L’isola della fanciulla​

L'isola della fanciulla​
Quella leggera foschia che si posa ai piedi del mattino e resta sospesa sul mare per una manciata di minuti, lui la conosce bene. E’ stato pescatore. Quand’era giovane, ogni notte partiva da quel piccolo golfo laggiù, il porticciolo di Torre Pali, e andava al largo a buttare le reti.
Fu proprio all’albeggiare di un giorno di tanti anni fa, che la vide. Tornando al porto, notò là in fondo, su quella striscia di scoglio, una donna vestita di scuro. I lunghi capelli neri si lasciavano sfiorare dalla brezza e il viso, bianchissimo, era rivolto verso di lui. O forse, chissà… forse stava soltanto guardando il mare.
Prese il binocolo e lo puntò in direzione dell’isola, per distinguerla meglio. La inquadrò nel primo piano che avrebbe ricordato per tutta la vita. Lo sguardo quasi cattivo, gli occhi lucidi e un po’ gonfi, come memori di un pianto sfuggito. Le labbra serrate a trattenere, forse, un grido.
E, nonostante tutto, era bellissima.
Non ci pensò due volte e fece una cosa che avrebbe potuto comprendere soltanto un poco più che ventenne come lui, con tutta la sua benedetta incoscienza, con tutto il suo nonsenso: gettò l’ancora, poi si tuffò.
Non era ancora estate e non era più primavera, il mare aveva ancora indosso il soprabito della notte appena trascorsa, la pelle tremò di un accenno di freddo. Ma non se ne curò e cominciò a nuotare, una bracciata dopo l’altra. Lei era ancora lì, non si era mossa. Non era poi così lontana quella riva. Ad ogni boccata di ossigeno, ogni volta che la testa si alzava tra gli spruzzi di spuma, lui la cercava con gli occhi. Lei sempre lì, sembrava lo stesse aspettando. Mise maggior vigore nelle ultime falcate, finché non sentì che i piedi potevano toccare. Camminando, emerse dall’acqua: il corpo muscoloso rigato di gocce salate, i capelli bruni meravigliosamente spettinati.
Lei non c’era più.
Il piatto isolotto, uno sputo di niente tra la spiaggia e il mare aperto, non offriva possibilià di nascondiglio. Ma… ad un tratto si sentì osservato. Si voltò di scatto e la trovò alle sue spalle. Lo stava fissando, con i piedi nell’acqua. Lui la guardò con stupore, con curiosità.
E adesso che le dico? – pensò, ma tanto non riusciva a parlare. La ragazza sembrava un dono di bellezza posato lì da un re o da un dio onnipotente del mare. Nessun essere umano avrebbe saputo cosa dire, neanche il più grande poeta avrebbe trovato, in bocca o nel cuore, le parole giuste per salutarla.
Eppure era così triste.
Gli sembrò naturale tendere le braccia verso di lei. Sentì che quelle dita si intrecciavano alle sue, mentre un bacio bianco, freddo, gli incendiava nello stesso momento il petto. Il mare li nascose e i loro corpi nudi cominciarono a parlarsi, poi a lui, dentro di lei, sembrò mancare il respiro. E, mentre gli sembrava di morire, rivide. Rivide tutto.
In un altro tempo più remoto, nello stesso luogo, pirati stranieri a bordo di navi antiche arrivarono su quelle rive. In quella dolorosa apnea li seguì con lo sguardo (e adesso poteva vedere lontanissimo), mentre saccheggiavano interi paesi. Vide la fanciulla sollevata di peso e strappata dalle braccia dei suoi genitori. La vide patire le pene dell’inferno e in quel sogno senza confine, mentre le strappavano gli abiti di dosso, le sue braccia avrebbero voluto salvarla. Così, senza più fiato, colmo di una vendetta enorme, cercò senza successo di scagliarsi contro quelle bestie, per ucciderle tutte… e gridò lasciatela, maledetti. Lasciatela stare.
Vide il loro capo godersi lo scempio, mentre le sollevava il capo, prendendola per i capelli, e si beava del suo volto sanguinante.
Lei disse qualcosa e gli sputò in faccia.
Fu un attimo e i suoi bellissimi occhi si sbarrarono per sempre, in un ultimo sguardo di rabbia, dispetto e stupore. Scivolò senza vita lungo un filo di spada.
Lui vide i pirati gettare tra le onde quel corpo martoriato. E vide il vagare pietoso del mare che, quasi non reggendo lo sforzo, portò lei a riposare sulle rive di quello stesso scoglio.
Fu come svegliarsi di soprassalto, con la faccia a un passo dalla riva, mentre l’acqua lo schiaffeggiava leggermente. Tossì così forte che gli sembrò di buttar fuori l’anima. Poi riprese a respirare.
Lei non c’era più. Si guardò intorno e si rese conto soltanto allora di non avere un nome da gridare contro il vento, per chiamarla.
Così decise che l’avrebbe chiamata per sempre Amore Mio.
Sono passati gli anni. Anche adesso che è vecchio, Vito, ogni mattina, si reca sulla spiaggia e, da lì, guarda verso l’isola della fanciulla, nella speranza di incontrarla di nuovo.
Nessuno gli ha mai creduto. Al bar gli amici, mentre giocano a carte, ogni tanto ricordano il suo racconto e lo prendono in giro, come si fa con un ubriaco.
– Meh, Vitu! Ancora sta penzi a ddhra​ vagnona? Ci ai ​t​ittu ca era? ‘​N​n​a principessa? E ​’n​nu tte t​hrovi ​’nna fimmina vera?
E scoppiano a ridere.
Vito non si è mai sposato. Perché lui lo sa che non può esserci un’altra Amore Mio.
Lui lo sa che se lei l’ha scelto, in quella strana magia, attraversando il tempo e lo spazio, un motivo ci deve essere.
Non sa qual è, il motivo. Ma non gli frega niente.
Lui è disposto ad aspettare ancora, purchè lei ritorni.
E, certe volte, guardando il mare, si sorprende a pregarla, a mormorare alle onde, come se queste potessero portarle il messaggio: “Torna, Amore Mio. Torna da me”,
Come stamattina, che neanche si sentiva bene, ma è venuto lo stesso sulla spiaggia.
Non è ancora estate e non è più primavera, ma lui ha comunque deciso di guadare il tratto di bassa marea che separa il litorale dall’isolotto.
Ha fatto molta fatica per percorrere nell’acqua quei pochi metri.
Si è seduto nel punto preciso in cui la vide la prima volta.
E lei stavolta c’è.
Sì. Sì, è qui. Bella come tanti anni fa.
Gli porge la mano e Vito, ora tornato improvvisamente giovane, sente che quelle dita si intrecciano alle sue, mentre un bacio bianco e freddo, gli incendia di nuovo il petto.
E’ tutto davvero come quel giorno.
E adesso… Adesso vanno entrambi a nascondersi nel mare. E, come allora, faranno l’amore.
Il vecchio, felice, guarda a lungo i due giovani abbracciati tra le onde.
Poi sorride.
Per l’ultima volta.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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