda, chiede aiuto al microfono: “Per favore faccia qualcosa!”.

 

Urla e richiesta di giustizia, richiesta di verità: “VOGLIAMO SAPERE CHI E’ STATO! MA NON SOLO I KILLER! VOGLIAMO CONOSCERE I MANDANTI”, gridò un’insegnante anziana, minuta, una di quelle signore siciliane che non parlano mai ma che in quell’occasione aveva deciso di proclamare la sua indignazione a squarcia gola.

“IL SANGUE DEI GIUSTI E’ SEME”, ha gridato un ragazzo tra le lacrime.

E oggi la società civile che sceglie la legalità è frutto di quel seme.

 

Carissimi amici di bari, del quartiere Libertà,carissimo don Francesco Preite, cari ragazzi che vivete con difficoltà la realtà, io sono con voi, con tutti quelli che ogni giorno scelgono la legalità e si oppongono al sonno della cultura mafiosa.

Non vi uniformate all’accettazione della violenza, dell’arroganza e della prevaricazione. Denunciate. Costruiamo luoghi di aggregazione giovanile sani, antimafia e antiviolenza di ogni tipo. Luoghi di creatività, capannelli di giustizia.

Ragazzi, separatevi dai malavitosi. Il denaro facile porta al carcere o alla morte.

 

Vi aspetto tutti su Rai Uno il 27 maggio in seconda serata per vedere Speciale TG1: Milano, Napoli e Bari al centro del nostro viaggio su babygang e mafie .

Fuori le mafie dalla Puglia e da Bari.

 

 

 

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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