Sacra corona unita, comunicazioni “oltre le mura” del carcere: 12 arresti nel brindisino

Due capiclan in carcere riuscivano a mantenere rapporti con l’esterno e con detenuti in altre carceri italiane. Durante le indagini intercettate anche minacce a PM della Procura di Lecce

Pizzini e telefonate: così i due capiclan Antonio Campana e Raffaele Martena riuscivano a comunicare dalla cella del carcere con affiliati all’esterno e con detenuti in altre carceri italiane; e le redini del gruppo, una frangia della sacra corona unita operante tra Brindisi, Tuturano e Mesagne, erano ben salde nelle loro mani.

La rete è stata smascherata da Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e Squadra Mobile di Brindisi, che stamattina hanno eseguito 12 arresti nell’ambito dell’operazione denominata “Oltre le mura”.

 

Dall’interno delle mura del carcere di massima sicurezza di Terni sono invece partite le indagini, dopo l’intercettazione di una conversazione, una vera e propria chiamata alle armi da parte dei due boss.

Con l’aiuto della Polizia Penitenziaria e di alcuni collaboratori di giustizia, è stato ricostruito il sistema di comunicazione fatto di “sfoglie” (i cosiddetti “pizzini” contenenti gli ordini, nascosti tra le lettere che i due inviavano dal carcere) e persino telefonate, partite dalle celle.

Così la regia dei due detenuti permetteva di portare avanti gli “affari” quotidiani del gruppo, perlopiù spaccio di droga e usura, e di accogliere nuovi affiliati (alcuni dei quali detenuti in altre carceri italiane), che ricevevano la “benedizione” (la cosiddetta investitura) dagli stessi capi.

 

Dalle intercettazioni sono venuti fuori anche piani di evasione dal carcere, oltre a progetti di vendetta contro membri della Procura distrettuale di Lecce.

 

GLI ARRESTATI

Le ordinanze d’arresto sono state firmate dal gip del tribunale di Lecce, Carlo Cazzella, su richiesta del pm Alberto Santacatterina. Tre sono destinate a detenuti: oltre a Martena e Campana, Nicola Magli, 38 anni, di Brindisi; sono stati invece arrestati oggi Jury Rosafio, 41 ani, di Brindisi, Igino Campana, 53 anni, di Mesagne; Ronzino De Nitto, 43 anni, di Mesagne; Fabio Arigliano, 47 anni, di Brindisi; Mario Epifani, 37 anni, di Brindisi; Andrea Martena, 32 anni, di Brindisi; Andrea Polito, 29 anni, di San Pietro Vernotico; Vincenzo Polito, 33 anni, di San Pietro Vernotico; Enzo Sicilia, 33 anni, di Mesagne.

 

LA RICOSTRUZIONE

In base alla ricostruzione delle forze dell’ordine, Raffaele Martena, comunicava con l’esterno usando come tramite Mario Epifani, a sua volta autista e “uomo di fiducia” di Jury Rosafio, “secondo” di Martena: era lui che gestiva per conto del boss le attività illecite a Brindisi e Tuturano, e i rapporti con le famiglie mafiose della provincia di Lecce; Rosafio è persino evaso dai domiciliari per incontrare, a Lecce, due esponenti di una famiglia amica.

 

Allo stesso Rosafio ubbidivano Fabio Arigliano, Andrea Martena, Enzo Sicilia, Nicola Magli, Vincenzo e Andrea Polito, che tra Brindisi e Tuturano si occupavano soprattutto di riscuotere i crediti derivanti dalle attività illecite e di mantenere l’ordine tra gli associati al gruppo, punendo chi non eseguiva le direttive del boss Martena.

La cellula mesagnese del gruppo, invece, era gestita da Antonio Campana attraverso lo zio, Igino Campana.

 

Uno dei due boss, inoltre, stava progettando di evadere dal carcere e meditava vendetta verso il pubblico ministero, appartenente alla Procura distrettuale di Lecce, che lo aveva fatto condannare all’ergastolo.

Per avere maggiore libertà di movimento, l’uomo era persino entrato nella compagnia teatrale dei detenuti; il copione vero, quello della sua fuga, prevedeva l’uso di un “capello d’angelo”, un filo diamantato (portato in carcere da un familiare complice, nascosto nella cintura per ingannare il metal detector all’ingresso) adatto a segare le sbarre.

 

Certo Martena, Campana e gli altri affiliati non prevedevano il finale a sorpresa di questa mattina, con cui gli inquirenti hanno smascherato l’“agguerrito gruppo criminale”.

 

LE INTERCETTAZIONI

Un ruolo importante nelle indagini è stato svolto dalle intercettazioni: parole sussurrate di persona, durante i colloqui in carcere, e conversazioni telefoniche durante le quali boss e affiliati si sentivano tranquilli al punto da parlare apertamente di rapine e armi. Eccone un esempio:

“State facendo belle cose… – dice Raffaele Martena ad Andrea Polito – Voi dovete fare una cosa garbata, lo sai: a me non piacciono tutti questi bordelli. (…) Cerchiamo di stare più calmi e di fare più fatti: per esempio se esce un cantiere, voi dovete andare e ve lo dovete prendere. Ogni cosa che fanno dovete andare a prendervela voi”. “Li dobbiamo stuprare”, dice Polito. “Eh bravo, li dovete stuprare”, la risposta del boss.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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